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Dino Viola, l’educatore

Lorenzo Contucci

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Non c’è presidente della storia della Roma che non abbia subito contestazioni e tra questi, c’è anche Dino Viola, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte.

Eppure, a distanza di 27 anni, tutti noi ricordiamo Dino Viola come un padre.

Fu incredibilmente vicino alla tifoseria, tanto che non si può fare una precisa distinzione tra il suo ruolo di Presidente e quello di tifoso.

E, sempre a distanza di cinque lustri, non possiamo non notare quanto lontano è quel calcio che tanto abbiamo amato.

Proprio in quegli anni, a ben vedere, vennero piantati i primi semi del detestato “calcio moderno” per certo non pensando che sarebbero germogliati distruggendo l’aspetto più popolare e passionale del tifo.


Dino Viola cercò di educare, con il dialogo e non con il bastone, una tifoseria che fino al 1979 era stata più che ribelle.

Dovette affrontare sin da subito la tragedia Paparelli, incommensurabilmente più seria di qualche striscione antipatico ma, ciò nonostante, non voltò mai le spalle ai suoi tifosi, anche a quelli più radicali che altri Presidenti hanno definito straccioni o idioti.

Questa fu la differenza, perché anche grazie a Dino Viola, la tifoseria giallorossa – proprio in quegli anni – divenne la più famosa d’Europa, crescendo insieme a una squadra e ad una Società che ci portò a un passo dall’inverosimile, quella Coppa dei Campioni infinitamente più romantica di qualsiasi Champions League dei tempi odierni, quella competizione in cui quando si giocava Roma/Dinamo Berlino davvero c’erano di fronte una squadra italiana ed una tedesca dell’est.

Il ricordo che ho del Presidente è consacrato in una foto che sul web si trova ancora.

Prima di ogni partita faceva il giro del campo, accompagnato dai suoi collaboratori. La pista d’atletica era disseminata di agrumi, lanciati dai fedelissimi della Curva Sud che affollavano il settore almeno da tre-quattro ore prima dell’inizio di qualsiasi partita.

A volte serviva un furgoncino “Ape” per portarli via, tanti ne erano.

Lui raccoglieva un arancio, lo mostrava alla Curva e faceva segno di “no” con le mani. Spesso l’invito era vano, ma lui lo faceva lo stesso. Non credo che la curva si educò, tanto che – se la memoria ancora mi aiuta – l’usanza si interruppe con il massiccio sequestro di agrumi all’entrata da parte delle forze dell’ordine, ma comunque quel gesto non enfatizzato rientrava nella classe dell’Uomo che intese sottolineare a Boniperti, che gli aveva mandato un righello per misurare i centimetri del “fuorigioco” di Turone, come quello strumento fosse più adatto allo juventino, geometra, che non al giallorosso, ingegnere.

Uno scudetto e cinque Coppe Italia, con un settore giovanile che a sua volta vinse due scudetti e per tre volte il Torneo di Viareggio: la storia vincente della Roma l’ha scritta lui.

Certo, fece degli errori, dovuti all’ambizione, che la tifoseria comunque gli perdonò.

Non gli venne invece perdonato l’acquisto dell’ex bandiera laziale Lionello Manfredonia, che portò alla spaccatura della Curva Sud e ad una feroce contestazione da parte della tifoseria giallorossa più radicale. Anche la faccenda di Agostino Di Bartolomei non venne ben digerita, così come la cessione di Carlo Ancelotti.

Il Presidente in quelle situazioni si comportò da manager più che da tifoso, sicché la valutazione del suo comportamento muta dalla prospettiva in cui ci si pone: il tifoso, nella sua scala di valori, ha al primo posto i sentimenti, il manager i bilanci societari e le prospettive imprenditoriali.

E’ per questo che, in fondo e con la maturità raggiunta, lo abbiamo tutti perdonato e, mai come oggi, compiangiamo la figura di un Presidente che qualsiasi squadra di calcio non potrà mai più avere e che probabilmente stenterebbe a riconoscere lo Stadio Olimpico attuale.

FOTO: www.storiadellaroma.it

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5 Commenti

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  3. Paolo

    gennaio 19, 2016 at 3:04 pm

    Non mistifichiamo la realtà per favore. Dopo Paparelli ai tifosi venne tolto tutto: striscioni, tamburi, bandiere… Viola non poteva fare nulla e quindi non fece nulla. Non diede dell’idiota a nessuno perché all’epoca in curva non c’erano idioti e la settimana dopo la tragedia non comparvero striscioni in solidarietà a Fiorillo o di insulti alla moglie di Paparelli. Se all’epoca avessero introdotto sanzioni per i cori contro i defunti, dubito fortemente che Viola avrebbe difeso “la libertà di parola” per consentirci di continuare a cantare “28 Ottobre” o “10-100-1000 Paparelli”. Viola quando ci fu la contestazione per Manfredonia non esitò a indurre spaccature nel tifo,visto che chi non contestava inizi a scrivere sulla rivista ufficiale della società. Io ero tra quelli icon le lacrime agli occhi in quel Roma-Pisa e rispetto la sua memoria senz’altro di più di chi (come l’autore dell’articolo) la strumentalizza per andare contro Pallotta.

  4. Walter

    gennaio 19, 2016 at 10:18 pm

    x paolo…. Be’ sì, Pallotta è uguale a Viola! Ma x favore! Non ci furono striscioni per fiorillo nel 79 ma ci furono per marcioni e per anni ci furono cori sulla tragedia ma non per questo viola andò contro. Mica tolse lui striscioni bandiere e tambuti. Per quanto riguarda manfredonia l’autore dice esattamente che la cosa spaccò la tifoseria. Luci e ombre.

  5. Paolo

    gennaio 20, 2016 at 11:26 am

    Walter, non hai voluto comprendere ci che dico e si capisce dalle tue risposte che in malafede ignorano buona parte ciò che dico e distorcono la realtà.
    La tua risposta su Paparelli non ha senso, fai finta di ignorare che ai tempi di Viola non c’era alcuna norma che squalificava le curve, ne’ c’era alcun tipo di attenzione mediatica al riguardo. Viola non ebbe mai bisogno di esprimersi in merito, non difese mai il “diritto” della SUD a cantare cori contro Paparelli. Da Pallotta si è preteso che difendesse il “dirtitto” a cantare i cori contro Napoli e gli striscioni contro la Leardi… Io questo lo dico nel mio messaggio ma tu fai finta di non capirlo e rispondi come se non l’avessi detto.
    Ripeto, se la domenica dopo la morte di Paparelli in sud fossero comparsi striscioni con solidarietà a Fiorillo corredati da fasci littori o falci e martello e la conseguente attenzione mediatica… qualcosa mi dice che Viola non si sarebbe limitato ad andare sottola SUD a fare “no no” col dito. Non ci fu bisogno però, perchè all’epoca in curva non erano santarelli ma non erano idioti.
    Riguardo la spaccatura della SUD l’autore dice solo che l’acquisto di Manfredonia divise la tifoseria, non dice che uno (non posso fare nome e cognome), tra gli storici del CUCS, di punto in bianco cambiò idea su Manfredonia, iniziò a scrivere su “La Roma” e fondò il “Vecchio CUCS” che nel giro di 2 mesi non si sa come rimediò i soldi per fare striscioni e comprare 20 tamburi.
    E’ del tutto priva di senso la tua affermazione “Mica tolse lui striscioni bandiere e tamburi”… perchè Pallotta viene accusato di non fare nulla per difendere i tifosi dalla divisione della curva, ignorando che ci sono situazioni dove una presidenza pu far ben poco… cosa che capitò anche a Viola, che ben poco potè fare dopo Paparelli.
    Ignorare che le possibilità di intervento da parte di Pallotta sulla divisione della curva siano fortemente inficiate dai comportamenti idioti della SUD di oggi è malafede allo stato puro. Se non si fosse fatto uno striscione “La mamma del mio morto è meglio della mamma del tuo morto”, Pallotta avrebbe avuto senz’altro più possibilità di manovra. Difendere di fronte ad un prefetto chi insulta la madre di un ragazzo morto e difende uno che è andato con una pistola a lanciare bomboni ad un pulman di tifosi napoletani è difficile. Mooolto difficile.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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