Oggi c’è il derby della Capitale, forse la gara più sentita d’Italia. È il quarto di questa stagione ma non di certo il più sentito dopo l’eliminazione dei giallorossi dalla Coppa Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Luca Vecchi, frontman dei The Pills, sponda Roma e con Tommaso Paradiso voce dei TheGiornalisti, sponda Lazio.

Cominciamo con Luca Vecchi

Ciao Luca, oggi c’è il derby, potrebbe essere l’ultimo di Totti, che effetto fa? 

Epocale. Finisce obiettivamente un’era.

Si dice che il derby di Roma sia diverso da tutti gli altri e, ancora di più, che esista un particolare modo di essere romanisti o laziali, secondo te è vero o è ormai un mito?

Forse una battaglia che va avanti dall’inizio dei tempi. Credo ci fossero i dinosauri.

Il derby è anche sfottò calcistico, qual è quello che sopporti meno che ti venga riferito? E quale ti dà più gusto a indirizzare ai laziali?

La poesia e i componimenti che ruotano attorno la creazione di slogan e cori è veramente qualcosa che trascende la passione. Non scorderò mai quando lessi per la prima volta su un muro “noi al circo massimo, voi massimo al circo”. Memorabile.

Proviamo a parlare di un altro tipo di derby. Negli ultimi anni si è rinverdita la diatriba dell’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra marciare ad un altro passo rispetto alla Capitale eppure tutti i prodotti culturali più rilevanti degli ultimi anni arrivano da Roma, voi ne siete un esempio ma non l’unico, penso al successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, sintomo di una stagione vivace. Roma riesce ancora a creare immaginario, Milano meno. Tu come te lo spieghi?

Dalla scissione Boldi-De Sica è na caciara. C’è indubbiamente una disparità. Sogno la pace tra le fazioni. Hope for a better tomorrow. 

Passiamo ora a Tommaso Paradiso..

Ciao Tommaso, come si arriva al derby di oggi?

È un derby meno sentito da parte dei laziali perché siamo molto più rilassati e tranquilli dopo il doppio incontro di Coppa Italia. E poi diciamo che è una gara che a livello di classifica non sposta tanto. Noi lo viviamo molto meglio.

Che gara ti aspetti?

Innanzitutto è un po’ strano l’orario, le 12.30, è come se non avesse permesso alla tensione di caricarsi. C’è meno tempo per far salire l’adrenalina. Mi aspetto un derby molto giocato dalla Roma che cercherà di rispettarsi e fare bella figura. Questo tipo di atteggiamento potrebbe rivelarsi positivo per la Lazio perché è una squadra che gioca meglio quando può agire in contropiede.

Eri allo stadio nell’ultimo derby di Coppa Italia?

No, ero a commentarlo in una radio. Ero occupato nel vederlo.

E com’è stato?

É stata l’ennesima goduria che ci togliamo grazie ai cugini.

Tu hai un passato da “laziale militante”. Hai qualche avvenimento della tua vita personale legato alla Lazio?

Ce ne sono tanti. Dalle prime volte allo stadio con mio zio che mi ha fatto diventare laziale, poi c’è stata la fase nella quale scrivevo per “La voce della nord”, la fanzine distribuita in Curva Nord. Quindi sono stato proprio un laziale molto attivo. Da ragazzino andavo in radio quando c’era qualcuno da sostituire, sempre nelle trasmissioni della Lazio. Diciamo che non c’è una partita che salto della Lazio, anche se sono in tour ho il mio Ipad. Devo essere sempre connesso, sia con la Lazio che con il fantacalcio, la domenica viene consacrata al calcio.

Anche nel video di “Sold Out” avete inserito un richiamo alla Lazio? Perché l’abbiamo pensato tutti guardandolo.

No, in realtà assolutamente no. È stata un’idea del regista, lo stesso del videoclip di “Completamente”. Noi abbiamo semplicemente seguito quello che ha deciso il regista. E pensa che la scena dei tifosi, che sfilano con bandiere bianco, celesti e verdi, è stata girata il giorno dopo. Anzi ti dico che io ero anche un po’ scocciato dal fatto che apparisse molto verde, quasi un po’ padano però menomale nessuno l’ha percepito così.

Nell’ultimo anno si sono rinverdite le diatribe sull’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra un passo avanti rispetto alla Capitale da numerosi punti di vista. Eppure i prodotti culturali più importanti arrivano da Roma, voi ne siete un esempio, ma penso anche ai “The Pills” o a “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Come te lo spieghi?

Anche tutta la scena musicale romana è vivace. Proprio qualche giorno fa ho letto una provocazione, c’era qualcuno che si chiedeva se ormai fosse obbligatorio parlare romano nei film. C’è un’ondata di nuovo rinascimento romano che, però, ti devo dire la verità non rinverdisce l’astio sull’asse Roma – Milano. I milanesi e l’hinterland lombardo stanno molto apprezzando questa nuova ondata, tant’è che ai nostri concerti al Nord, ma come a quelli de “I cani” o “Calcutta”, ci sono sempre tante persone che apprezzano il nostro lavoro. Ora tocca a noi costruire le nostre carriere sfruttando la spinta di questa “moda” ma ricordandoci che, come tutte le mode, passerà. E poi dobbiamo dire che noi romani lavoriamo tantissimo con Milano. Lì abbiamo le nostre case discografiche, il nostro management, noi siamo un po’ trapiantati lì.  È come i politici del Nord che devono venire a fare politica a Roma.

Però Milano non si racconta, invece Roma si racconta molto.

Guarda, sto vedendo che si raccontano tante città nelle quali uno passa. Paradossalmente sono meno raccontate le grandi città è si entra molto di più nel dettaglio delle piccole città di provincia o di passaggio. Io, ad esempio, scrivo molto a Milano e di Milano. Ancora di più scrivo sul treno, proprio sull’asse Roma – Milano, che ormai è diventato la mia casa.

Che vinca il migliore…

 

 

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