La prima volta che ho visto giocare Diego Alberto Milito è coinciso con la prima volta che sono andato allo stadio. A dire il vero era la seconda, ma se per prima considero la partita tra Nazionale Cantanti e Nazionale Piloti capisco di aver perso un’occasione. Era il primo periodo di Milito al Genoa e la sfida in programma era di cartello, seppur fosse un match di Serie B.

Genoa contro Fiorentina, Milito contro Riganò. Milito era appena arrivato a Genova, nella sessione di mercato del Gennaio 2004, ma già era riuscito a farsi breccia nel cuore del tifo genoano e non solo. Infatti io, che genoano non sono né ero, rimasi quasi incantato dalla sua eleganza e ne conservai un ricordo particolare. Non solo per le questioni di circostanza dette prima, prima volta allo stadio, e neppure perché quel biglietto che mi staccarono all’ingresso recava la scritta “omaggio”, ma perché fu la prima volta che potei guardare dal vivo qualcuno che, era evidente, si trovava due spanne sopra il livello in cui giocava. Non ero nessun talent scout acclamato, ma ero solo un bambino che si è lasciato trascinare dalle emozioni che un giocatore riesce a trasmettere.

E come me, quel giorno, ce n’erano parecchi. La partita finì 2 a 1 per il Genoa, Milito non segnò, sfiorò il gol su punizione dal limite dell’area, ma fu determinante lo stesso per quella squadra che da tre mesi contava soprattutto su di lui. Ora però il Principe ha appeso gli scarpini al chiodo ed il ricordo che ne conservo io non è lontanamente paragonabile a quelli che ha lasciato a tutti nella sua carriera. Con quella faccia incavata da antidivo, che tanto lo fa assomigliare a Sylvester Stallone nel primo Rocky, Milito ha detto addio al calcio con la stessa noncuranza con la quale ha segnato una doppietta storica in una, altrettanto storica, finale di Champions. Ha chiuso la sua carriera dopo due stagioni Racing, in Argentina, ma non per questo ci siamo scordati di lui. Non se lo sono scordati i genoani, gli interisti, ma neppure chi, come me, ama il calcio.

È difficile restare imparziali nella valutazione di un giocatore così, ma è altresì difficile spiegare cosa voglia dire “un giocatore così”. Perché ormai siamo abituati ai Messi ed ai Cristiano Ronaldo, ai faraonici acquisti di Psg e City, a giocatori che dopo qualche buona partita ricevono ingaggi che forse non meriterebbero. Milito è stato il contrario, l’esatto opposto. Mai al centro della cronaca, seppur quella cronaca fosse tale proprio per merito suo. L’anno del Triplete nerazzurro, in corsa per il Pallone d’oro, vinto da Messi, era più gettonata la vittoria di Sneijder piuttosto che quella di Milito. Eppure lui, Diego, una prima punta con l’eleganza di una ballerina, non si è scomodato, forse perché consapevole che il suo grande premio fossero le reti pesanti segnate in tutte le partite decisive della stagione, più di un riconoscimento che, da quell’anno in particolare, ha iniziato a perdere il suo valore (colpa del duopolio Messi-Ronaldo).

Il suo arrivo in Italia è stato, come detto, accolto da tutti i clamori di una piazza calda come quella rossoblu, che però ha una particolare caratteristica. Riesce a far diventare grandissimi giocatori anche chi grande magari non è, ma solamente benvoluto dal suo pubblico. A Genova questa sensazione è palpabile, così palpabile che ti basta andare in qualsiasi bar in orario di partite per capirla. E con Milito era successa la stessa cosa, soprattutto nel primo anno e mezzo trascorso sotto la luce della Lanterna. Entravi nei locali “partigiani” e sul muro non vedevi che foto del Principe, ritagli di giornale, poster e autografi di dubbia veridicità.

Per Genova, Milito è stato un ciclone, oltreché amore a prima vista. E lui ha ricambiato, guidando il Genoa al ritorno in Serie A, che però è stato annullato dalle sentenze federali in merito alle combine architettate per Genoa-Venezia. Così, con la sua squadra relegata in Serie C, Milito ha seguito il fratello Gabriel in quel di Saragozza, pronto definitivamente a far vedere di cosa fosse capace. Al Real gioca tre stagioni, segna mediamente un gol ogni due partite, ma ancora nessuno pare interessarsi di lui. Nessuna delle “big”, insomma, perché qualcuno di realmente interessato ci sarebbe ed è proprio quel Preziosi che tre stagioni prima l’aveva visto, a malincuore, andare via.

Diego ritorna a vestire la maglia del Genoa nell’estate del 2008 e sembrerebbe che il tempo si sia paralizzato a quel coro di “Diego, Diego!” con il quale veniva tributato qualche anno prima. E Diego è pronto ad accoglierlo, è nel fiore degli anni, ma soprattutto della maturità calcistica che lo potrebbe condurre, definitivamente, verso la consacrazione. È il suo primo anno in Serie A, ma questo non gli impedisce di terminare la stagione con 24 reti all’attivo e di condurre il Genoa ad un piazzamento Uefa. L’amore tra un giocatore e la sua città si celebra con il festeggiamento perfetto, il verdetto del campo. Eppure qualcosa sfugge alla divinità che comanda sui cuori dei tifosi di pallone, perché quella che sembrerebbe l’inizio di un’epopea è invece un semplice rito di passaggio, un’iniziazione all’alba dei trent’anni per un uomo che ha sempre ottenuto, fino a quel momento, meno di quello che avrebbe meritato. Milito, insieme al compagno Thiago Motta, passa all’Inter per 25 milioni di euro, una cifra cospicua per un giocatore di trent’anni, ma irrisoria se si pensa ai benefici che ha portato. Eppure la storia di Milito all’Inter è storia nota, è stata sentimentale, ma anche fortunosa, è stata vincente, ma non romantica, soprattutto se messa a confronto con le due stagioni e mezzo passate a Genova. All’Inter è spesso passato in secondo piano, dietro all’ombra di giocatori più fotogenici come Eto’o o dietro all’esuberanza di Mourinho, mentre al Genoa è stato solamente Diego, El Principe, quel giocatore che viene portato su un palmo di mano e che nessuno può osarne dire male. All’Inter ha vinto tutto, al Genoa niente, ma si è trascinato dietro l’affetto di un tifo che quando canta, lo dico per esperienza personale, riesce a farti emozionare come pochi altri.

È strano il mondo del calcio, 72 ore fa è stato il giorno di Milito, a sei anni di distanza dalla doppietta in finale di Champions al Bernabeu. Ha dato l’addio alla sua maniera, segnando e portando in trionfo il suo Racing (“Mi ritiro come ho sempre sognato, nella mia casa e con la mia gente”). In pochi se ne sono accorti, ma in tanti si ricorderanno probabilmente, a questo nome, qual fenomeno corrisponda. Anche se lui farà sempre finta che non gliene importi nulla.

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