«Quello che si sta correndo è il Giro d’Italia numero 100. Ne ho vissuti in prima persona quasi un terzo. Pensandoci, c’è da sentirsi vecchi…». Ne ha di cose da raccontare Davide Cassani, alla vigilia dell’ottava tappa del centesimo Giro dItalia, tutta pugliese, da Molfetta a Peschici. E nella conferenza voluta dal Panathlon club di Molfetta spende immagini, ricordi, emozioni e riflessioni delle sue tre vite spese in bicicletta e per la bicicletta: da corridore, con gli inizi nella Termolan e le 1500 gare successive, passando per 12 Giri d’Italia in sella, proseguendo per l’esperienza da commentatore, fino all’attualità da commissario tecnico della Nazionale Italiana di ciclismo su strada.

Certo, trent’anni sanno essere lunghi, specie se ben pieni. Ma il ct azzurro ne racconta l’inizio come fosse ieri: «Negli anni ’70 ero già innamorato di questo sport, affascinato dal mondo della bicicletta, amavo particolarmente Gimondi: decisi che avrei fatto il corridore. Ho fatto il primo Giro da professionista nel 1982, nella tappa da Palmi a Camigliatello Silano andai anche in fuga ed arrivai terzo, una bella soddisfazione per uno che fino all’anno prima il Giro lo vedeva da spettatore, alla televisione». La televisione che, dopo una tappa vista a bordo strada a Faenza da giovanissimo, aveva rappresentato il tramite per il divampare dell’amore per il ciclismo: «Maggio voleva dire Giro d’Italia, la poltrona, la voce che annunciava l’arrivo del collegamento, la musichetta iniziale, noiosissima, che non vedevo l’ora finisse per vedere la corsa».

Tanta fatica, qualche anno di attesa, poi le braccia finalmente al cielo: «Ci misi nove edizioni per vincere una tappa: fu quella da Città di Castello a Prati, nel 1991, infilai la fuga ed ebbi fortuna. Il Giro è un’avventura fantastica ma durissima: hai 12 ore per recuperare gli sforzi, ci sono giornate in cui anche arrivare al traguardo è un’impresa. In carriera ho percorso 800.000 km, sarei andato sulla luna e tornato in bicicletta».

Dalla luna e ritorno, di tempo per farsi venire brividi d’emozione ce n’è: «Sono stato fortunato a trasformare la passione in lavoro: quando passi sulle tue strade durante un Giro, con la tua gente che ti spinge, ti senti un eroe. Ti dici “cavolo, sono un attore protagonista”, ti senti importante. Non ho mai sognato di essere campione, ma di indossare per un giorno la maglia rosa, quello sì. Questo è un sogno che non ho coronato».

Poi la seconda vita, immediatamente dopo la prima: appena sceso dalla bicicletta per smettere di essere corridore, ecco la nuova veste di co-narratore. «Ho smesso praticamente quando mi ha chiamato la Rai, ero infortunato e ci ho messo un attimo a dire sì. Il primo Giro da commentatore fu a fianco di Adriano De Zan, che era stato l’uomo che mi aveva raccontato il ciclismo quando ero solo un bambino. Era il 1998, il Giro di Marco Pantani, che non partì benissimo. Ma la tappa di Montecampione fu indimenticabile: era l’ultima prima della cronometro in cui sapeva che aveva il rischio di perdere minuti, c’era una salita finale di 20 km, e lui, uno scatto dopo l’altro, si staccò dalle spalle Tonkov a 3,5 km dalla conclusione. Resta una delle telecronache più belle che mi sia capitato di vivere». Un professionista del commento come lui ha la voce ferma, precisa, elegante. Ma quando parla del Pirata, una piccola increspatura c’è, la voce è impercettibilmente rotta dal ricordo. «Era un ragazzo che quando lanciava il cappellino o la bandana, faceva venire la pelle doca».

Nel gennaio del 2014 un’altra chiamata alla quale è stato impossibile dire di no: quella della Nazionale. «Sono cresciuto con il sogno di indossare la maglia azzurra, non potevo non accettare: ci ho pensato due secondi prima di dire di sì». Da ct c’è il rimpianto per quella sfortunatissima prova olimpica che ha tutt’oggi il profumo dell’oro evaporato, ma anche il realismo su un’attualità non semplicissima: «In questo 2017 non ci sono tanti italiani davanti, purtroppo. Del resto non siamo in tanti, c’è il minimo storico di corridori italiani al Giro, mai stati così pochi. In trent’anni il ciclismo è cambiato, tutto era tra italiani, francesi, spagnoli, fiamminghi, ora il ciclismo si è globalizzato, oggi ha vinto un australiano, il favorito per questo Giro è Quintana, un colombiano. E la Colombia vanta 700-800 Under 23, noi ne abbiamo la metà».

Se il futuro del ciclismo italiano appare una strada in salita, per Davide Cassani la ricetta è semplice, e passa per la cultura sportiva, la fidelizzazione, l’avvicinamento dei giovanissimi ai pedali. Non soltanto, o non immediatamente, dal punto di vista competitivo: «Se pure un ragazzo riesce a vincere tutte le corse a disposizione a 10-12 anni, non vuol dire nulla, L’importante è formare, anche buoni direttori sportivi. L’avviamento allo sport in Italia è un problema, la scuola non fa nulla e mi chiedo perché. Lo sport è la medicina migliore…».

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