Squadra di immigrati palestinesi, nel 2014 decise di sostituire sulle maglie il numero 1 con la mappa dell’antica Palestina.

Cile terra di poeti, artisti, commercianti, navigatori e immigrati. Passeggiando per i sobborghi cileni si respira in ogni dove aria di multiculturalismo. Da Santiago del Cile a Valparaìso, le comunità straniere che nel tempo si sono insediate nel paese sudamericano sono numerose e convivono civilmente. Tra queste, dal 1800, e precisamente dal crollo dell’Impero Ottomano in poi, si è insediata la più vasta comunità palestinese fuori dal Medio Oriente, arrivata a contare oggi 500.000 cileno-palestinesi, giunti alla terza generazione. A favorire questi flussi migratori sono state due date importanti: il 1930 e soprattutto il 1948, anno della nascita dello Stato di Israele a seguito della guerra di Palestina. E proprio il conflitto israelo-palestinese nel 2014 ha rischiato di creare un incidente diplomatico senza precedenti tra Santiago del Cile e Gerusalemme. Protagonista della storia è il Club Deportivo Palestino.

Il Deportivo Palestino è un club di calcio fondato nell’agosto del 1920 da un gruppo di immigrati palestinesi a Osorno, città del sud del paese. Tutt’oggi la formazione milita nella prima divisione calcistica cilena, due volte vincitrice del campionato e nel 2016 giunta ai quarti di finale della Copa Libertadores. La maglietta rossa, verde, bianca e nera richiama il tricolore palestinese e crea un legame inscindibile tra i tifosi e la loro lontana terra di origine. Tutti i palestinesi del Cile tifano per questa squadra, formata da soli calciatori di origini palestinesi. La squadra è molto seguita anche in Cisgiordania, specie dopo i fatti accaduti nella stagione 2013/14. A gennaio 2014, durante la stagione in corso, i calciatori del club decisero di scendere in campo con la mappa dell’antica Palestina stampata sulle magliette al posto del numero “1” – per sensibilizzare l’opinione pubblica cilena e mondiale sul conflitto mediorientale.

 

Il gesto suscitò un grande rumore politico, al punto da scomodare organi dell’Onu e a spingere il presidente della comunità ebraica cilena Gerardo Gorodischer ad accusare pubblicamente il fatto: “Sappiamo che la Fifa proibisce gesti simili. Non si può importare il conflitto in Medio Oriente attraverso il calcio, usando lo sport per mentire e odiare” – tuonò il presidente della comunità ebraica. Così la federazione cilena di calcio decise di convocare il presidente Maurice Khamis Massu, di bandire le magliette e infliggere una multa di 15mila dollari ai calciatori.

Pronta la reazione degli “Arabes”, che decisero di scendere in campo con la mappa dell’antica Palestina dipinta sugli avambracci, conquistando ancora di più il cuore dei palestinesi. Quelli di casa, ma soprattutto quelli della Cisgiordania, che comprarono decine di quelle magliette incriminate. «Una vittoria della Palestino è una gioia per i palestinesi che soffrono. I terribili eventi di Gaza hanno rafforzato il nostro legame con la Palestina e con le nostre radici» – dichiarò il presidente Massu per giustificare il gesto. Lo stesso presidente è un membro della “Belen 2000”, fondazione che assegna borse di studio ai bambini palestinesi e invia dottori a lavorare sul territorio.


 

Il gesto e la diatriba non si fermarono al rettangolo di gioco, perché il confronto politico tra lo Stato palestinese in via di riconoscimento mondiale e Israele non è mai terminato. Alla botta segue sempre una risposta. Così, alle pressioni israeliane sulla Federazione cilena, corrisposero i tentativi della Federazione Palestinese Calcio di far espellere Israele dalla FIFA, accusandola di far giocare squadre degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Insediamenti giudicati illegali perché illegale è l’occupazione delle terre secondo l’Onu.

Così, quando il Deportivo Palestino esordì in Copa Libertadores contro il Boca Juniors, l’Estadio Municipal de La Cisterna era pieno di tifosi, che superarono la capienza ufficiale (12mila posti). E a molti chilometri di distanza, nella Cisgiordania che ancora oggi continua a soffrire, i bar con antenna parabolica vennero presi d’assalto dalla popolazione locale per seguire le partite trasmesse in diretta da Al Jazeera. Tutti uniti, da una parte all’altra, col cuore sospeso a rincorrere quel sogno che va ben al di là di una palla che rotola su un prato.

 

 

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