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Storie dell'altro mondo

Dirk Nowitzki: quando il Basket incontra la matematica

Lorenzo Martini

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Quando il basket si fonde con la matematica.

Aaah, la matematica, una delle materie più odiate dagli studenti italiani! Formule astruse piene zeppe di logaritmi e radici, teoremi su triangoli e trapezi, integrali, derivate..tutte nozioni così distaccate dalla realtà, dalla vita quotidiana, da rendere la matematica la materia incomprensibile per eccellenza.

E’ pur vero che molte delle applicazioni matematiche riguardano scienze più vicine alla quotidianità come la fisica, l’economia e l’ingegneria, ma resta il fatto che se si parla di algebra o geometria, di analisi o probabilità, in molti non possono che strabuzzare gli occhi e sbuffare. Del resto, ma a che mi serve la matematica?

Di risposte più che soddisfacenti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma cercandone una tanto provocatoria quanto inaspettata, si potrebbe dire: guardate come gioca Dirk Nowitzki. Sì, sto parlando proprio di lui, di quel gigante tedesco di oltre 2 metri e 10 che gioca da più di 15 anni in NBA e ha fatto registrare record incredibili: primo giocatore europeo ad essersi laureato MVP – ossia miglior giocatore in assoluto – in una stagione regolamentare nel 2007, vincitore del titolo NBA nel 2010, dall’11 novembre 2014 miglior marcatore non americano di sempre in NBA. Insomma, un cestista dalla carriera incredibile, un vincente nato. Ma cosa c’entra con la matematica?

Per capire il nesso è necessario trovare l’anello di congiunzione, e in questo caso l’anello ha un nome e cognome: Holger Geschwindner. Ex-giocatore professionista e rappresentante della Germania nelle Olimpiadi del 1972, il signor Geschwinder è sempre stato noto per la sua eccentricità e le sue idee stravaganti. Oltre ad essere un ottimo cestista è anche una mente sopraffine, tant’è che ottiene una laurea sia in fisica che in matematica. Ma la sua grande passione resta il basket, a cui vorrebbe dedicare tutta la sua vita.

Nel lontano 1994 Holger è sugli spalti di un piccolo palazzetto di Wurzburg, assiste ad una partita di poca rilevanza tra under 18. Ma tutt’a un tratto nota sul parquet un biondino altissimo e tutto pelle e ossa, ma con una grazia nei movimenti stupefacente. E’ un attimo, un flash: Holger capisce che quel ragazzo potrebbe diventare qualcuno, se solo lui potesse provare su di lui tutto quello che ha teorizzato.

A fine match, si avvicina al biondino e gli spiega che gli farebbe piacere fare qualche seduta di allenamento insieme. Gli dice che vede del talento in lui, ma il sedicenne è scettico, non si fida di quello sconosciuto così strambo.

Ma Holger non si arrende, è sicuro di non aver sbagliato sul conto del biondino. Riesce alla fine a contattare i suoi genitori, li convince e organizza un paio di sedute di allenamento. E fu così che il giovanissimo Dirk Nowitzki trovò un coach, una guida che lo accompagnerà per tutta la vita.

 Il ragionamento del dottor Gescwindner è piuttosto semplice: Dirk ha doti atletiche pazzesche, ma in un mondo come quello NBA patirebbe tantissimo la fisicità e la stazza di giocatori grossi anche più di lui, quindi deve trovare un modo per ovviare al problema e risultare immarcabile. Per questo le loro sedute in palestra si concentrano su un unico aspetto del gioco: la ricerca del tiro perfetto.

Ed è qui che Holger sfrutta la matematica per creare qualcosa di assolutamente perfetto. Prima dell’ allenamento si isola dal mondo e fa calcoli complicatissimi: studia differenziali di funzioni, ne fa integrali e derivate, si calcola curve e parabole. Si occupa di argomenti che per la maggior parte delle persone suonano come arabo, ma poi entra in campo, si avvicina a Dirk e gli spiega nei minimi dettagli la meccanica del tiro, corregge i suoi errori, analizza gli aspetti positivi e quelli negativi. Tutto deve essere studiato affinchè il movimento di tiro sia fluido e senza sbavature.

Dirk dal canto suo è di una costanza fuori dal comune: prima di ogni partita inizia ad allenarsi tre quarti d’ora prima degli altri e prova tiri da ogni posizione del campo. Dopo ogni rilascio della palla memorizza sempre più il movimento che deve compiere, lo rende proprio, come fosse per lui naturale. Anche se acquisisce piena sicurezza nei suoi mezzi, Dirk rimane umile, conscio che per essere il miglior tiratore non può fare a meno di migliorarsi e di allenarsi.

 La premiata ditta Nowitzki – Geschwindner non solo riesce ad approdare in NBA nel 1998, ma rivoluziona una buona fetta del gioco. Infatti Holger riesce a plasmare Dirk di modo che diventi un giocatore fuori dagli schemi, ingestibile dalle difese avversarie. A differenza di qualsiasi altro giocatore della sua stazza, Dirk predilige giocare lontano dal canestro, laddove qualsiasi altro centro o ala grande si trova spaesato. Grazie al suo tiro perfetto e alla sua altezza che gli permette di rilasciare la palla molto in alto, il gigante tedesco diviene un giocatore capace di spostare gli equilibri di una partita.

Il resto è storia: le sue vittorie, il suo strepitoso palmares, le  sovraumane percentuali al tiro in carriera, il rispetto dei compagni, dei coach, degli avversari.

In un’intervista al De Spiegel di qualche anno fa a WunderDirk fu chiesto di spiegare quanto fosse stato importante per la sua carriera l’aiuto di Geschwindner: “Senza di lui ora sarei un noioso businessman o un pittore nell’azienda dei miei genitori”. 

Giusto per ribadire l’incredibile umiltà e riconoscenza di una persona speciale come Dirk. Una persona che non solo ha saputo sapientemente avvalersi della matematica e dell’ingegneria nel basket, ma è stato in grado di stravolgere le visioni di gioco di uno sport, diventando il più forte cestista europeo di tutti i tempi.

 

 

 

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Calcio

La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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Calcio

Julian Nagelsmann, il ragazzo che è già uomo

Ettore zanca

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Quando diranno a vostro figlio che è ancora giovane, che se ha una passione prima o poi passerà, che crescendo si guasterà o si livellerà, cercate di non farvi prendere dalla paura del futuro. I talenti possono essere smussati, ma, come dice un mio amico che canta, dobbiamo cercare di non stroncare il Fabrizio De Andrè del 2026. Gli alibi dell’inesperienza, sono le vigliaccate che gli anziani, i senatori che hanno qualsiasi scranno, a volte cacciano fuori per paura. Paura che qualcuno che si affaccia al loro mondo possa sottrargli platea. Ecco che allora si tirano fuori alibi di titoli, ruoli, esperienze, mentre magari siamo di fronte ad un diamante grezzo e ci fottiamo di paura che brilli ovunque. Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann, a ventuno anni giocava a calcio e voleva esordire tra i professionisti. Ma purtroppo una serie di problemi alla cartilagine delle ginocchia lo costringe al ritiro.

A quel punto il ragazzo forse si sarà sentito dire in famiglia “prenditi almeno un pezzo di carta, che non si sa mai”, si iscrive ad economia, ma dopo un po’ ha l’illuminazione, iscrivendosi a scienze motorie. Comincia ad accarezzare la carriera da allenatore, trovandosi nella situazione assurda di allenare a volte gente più vecchia di lui se non coetanea. La svolta nel 2016. Lui è allenatore delle giovanili nell’Hoffenheim, squadra che naviga pericolosamente al penultimo posto in classifica. Huub Stevens, che ne è l’allenatore, si ritira per problemi di salute. Perso per perso e per risparmiare qualcosa, decidono di dare un’opportunità al ragazzino, che di anni allora ne ha ventotto. Esatto. Ventotto. Il ragazzino però dopo le risatine iniziali di anziani della squadra, si fa capire e seguire. Risultato? Dal penultimo posto si sale alla salvezza. Potrebbe bastare così.

Ma il “ragazzino”, continua, con metodi di allenamento rivoluzionari, se la gioca anche nel campionato successivo. Ora, se guardate la rosa della squadra non è che trovate divinità della sfera scese in terra, ma semplici pedatori, ma l’orologio funziona talmente bene, che, udite, la squadra si qualifica ai preliminari di champions. Una bella favola, ma a volte si prova anche a macchiarla. I giornali si lanciarono a pesce nella polemica fomentata, quando Julian dichiarò che avrebbe voluto tanto allenare il Bayern, allora di Ancelotti. Fu lui stesso a smorzare tutto alla grande dicendo “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. E a proposito di mutande, diciamo che Julian non se l’è fatta per nulla sotto. E adesso se lo chiamano ragazzino, può rispondere molto chiaramente “ragazzino a chi?”. E gli anziani, con le loro belle targhe appese e il loro ruolo, se non sono disposti a farsi da parte, sentono brividi molto terreni, percorrere le loro schiene.

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Calcio

Italia – Germania: una storia di calcio senza tempo

Luigi Pellicone

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Il 17 Giugno 1970 si giocava la Partita del Secolo tra Italia e Germania. Una sfida che nella storia ha segnato epoche diverse ma sempre con lo stesso ardore e rivalità.

Italia – Germania, la madre di tutte le partite. Da una parte, loro: freddi, determinati, metodici, disciplinati, organizzati, granitici, regolari, noiosi. Insomma, tedeschi. Non producono capolavori, ma solide certezze, sebbene si vestano in modo discutibile.

Dall’altra, noi: passionali, istrionici, creativi, fantasiosi, folli, istintivi, estrosi, eleganti. Italiani. Scintille di genio che si accendono  e producono cortocircuiti. Risultato: il sistema operativo teutonico in tilt. Si, perché loro spesso, sono  più forti. Noi, però, siamo sempre più bravi. Lo dice la storia. Ripercorriamola in quattro capitoli.

Capitolo I: La partita del secolo

Città del Messico, 17 giugno 1970. Semifinale di Coppa del Mondo. Stadio Azteca. Lì, c’è una targa. C’è scritto “qui si è giocata la partita del secolo”: lì Italia – Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari. Segna Boninsegna, pareggia Schnellinger al 92′.  Supplementari: Muller porta in vantaggio i tedeschi. Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′. Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra, perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler. Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte. In finale, esausta, l’Italia perderà 4-1 contro un Brasile che avrebbe preso a pallonate anche i marziani.

Capitolo II: la notte di Madrid

Madrid, 11 luglio del 1982. Italia-Germania vale il titolo mondiale. L’Italia, sull’orlo di una guerra civile, si riscopre unita e Campione del Mondo. Primo tempo 0-0,  Cabrini sbaglia un rigore. Nella ripresa cross di Gentile ci arriva primo, come sempre, Paolo Rossi: 1-0. Il raddoppio è negli occhi e nella memoria di tutti gli italiani. Calcio, arte e pathos si fondono nell’esultanza di Marco Tardelli. L’Urlo. Roba da sindrome di Stendhal. Segna Altobelli: 3-0. Anche Breitner, ma chi se ne frega: 3-1. Una notte irripetibile: la voce di Nando Martellini vibra e penetra nel cuore di milioni di italiani “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini dimentica il protocollo, esulta come un tifoso qualsiasi. Abbracciare e bacia tutti, gli resta solo la Regina di Spagna. Ci avrà pensato, poi ripensato e infine capito che non era il caso.

Intermezzo

Passano 24 anni. Siamo cresciuti fra i racconti, senza mai assaporare il gusto della vittoria. I nostri papà ci raccontano la notte di Madrid. I nonni, Italia Germania 4-3. Noi siamo la generazione mai una gioia in azzurro. Affolliamo l’angolo dei disillusi. Calci di rigore, golden gol, arbitri corrotti e biscotti scandinavi: Italia ’90, Usa ’94, Francia 1998,  Europei del 2000, Corea&Giappone 2002, Europei del 2004. Serve la Germania…

Capitolo III: Pizze a domicilio

Dortmund, 4 luglio 2006. Semifinale di Coppa del Mondo. Germania padrona di casa arrogante. Condisce la vigilia con gli stereotipi: italiani, mafia, pizze, spaghetti, mandolino e camerieri.  Il Westfalenstadion non è uno stadio. É una fortezza. Qui i tedeschi non hanno mai perso. Fino al 119′ di quella partita. Fino a che un perfetto sconosciuto, di nome Fabio e cognome Grosso, riceve un pallone da Pirlo. Da dentro l’area di rigore, calcia e chiude gli occhi: un sinistro e una preghiera. Il pallone bacia l’angolo opposto. Nessuno ha la forza di crederci. L’esultanza di Grosso è un remake dell’urlo di Tardelli. I tedeschi provano a rialzarsi, ma in contropiede, e come sennò, subiscono il colpo del KO firmato Alex Del Piero. In finale a Berlino, Cannavaro  che abbandona l’idea di presentarsi con due pizze in conferenza stampa, alzerà al cielo la quarta coppa del Mondo.

Capitolo 4: La caduta di Varsavia

L’ultimo atto si consuma all’Europeo: giovedì 28 giugno del 2012. Ancora una semifinale, questa volta dei campionati Europei. Ancora una volta Germania stra favorita. E ancora una volta accade l’impossibile. Balotelli indovina l’unica prestazione degna del suo talento negli ultimi otto anni e trascina gli azzurri in finale con una doppietta. Due gol in 30 minuti. Prima di testa, poi di destro. Ozil accorcia su rigore ma non c’è tempo. In Finale, una Italia stanca e provata, perderà 4-0 in finale con la Spagna. Una partita mai giocata.

Quinto Capitolo: I rigori ci fanno piangere

Allo Stade Matmut-Atlantique in occasione degli Europei di Francia 2016 l’Italia di Antonio Conte incontra la Germania del solito Loew ai quarti di finale. Sulla carta non c’è storia: gli azzurri sono un’Italietta, i tedeschi la solita corazzata. Reggiamo l’urto e fermiamo i tempi regolamentari e supplementari sull’ 1 a 1. Si va ai rigori: indimenticabile la minaccia di cucchiaio non fatto da Pellè e la rincorsa infinita di Zaza. Perdiamo 7 a 6 alla fine. Godono loro, questa volta.

Cinque capitoli, stessa trama: Germania e Italia non è una partita. É un poema grondante sudore, passione, poesia, forza, coraggio, sofferenza e lacrime. E spesso piangono i tedeschi.

 

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