Cosa porta un uomo a inanellare, una dopo l’altra, esperienze sempre più estreme nella natura selvaggia? E’ qualcosa di innato, di intriso nel DNA? O è semplice voglia di arrivare sempre di più al limite? Secondo alcuni studi, le persone come Danilo Callegari, hanno un particolare caratteristica, una variante genetica DRD4-7R che li caratterizza come persone più portate all’esplorazione. Certo, ma basta tutto ciò? Lo stesso Danilo, ormai conscio di cosa comporta una sfida estrema, ci tiene a precisare che a far si che si realizzi un’avventura fuori dal comune serve altro: “Ogni sogno nasce da una spinta interiore apparentemente inspiegabile, ma che fa parte del nostro io più intimo. La differenza tra riuscire e non riuscire la fanno la volontà, la tenacia e la capacità di resistere”. Conoscendo meglio Danilo, si può capire coso lo ha portato a queste riflessioni interiori.

Danilo Callegari, friulano di 33 anni, è sempre stato un’amante, sin da piccolo dell’avventura. Immerso nella natura, si è fatto “le ossa” come alpinista. A contatto con montagne e sentieri impervi, è riuscito a scoprire questa sua indole per la fatica. Dopo aver fatto anche tre anni nel corpo dei Paracadutisti dell’esercito italiano e cinque mesi di stanza in Iraq, si è dedicato alle imprese estreme, riuscendo a fare dell’avventura una professione. Ha capito che il suo forte desiderio di avventura non poteva lasciarlo da parte. Con intelligenza e preparazione poteva trasformare questa sua passione in professione. Cosi è stato: chiusa una porta si è aperto un portone, con orizzonti infiniti e sempre più estremi.

Danilo ha voluto davvero puntare in alto e non prefissarsi mete che non potessero portarlo davvero al limite. Nel vero spirito avventuriero, che lui definisce cosi: “Lo spirito puro dell’avventura è il confronto intimo tra l’uomo e la natura nelle sue forme più estreme“. Un confronto che lo ha portato a costruire il progetto 7Summits Solo Project, cioè la conquista delle sette vette più alte dei sette continenti, unendo però alla sfida alpinistica vera e propria altrettante sfide di outdoor. La prima spedizione l’ha affrontata nel gennaio 2012: ascesa dei 6962 metri dell’Aconcagua nelle Ande, raggiunto dopo 4500 km in bici fra deserti e altopiani e 280 km in canoa sul Lago Titicaca. Nel dicembre dello stesso anno ha scalato l’Elbrus nel Caucaso (5642 m) e poi ha pedalato per 4000 km fino a casa sua in Italia, costeggiando il Mar Nero, attraversando i boschi della Transilvania e toccando Budapest. Per queste imprese è stato premiato con il Gold Bear come miglior avventuriero del 2013 agli Adventure Awards. La terza missione, Africa Extreme, si è conclusa nel novembre 2015 dopo 29 giorni durissimi, durante i quali ha affrontato 50 km a nuoto in mezzo agli squali dell’Oceano Indiano, senza pause, da Zanzibar a Bagamoyo in Tanzania, poi 1150 km di corsa fino al campo base del Kilimangiaro, divisi in 27 maratone in 27 giorni nella savana, infine la salita e la discesa sulla cima africana più alta (5895 m) senza fermarsi in campi intermedi, completata in 21 ore.

Leggendo queste esperienze si potrebbe pensare che i motivi che spingono Danilo a compiere tutto ciò siano chissà quali, tanto personali quanto intimi. In realtà, la motivazione che lo spinge di più, a detta sua è prettamente sportiva perché il suo intento è riuscire a spostare sempre un po’ più in là l’asticella del limite: “Ho alzato l’asticella dei limiti miei e degli altri, e in questo modo mi sento un riferimento da raggiungere in termini di numeri, distanze, resistenza fisica e mentale”. Un riferimento pagato a duro prezzo, a discapito di rischi che possono segnarti, per sempre. L’ultima esperienza fatta in Africa gli ha fatto vivere momenti davvero difficili: nella prima parte del percorso in Africa, all’uscita dall’acqua dopo i 50 km di nuoto si è trovato in preda a forti giramenti di testa causati dal moto ondoso, nausea e vomito, una pre-sincope per acidosi e una enorme fatica a deambulare. Tanta paura che però in sfide cosi occorre farsela amica: “Quando ho pensato di nuotare di notte in un oceano con una forte presenza di squali avevo molta paura, ma senza di essa non mi sarei mai lanciato in un’avventura così rischiosa. Ho le stesse paure che ha qualunque essere umano, ma io me le pongo come obiettivi da raggiungere e superare”. Un’esperienza come questa, oltre a portare a sperimentare e esplorare luoghi incredibili, può senz’altro rinforzare mente e corpo. Essendo a contatto quotidianamente con una paura estrema, il peso con cui si valutano quelle che si vivono nella quotidianità, cambia enormemente (le situazioni si riesce a leggerle con maggior equilibrio). Un aspetto che può davvero portare ad un cambiamento interiore profondissimo.

La prossima sfida? È già in programma e i preparativi sono già iniziati. Una sfida che ovviamente sarà ancora più estrema. Dove? In Antartide (dovrebbe partire nel 2017). in caso di successo, iscriverebbe il suo nome nei libri di storia. L’avventura in Antartide, essendo molto delicata, ha bisogno della cura di ogni minimo particolare. Infatti Danilo sta provvedendo, da ottimo specialista, a tutto ciò: nello staff ci sono medici, ex campioni sportivi, un nutrizionista, un maestro di yoga indiano e il gruppo che cura la sua comunicazione. Il caso si sa non esiste, ma se esistesse non potrebbe presentarsi in questa spedizione.

Al di là di qualsiasi pensiero, a spingere atleti amanti dell’infinito come lui è il senso profondo, vitale, di conoscere e soprattutto di conoscersi. Nel silenzio, la voce dell’anima esce e se si ha il coraggio di ascoltarla ci rivela la nostra vera essenza. Danilo e gli altri avventurieri immersi nella natura, credo cerchino proprio questo. “Quando ti trovi nel mezzo di una natura così estrema e inospitale, capace di annientarti in una frazione di secondo, riprendi a sentirti quello che sei realmente, un essere microscopico privo di forza. Così capisci che, se ci entri in punta dei piedi e con immenso rispetto, potrai diventarne parte accedendo a una dimensione di cui non riuscirai più a fare a meno“.

I limiti esistono solo nella nostra testa”. (Danilo Callegari)

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FOTO: www.nationalgeographic.it

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