Connettiti con noi

Giochi di palazzo

Diego Milito, ¡Adiós Príncipe!

Mattia Pintus

Published

on

Maggio 2016 rappresenta per tutti gli appassionati di calcio e in particolare per i tifosi di Genoa e Inter un mese che difficilmente potrà essere dimenticato: Diego Milito, il Principe, dava l’addio al calcio. Il nostro tributi alla sua gloriosa carriera.

La prima volta che ho visto giocare Diego Alberto Milito è coinciso con la prima volta che sono andato allo stadio. A dire il vero era la seconda, ma se per prima considero la partita tra Nazionale Cantanti e Nazionale Piloti capisco di aver perso un’occasione. Era il primo periodo di Milito al Genoa e la sfida in programma era di cartello, seppur fosse un match di Serie B.

Genoa contro Fiorentina, Milito contro Riganò. Milito era appena arrivato a Genova, nella sessione di mercato del Gennaio 2004, ma già era riuscito a farsi breccia nel cuore del tifo genoano e non solo. Infatti io, che genoano non sono né ero, rimasi quasi incantato dalla sua eleganza e ne conservai un ricordo particolare. Non solo per le questioni di circostanza dette prima, prima volta allo stadio, e neppure perché quel biglietto che mi staccarono all’ingresso recava la scritta “omaggio”, ma perché fu la prima volta che potei guardare dal vivo qualcuno che, era evidente, si trovava due spanne sopra il livello in cui giocava. Non ero nessun talent scout acclamato, ma ero solo un bambino che si è lasciato trascinare dalle emozioni che un giocatore riesce a trasmettere.

E come me, quel giorno, ce n’erano parecchi. La partita finì 2 a 1 per il Genoa, Milito non segnò, sfiorò il gol su punizione dal limite dell’area, ma fu determinante lo stesso per quella squadra che da tre mesi contava soprattutto su di lui. Ora però il Principe ha appeso gli scarpini al chiodo ed il ricordo che ne conservo io non è lontanamente paragonabile a quelli che ha lasciato a tutti nella sua carriera. Con quella faccia incavata da antidivo, che tanto lo fa assomigliare a Sylvester Stallone nel primo Rocky, Milito ha detto addio al calcio con la stessa noncuranza con la quale ha segnato una doppietta storica in una, altrettanto storica, finale di Champions. Ha chiuso la sua carriera dopo due stagioni Racing, in Argentina, ma non per questo ci siamo scordati di lui. Non se lo sono scordati i genoani, gli interisti, ma neppure chi, come me, ama il calcio.

È difficile restare imparziali nella valutazione di un giocatore così, ma è altresì difficile spiegare cosa voglia dire “un giocatore così”. Perché ormai siamo abituati ai Messi ed ai Cristiano Ronaldo, ai faraonici acquisti di Psg e City, a giocatori che dopo qualche buona partita ricevono ingaggi che forse non meriterebbero. Milito è stato il contrario, l’esatto opposto. Mai al centro della cronaca, seppur quella cronaca fosse tale proprio per merito suo. L’anno del Triplete nerazzurro, in corsa per il Pallone d’oro, vinto da Messi, era più gettonata la vittoria di Sneijder piuttosto che quella di Milito. Eppure lui, Diego, una prima punta con l’eleganza di una ballerina, non si è scomodato, forse perché consapevole che il suo grande premio fossero le reti pesanti segnate in tutte le partite decisive della stagione, più di un riconoscimento che, da quell’anno in particolare, ha iniziato a perdere il suo valore (colpa del duopolio Messi-Ronaldo).

Il suo arrivo in Italia è stato, come detto, accolto da tutti i clamori di una piazza calda come quella rossoblu, che però ha una particolare caratteristica. Riesce a far diventare grandissimi giocatori anche chi grande magari non è, ma solamente benvoluto dal suo pubblico. A Genova questa sensazione è palpabile, così palpabile che ti basta andare in qualsiasi bar in orario di partite per capirla. E con Milito era successa la stessa cosa, soprattutto nel primo anno e mezzo trascorso sotto la luce della Lanterna. Entravi nei locali “partigiani” e sul muro non vedevi che foto del Principe, ritagli di giornale, poster e autografi di dubbia veridicità.

Per Genova, Milito è stato un ciclone, oltreché amore a prima vista. E lui ha ricambiato, guidando il Genoa al ritorno in Serie A, che però è stato annullato dalle sentenze federali in merito alle combine architettate per Genoa-Venezia. Così, con la sua squadra relegata in Serie C, Milito ha seguito il fratello Gabriel in quel di Saragozza, pronto definitivamente a far vedere di cosa fosse capace. Al Real gioca tre stagioni, segna mediamente un gol ogni due partite, ma ancora nessuno pare interessarsi di lui. Nessuna delle “big”, insomma, perché qualcuno di realmente interessato ci sarebbe ed è proprio quel Preziosi che tre stagioni prima l’aveva visto, a malincuore, andare via.

Diego ritorna a vestire la maglia del Genoa nell’estate del 2008 e sembrerebbe che il tempo si sia paralizzato a quel coro di “Diego, Diego!” con il quale veniva tributato qualche anno prima. E Diego è pronto ad accoglierlo, è nel fiore degli anni, ma soprattutto della maturità calcistica che lo potrebbe condurre, definitivamente, verso la consacrazione. È il suo primo anno in Serie A, ma questo non gli impedisce di terminare la stagione con 24 reti all’attivo e di condurre il Genoa ad un piazzamento Uefa. L’amore tra un giocatore e la sua città si celebra con il festeggiamento perfetto, il verdetto del campo. Eppure qualcosa sfugge alla divinità che comanda sui cuori dei tifosi di pallone, perché quella che sembrerebbe l’inizio di un’epopea è invece un semplice rito di passaggio, un’iniziazione all’alba dei trent’anni per un uomo che ha sempre ottenuto, fino a quel momento, meno di quello che avrebbe meritato.

Milito, insieme al compagno Thiago Motta, passa all’Inter per 25 milioni di euro, una cifra cospicua per un giocatore di trent’anni, ma irrisoria se si pensa ai benefici che ha portato. Eppure la storia di Milito all’Inter è storia nota, è stata sentimentale, ma anche fortunosa, è stata vincente, ma non romantica, soprattutto se messa a confronto con le due stagioni e mezzo passate a Genova. All’Inter è spesso passato in secondo piano, dietro all’ombra di giocatori più fotogenici come Eto’o o dietro all’esuberanza di Mourinho, mentre al Genoa è stato solamente Diego, El Principe, quel giocatore che viene portato su un palmo di mano e che nessuno può osarne dire male. All’Inter ha vinto tutto, al Genoa niente, ma si è trascinato dietro l’affetto di un tifo che quando canta, lo dico per esperienza personale, riesce a farti emozionare come pochi altri.

È strano il mondo del calcio, 72 ore fa di 2 anni fa è stato il giorno di Milito, a sei anni di distanza dalla doppietta in finale di Champions al Bernabeu. Ha dato l’addio alla sua maniera, segnando e portando in trionfo il suo Racing (“Mi ritiro come ho sempre sognato, nella mia casa e con la mia gente”). In pochi se ne sono accorti, ma in tanti si ricorderanno probabilmente, a questo nome, qual fenomeno corrisponda. Anche se lui farà sempre finta che non gliene importi nulla.

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

Published

on

La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Stadio della Roma: Se è corruzione impropria lo Stadio si fa (salvo che il Comune non ci abbia ripensato)

Simone Nastasi

Published

on

In questi giorni tutti hanno detto qualcosa sullo Stadio della Roma ma in pochi  sono riusciti a schiarirci le idee al riguardo. Per fare chiarezza sugli aspetti giuridici di tutta questa faccenda abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Diritto Amministrativo, l’Avvocato Gianluigi Pellegrino. Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo da alcune sue recenti dichiarazioni. In una recente intervista alla Gazzetta, lei ha dichiarato che si è fatta confusione tra il piano penale e quello amministrativo. Perché?

Dovremmo sempre tutti avere a mente che non tutto ciò che è sbagliato è reato e non tutto ciò che è reato comporta che siano stati necessariamente assunti atti amministrativi illegittimi, atteso che esistono ipotesi di reato di pubblici funzionari pure gravi ma che non derivano da atti illegittimi. In particolare, nel nostro caso, da quanto è emerso dagli organi di stampa, ma bisognerebbe poi leggere le carte nel dettaglio, le ipotesi di corruzione che vengono contestate non sono volte ad ottenere assensi che altrimenti non era per legge possibile ottenere ma se mai per facilitare e accelerare atti comunque legittimi. Questo farebbe sì che si tratterebbe di corruzione impropria che ha una sua gravità, sia penale che sociale, ma presuppone la legittimità degli atti e che la procedura per l’approvazione dello Stadio sia illegittima: quindi in questo caso l’iter potrebbe proseguire a prescindere dal processo penale. Se invece le indagini penali manifestassero un’illegittimità degli atti amministrativi , l’amministrazione dovrebbe senz’altro valutare di ritirali. Un piano ancora diverso è poi quello della responsabilità politica. Il Sindaco Raggi non è certo colpevole di nulla se ha deciso di mettere una persona di sua fiducia nell’amministrazione di Acea e però se poi quel prescelto dovesse risultare che ha accettato regalie da terzi interessati a rapporti con il Comune allora c’è un evidente profilo di responsabilità politica e morale evidentissimo anche in capo al Sindaco. Tenere distinti i piani aiuta a capire e capire aiuta sempre.

In merito al reato configurato dai pm, tra gli altri anche la corruzione, lei ha fatto una distinzione tra propria ed impropria. Ci spiega la differenza?

Corruzione propria è quando si paga un pubblico funzionario  per ottenere una cosa contro legge: una concessione edilizia per costruire una casa dentro al Colosseo. Per Corruzione impropria, invece, si intende quando si paga il funzionario per ottenere un provvedimento che comunque si poteva o si doveva ottenere per legge. Pago quindi per agevolare o per evitare ostacoli. Commetto un reato ma gli atti non solo illegittimi.

In merito a questo, quali possono essere i rischi più concreti per l’iter burocratico?

Ormai il Comune, attraverso il Sindaco, che è stato sentito più volte, dovrebbe avere in mano tutti gli elementi  per capire cosa avrebbe scoperto la Procura. Se non ci sono illegittimità amministrative negli atti non esistono rischi amministrativi concreti sulla procedure per l’approvazione dello Stadio. Se poi il Comune ci vuole comunque ripensare, allora si torna sul piano politico amministrativo e non sul piano della legittimità.

Quindi l’iter amministrativo si blocca fino alla decisione del Giudice Penale?

Assolutamente no e sarebbe sbagliatissimo se fosse così. Bisognerebbe vedere quali sono le  imputazioni penali e a quel punto trarre responsabilmente le conseguenze. E’ necessario guardare il merito. Il fatto che ci sia un processo penale non vuol dire niente in sè. E’ importante capire cosa è contestato dal giudice penale e come è contestato. Perché se non è nemmeno contestato che gli atti siano illegittimi non c’è ragione di metterli in discussione dal punto di vista della legalità. Se poi si vogliono mettere in discussione per scelta politica ritorniamo al discorso di prima.

Da questa storia emerge ancora una volta il ricorso alla corruzione come strumento per velocizzare i processi amministrativi. La semplificazione normativa di cui tanto si parla, secondo Lei potrebbe essere una possibile soluzione al problema?

Basterebbe applicare le norme semplificatrici che già esistono come ad esempio quelle sulla Conferenza dei Servizi  che imporrebbero a tutti gli enti  di esprimersi su una istanza in modo rapido, chiaro e contestuale. E invece questa norma è una delle più violate ed eluse in Italia perché ciascuna amministrazione si riserva di rispondere a tempo proprio e alla fine le conferenze vengono sempre rinviate. Quindi più che di ennesime riforme e nuove leggi, basterebbe applicare davvero quelle esistenti.

Per chiudere, secondo Lei , la Roma quando avrà il suo Stadio?

Sappiamo che per opere così grosse, se ci sono emergenze o obiettivi tipo i mondiali, siamo un paese che riesce a lavorare rapidamente; ma solo sotto stress. In assenza  di emergenza invece abbiamo sempre procedure lunghe a volte infinite. La paura dell’inchiesta poi può fare il resto.

 

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

Published

on

E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending