Ricco ma mediocre .La  fotografia scattata dall’Economist sul calcio inglese alla fine del mese di agosto sembra avere avuto una conferma l’altra sera, quando il Chelsea campione d’Inghilterra è uscito letteralmente con le ossa rotte dalla sfida dell’Olimpico contro la Roma. A parte il passivo (3-0) che poteva essere anche più pesante (e se lo fosse stato nessuno avrebbe potuto meravigliarsi), l’impressione che si è avuta guardando giocare gli uomini di Conte è che il Chelsea sia ormai una squadra in declino. Soltanto lontana parente della corazzata schiacciasassi vista la scorsa stagione, in parte riscattatasi con la vittoria di ieri ai danni di Jose Mourinho. Ma Blues a parte,  secondo l’illustre settimanale britannico è l’intero calcio inglese a non essere più quello di una volta. E a confermarlo sarebbero proprio i risultati europei delle squadre inglesi. I quali, a parte la vittoria del Manchester United nell’Europa League dello scorso anno, negli ultimi 5 anni, sono stati alquanto scadenti.

Se è vero, come ricorda anche l’Economist,  che non si vede una squadra inglese disputare una finale di Champions League dal 2012. Quando proprio il Chelsea allenato da Roberto Di Matteo vinse ai rigori la “coppa dalle grandi orecchie“ (la prima della sua storia). Da quel momento in poi, il calcio di Sua Maestà, rispetto al resto dell’Europa, diventerà sempre più ricco in termini di ricavi e stipendi ma più povero invece per quanto riguarda vittorie e trofei. Un declino, da questo punto di vista, che a dire la verità sembra iniziato ormai da oltre un ventennio. Se è vero come racconta la storia degli ultimi anni, che soltanto in 4 occasioni (il Manchester United nel 1999; il Liverpool nel 2005; ancora il Manchester United nel 2008 e infine, appunto, il Chelsea nel 2012) le squadre inglesi sono diventate campione d’Europa. E passando dalle squadre ai singoli, per vedere l’ultimo calciatore della Premier tra i primi 5 candidati a vincere il Pallone d’oro  (Wayne Rooney), bisogna andare indietro fino al 2011.  Per non parlare poi dei risultati della nazionale inglese, che nonostante il terzo posto raggiunto nel ranking FIFA nel 2012, non vince un campionato del mondo dal 1966 e in ambito europeo non è mai andata oltre la semifinale dell’edizione, tra l’altro casalinga, del 1996.



Una moria di risultati che non trova giustificazione alcuna, guardando ai soldi che incassa la Premier e quelli che guadagnano i calciatori che giocano in Inghilterra. Infatti la Premier League è attualmente uno dei campionati più ricchi d’Europa. Che vanta i maggiori introiti da diritti TV (grazie anche a BSkyB l’emittente di Sky operativa in Inghilterra) : infatti nel 2017, come scritto anche da Calcio&Finanza, i 20 club della Premier si sono spartiti la bellezza di 2,39 miliardi di sterline (ad una delle squadre retrocesse il Sunderland sono andati 100 milioni). Ma il calcio inglese è anche uno dei campionati con il tasso di internazionalizzazione più alto. Che non riguarda soltanto i calciatori ma anche manager e proprietari di club. Attualmente, nella Premier, si contano infatti 12 proprietari di club provenienti da altri Paesi. Ma come scrive anche l’Economist le cose potrebbero cambiare una volta che la Brexit sarà finalmente effettiva. Dato che il deprezzamento della sterlina inevitabilmente renderà più onerose anche le operazioni di calciomercato. Per acquistare un top player che gioca in un campionato europeo, ad esempio la nostra serie A, i club inglesi dovranno pagare più soldi. Senza dimenticare che un calciatore, oltre ai risultati scadenti dei club inglesi in ambito europeo, potrebbe avere proprio nella Brexit un’ulteriore ragione per preferire altre destinazioni. E a quel punto chissà proprio, quale sarebbe lo scenario del calcio inglese. Ricco ma (secondo l’Economist) mediocre. Sembra vero insomma: che i soldi non sempre fanno la felicità.

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