Nel 1996 Damiano Tommasi era un ragazzetto di ventidue anni che lasciava le rive del suo fiume, l’Adige, per andare a stabilirsi su quelle più caotiche e dispersive del Tevere. I suoi primi due anni a Roma non furono semplici: dall’esperienza con l’incompreso Carlos Bianchi alla prima stagione con Zdenek Zeman, per lui inserirsi e farsi apprezzare non fu semplice. Partito come tornante di destra nel 4-4-2 poco elastico del tecnico argentino, l’anno successivo divenne titolare inamovibile dell’iper dinamico centrocampo a tre della prima Roma zemaniana. Fu soprattutto durante questa esperienza che Tommasi dovette tirare a lucido tutto il suo carattere. Non tanto per il sacrificio che il tecnico boemo chiedeva ai suoi giocatori in allenamento e durante la partita, quanto per la valanga di critiche che il pubblico dell’Olimpico in quell’anno gli riservava a causa degli errori di misura che spesso commetteva.



Difficile, ancora oggi, capire il perché di quella stagione contraddittoria, nella quale anche il presidente Franco Sensi, per tutelare quello che rimaneva un patrimonio della società, dichiarò alla stampa che il tecnico, di calciatori come Tommasi, ne avrebbe voluti a vagoni. Forse l’emozione di trovarsi a confronto con le aspettative del grande pubblico, probabilmente la mancanza di lucidità che comporta la grande spesa di energie nel gioco di centrocampo o più semplicemente un periodo di forma non ottimale. Fatto sta che nel 1997-98 Tommasi venne spesso fischiato al primo tocco di palla che faceva in partita. Al suo posto moltissimi altri ragazzi, soprattutto di quell’età, avrebbero ceduto allo sconforto, si sarebbero ribellati in maniera scomposta o si sarebbero accordati con la società per una cessione.

Non lui, che dall’anno successivo, a furia di corse e di silenzi, senza mai chinare la testa riuscì a conquistare il pubblico diventando quello che “gioca bene, gioca male, lo vogliamo in Nazionale”. Alla quale arrivò col suo soprannome di “anima candida” per il suo modo di giocare in campo e vivere la vita fuori. Intendiamoci: Tommasi non era un abatino. Quando le circostanze lo richiedevano, ricorreva senza mezzi termini al gioco duro. Non scorretto, però: mai un’entrata per fare male, mai un intervento sulla gamba. Del quale, anzi, fu vittima in un’amichevole estiva del 2004 per opera di tal Gerry Taggart, scomposto e avventato difensore nordirlandese, che fece a brandelli il ginocchio di Damiano. Da mani nei capelli la prognosi all’epoca stilata dai medici: rottura del crociato anteriore e posteriore, del collaterale mediale interno e esterno, di due menischi, infrazione dei condili, del piatto tibiale e distacco dei muscoli popliteo e flessori. Altra situazione che avrebbe portato chiunque, all’età di trent’anni e con una carriera professionale più che soddisfacente alle spalle, a dire basta, a non proseguire. Anche in quel frangente, Tommasi dimostrò di essere uomo dalla tempra diversa: armato di fede e degli insegnamenti che aveva tratto osservando l’Adige e il Tevere, era consapevole che tempo e pazienza possono sanare anche le ferite più profonde. Tornò a giocare dopo oltre un anno, vincendo una scommessa con se stesso e la società che gli costò il minimo sindacale dello stipendio.

Oggi, dopo quasi sette anni al comando dell’Associazione Italiana Calciatori, Damiano Tommasi si candida alla presidenza della FIGC. Cosa può dare al movimento calcistico italiano? Innanzitutto uno spessore umano che i suoi predecessori non hanno dimostrato di avere. Una credibilità comportamentale guadagnata durante un percorso professionale che lo ha visto prima calciatore e successivamente difensore dei loro diritti. Un uomo di campo, come da tempo auspicato da più parti, che conosce nel dettaglio le esigenze e le problematiche del calcio e di quello che gli ruota attorno, in grado di proporre soluzioni capaci di contemperare gli interessi dei diversi stakeholder coinvolti nelle decisioni che la FIGC dovrà adottare.
Un uomo giovane, con la possibilità, quindi, di rappresentare anche all’estero un’immagine del calcio italiano diversa rispetto a quella che abbiamo esportato fino alla mancata qualificazione della nostra nazionale ai prossimi mondiali di Russia. E, ultimo ma non meno importante, un approccio etico alle situazioni che possa garantire piani di sviluppo strutturati e sostenibili del nostro calcio che possano dare risultati positivi e tangibili nel medio-lungo periodo.
La candidatura di Tommasi non ha scaldato i cuori delle componenti elettive della Federazione. Ma ha almeno rotto gli indugi portando alla seconda candidatura ufficiale: quella di Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro. Probabilissima anche l’imminente candidatura di Cosimo Sibilia, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, anch’egli molto freddo all’annuncio di Damiano. La campagna elettorale che porterà al prossimo 29 gennaio è ufficialmente aperta: Tommasi, con anima candida, è pronto a dire la sua.

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