Questa è la storia di una moltitudine di cuori che si sono fermati in riva al Tirreno. Ma anche di migliaia di sciarpe tese al cielo a solfeggiare sulle note di “Vattene amore” (colonna sonora del ritorno della Salernitana in B, nel 1990) e di uno stadio bollente, che per circa sessant’anni ha fatto da proscenio alla passione viscerale – quasi psichedelica – di una città per la sua squadra di calcio. Malgrado di vittorie e soddisfazioni Salerno ne abbia vissute poche, soprattutto al cospetto di delusioni cocenti. Salerno è una principessa affamata di calcio che spesso si specchia, guardandosi con una velata malinconia: una mesta retrocessione in C, nel 2010, proprio nell’annata dei novant’anni. Una finale playoff per la B persa col Verona, nel 2011, e il seguente fallimento con la ripartenza dai dilettanti. Una promozione in A, quella del 1998, a cinquantuno anni dalla prima e unica apparizione in massima divisione, con una festa sopita per le 160 vittime dell’alluvione di Sarno e Quindici. Una retrocessione, l’annata successiva, tragica, segnata dai quattro ragazzi morti sul treno al ritorno dalla cruciale sfida di Piacenza. Se il fatalismo esiste, il popolo granata ne ha avuto sempre una massiccia riprova sulla propria pelle.

Donato Vestuti è il nome di uno storico giornalista ebolitano d’inizio ‘900, fondatore del Foot-Ball Club Salerno, una delle prime squadre cittadine, nata nel 1913. Ma è soprattutto il nome dato nel 1952 all’allora stadio Comunale, informalmente detto campo Renato Casalbore (in omaggio al giornalista salernitano morto nella Tragedia di Superga) e in origine Campo del Littorio, realizzato dall’ingegnere razionalista Camillo Guerra. Sicuramente una delle opere sportive più importanti e longeve realizzate dal fascismo. Nonché erede del primo campo della città, quello di Piazza d’Armi. Quello dove i campani hanno visto per la prima volta la Serie A, nel 1947, guidati da Gipo Viani, il fautore del “Vianema”, antenato del moderno “Catenaccio”. Incastonato tra i palazzi, a poche centinaia di metri dalla stazione e teatro di vere e proprie battaglie sportive per oltre mezzo secolo. “La fossa dei leoni” lo hanno ribattezzato in molti. Con la Curva Nuova (la Sud), come la chiamavano i frequentatori, a fungere da vero e proprio cuore pulsante per il tifo.

Uno che il Vestuti se lo ricorda bene e che nell’immaginario collettivo dei tifosi granata rappresenta il guerriero per antonomasia (assieme al compagno di reparto, il compianto Angelo Del Favero) è senza dubbio il difensore Maurizio Di Fruscia, a Salerno dal 1981 al 1985 ed ora architetto: “La mia attuale professione – esordisce – mi ha portato a conoscere le due realtà nevralgiche della città, dove la collettività si rappresenta: l’orfanotrofio Serraglio e il Vestuti, per l’appunto. Uno stadio che è stato un generatore di vita. Non dimentichiamoci che nasce durante il ventennio, su un terreno che non era del comune. Pertanto si rese necessario un esproprio, addirittura quando è uscito fuori il progetto di restyling in molti hanno chiesto vecchissimi indennizzi per gli appezzamenti persi. Si dice che là sotto ci fosse un antico cimitero e questo tante volte è stato assimilato alle sfortune calcistiche dei granata. Per contro credo che l’Arechi, per la sua grandezza e la sua lontananza dal centro – sostiene – abbia segnato uno scollamento tra tutte le componenti. Ai miei tempi c’era una vera e propria opera collettiva per costruire la squadra che rappresentava Salerno”. Il legame liturgico tra città e squadra colpì subito il difensore: “Agli allenamenti mattutini venivano tantissimi tifosi. Chi arrivava dal Nord – dice ironicamente – si chiedeva come mai nessuno lavorasse. All’esordio in campionato ci furono tantissimi fuochi pirotecnici e i giocatori che non erano abituati a questo folklore avevano quasi paura”. Una fucina di racconti e aneddoti: “Oggi – riflette – si vogliono costruire i personaggi per avere delle storie, prima c’erano sia i personaggi che le storie. Tutto autentico. Se ci fossero stati i media attuali avremmo potuto raccontare all’infinito. Per dirne una cito Massimo Bertinato, attaccante che arrivò da Bolzano nel 1983 e fu messo in coppia con Claudio Cianchetti, originario di Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone. Il primo una persona riservata e salutista, il secondo fumava a iosa e mangiava abbondantemente. Fondamentalmente eravamo un insieme di diversità con l’unico scopo di divertirci. La domenica si metteva in moto un meccanismo felliniano; ricordo i tantissimi bagarini contestualmente all’assenza di un direttore generale. I soldi venivano messi sparsi su un tavolo dietro ai botteghini. A noi queste cose facevano sorridere”.

Il rapporto con la città. “Prima vivevi Salerno a tutto tondo – evidenzia – e anche se trovavi qualcuno ad aspettarti alla macchina per lamentarsi delle prestazioni, non è mai successo nulla. La salernitanità è un qualcosa di radicato e mi continuo a domandare perché, anche oggi, non si voglia affidare la squadra a qualcuno che ne rispetti profondamente la storia e la utilizzi anche come un fattore positivamente produttivo. Le potenzialità sono ai livelli delle grandi piazze. Ho guardato dei documenti del comune di Salerno risalenti agli anni ’60: il club calcistico veniva liberamente finanziato, esattamente come una festa popolare o un bene pubblico. Questo lascia intuire come venga considerata la società in città. Il rapporto con i tifosi era carnale”. A tal proposito: “Una volta, durante la stagione 1982/1983, arrivai al Vestuti e non trovai nessuno. Quell’anno avevamo una squadra fortissima, ma la prima parte con Lojacono allenatore fu davvero pessima, mentre con Marino Perani ci riprendemmo. Chiesi spiegazioni e mi dissero che erano passati da poco i portuali, il vero e proprio zoccolo duro del tifo, che simpaticamente ricordo in ogni angolo della città impegnati nella vendita di una parte delle banane che arrivavano via mare. Non erano contenti delle nostre prestazioni e chiesero al presidente di mandarci in ritiro a Fisciano. La sera ci trovammo in un vero e proprio faccia a faccia con loro nella hall dell’hotel e il ritiro finì solo un mese dopo, quando facemmo 0-0 in casa e Zaccaro sbagliò un rigore allo scadere. Il presidente Troisi voleva continuare il ritiro ma quando capì l’impegno che stavamo mettendo, anche ascoltando le nostre rimostranze, fece un passo indietro. È un segnale di umanità che ormai manca al calcio”. Ovviamente non tutti i rapporti con gli allenatori sono stati idilliaci: “Su Lojacono – spiega – posso ricordare un episodio: dovevamo giocare a Caserta e andammo in ritiro a Serino. La sera, aprendo la porta di una stanza d’albergo, scopro che lui e altri cinque giocatori stavano decidendo di farmi fuori. Ovviamente la mattina dopo c’è stata una discussione tra me e lui. Anche se personalmente quello con cui non mi sono mai preso è Gian Piero Ghio (1984/1985). Lui – racconta – voleva annientare tutte le bandiere della squadra, essendo fermamente convinto che l’allenatore dovesse essere il primo protagonista, quindi mise in panchina me, Del Favero e Zaccaro. Emblematica quell’anno la partita con il Benevento: stavamo 0-0, al secondo tempo, spinto dallo stadio, manda dentro Zaccaro che fa gol, correndo verso la panchina per esultare. Ghio si era preparato ad abbracciarlo, lui invece lo evitò e venne da me. Poco dopo anche io fui buttato nella mischia facendo finta di darmi delle indicazioni, con il Vestuti che mi inneggiava”.

Con Del Favero (scomparso nel 2001) invece prendeva vita una delle coppie difensive più rudi e arcigne di tutta la Serie C: “Eravamo simili anche a livello fisionomico – ricorda – tanto che spesso gli arbitri ci scambiavano. Il feeling nacque anche per i nostri caratteri compatibili. E comunque in quegli anni la squadra era sempre affiatata, perché dovevamo sopperire alla disorganizzazione societaria. Ricordo quanto Troisi lanciò la campagna abbonamenti nel 1981/1982 e in pochi aderirono. Poi in panchina il navigato Romano Mattè si avvicendò a Luigi Gigante (a sua volta in sostituzione di Antonio Giammarinaro) e il presidente dovette bloccare la sottoscrizione degli abbonamenti perché terminati. Erano anche anni in cui non ci si scandalizzava per tante cose. Prima – ammette – sul contratto ti mettevano il minimo e il resto era tutto in nero: cambiali, assegni, automobili etc etc. Però posso dirvi che, almeno a Salerno, chi giocava a pallone veniva obbligato a studiare per prendersi il diploma. E questo ha cementato ancor più i nostri rapporti. Venne gente come il portiere Marconcini, che tutti additavano come uno sregolato ma che in realtà era un grandissimo professionista e a tutt’oggi detiene il record di imbattibilità alla Salernitana: 829 minuti nella stagione 1980/1981. Passando per i vari Di Venere, Belluzzi e Lombardi non posso dimenticare il massaggiatore Bruno Carmando, che per me rappresenta la salernitanità completa. Ti entrava nell’anima e ti convinceva a fare una cosa anche se non eri predisposto. Altra icona per me è Vincenzo Zucchini, che dal 1981 al 1983 ha fatto il capitano. Ci ho dormito un anno assieme. Ero un tipo parecchio vivace e la notte spesso rincasavo tardissimo svegliandolo. Eppure non ha mai avuto una parola avversa nei miei confronti. Infine davvero indimenticabile restano le invasioni di campo e le incursioni negli spogliatoi di un giovanissimo (e tifosissimo) Eziolino Capuano. Noi eravamo dei bambinoni giocosi e accettavamo tutto questo di buon grado”.

Di Bartolomei, invece, è il nome di un capitano. Il capitano di una Salernitana destinata a rimanere sui libri di storia dei calciofili. Di Bartolomei e il Vestuti ammainano le proprie bandiere, le proprie storie e il proprio legame viscerale con la sfera di cuoio il 3 giugno 1990, quando i campani conquistano la matematica promozione in B contro il Taranto. Per Ago è l’ultima in carriera, mentre il Vestuti cederà il passo al nuovissimo stadio Arechi.

Bruno Incarbona, difensore classe 1964, al Vestuti ha giocato dal 1988 al 1990. Due stagioni distinte: la prima segnata dalla guida di Antonio Pasinato, vera e propria leggenda a Salerno. La seconda sotto la guida di Giancarlo Ansaloni, che coincise con il ritorno in cadetteria. “Avevamo un gruppo di giocatori fantastico– esordisce Incarbona -. L’arrivo di Ansaloni è stato determinante per l’unione tra noi. Con Lucchetti e Donatelli, invece, abbiamo aumentato il nostro tasso tecnico. Era uno spogliatoio composto da veri e propri matti. Ricordo i continui ed estenuanti scherzi tra me, Ferrara e il buon Bruno Carmando. Una delle “folli” trovate fu decidere che a chi avesse portato per più di due giorni lo stesso pantalone o la stessa tutti avremmo tagliato questi indumenti con le forbici”. Incarbona non può far a meno di soffermarsi su Di Bartolomei: “Con Agostino ho avuto un rapporto particolare – racconta – anche perché la domenica sera tornavamo a Roma insieme. Non era da tutti riuscire ad entrarci in sintonia, ma se ciò avveniva lui si apriva a 360 gradi.  Mi raccontò della finale di Coppa dei Campioni, contro il Liverpool. Di quando andò sul dischetto e Grobbelaar si muoveva per innervosirlo. Mi disse che ancor prima di segnare voleva colpirlo, per fargli male. Questo rientrava nella sua accezione seria e professionale del lavoro. Un uomo colto, educato, che si interessava di tutto. Io non ho conosciuto personalmente Scirea, ma sono certo che fossero molto simili. Quando venne messo fuori rosa da Pasinato, il primo anno, non disse mai una parola fuori posto”.

L’annata del ritorno tra i cadetti per Incarbona ha delle tappe fondamentali e il Vestuti come protagonista: “Quando, prima di venire a Salerno, entravo in quello stadio da avversario – ammette – provavo timore: gradinate sempre piene e tifo caldissimo. In quella stagione ricordo due momenti chiave: il primo è la “drammatica” partita in casa con il Palermo, alla terz’ultima giornata. Una sconfitta per 0-2 che mise a rischio la promozione diretta e in ansia tutta la città. La seconda la vittoriosa partita di Brindisi, una settimana dopo, grazie a un bellissimo gol di collo esterno realizzato da Di Bartolomei. Fu il successo che ufficiosamente ci consegnò la B”. Promozione che arrivò la giornata seguente, al Vestuti contro il Taranto. In un incontro che, per chi ama curiosità e statistiche, venne diretto da un giovanissimo Graziano Cesari. Un successo targato Giancarlo Ansaloni, scomparso solo qualche mese fa:È stato un ottimo gestore – svela Incarbona – c’erano tanti giocatori di carattere come Battara, Lucchetti, Di Bartolomei e Donatelli e giovani promettenti come Carruezzo. L’anno successivo, per me, fu un errore smantellare una squadra che aveva fatto benissimo e si conosceva a memoria. Purtroppo arrivò la retrocessione nello spareggio di Pescara con il Cosenza”.

Ma lo stadio Donato Vestuti è anche celebre per un triste record: il primo morto del calcio italiano. Giuseppe Plaitano, ucciso da un proiettile vagante il 28 aprile del 1963, durante Salernitana-Potenza. Così ricorda quella giornata uno storico tifoso: “La partita era determinante per andare in B – dice -. Una sfida fino a quel momento tranquilla. Potentini e salernitani erano mischiati, non c’era tifo organizzato. Il 28 aprile era una giornata importante, perché segnata dalle elezioni politiche. Contemporaneamente al San Paolo, dove il Napoli era impegnato con il Modena, ci furono incidenti e invasioni di campo, molto probabilmente legate proprio alla tornata elettorale. Tuttavia quanto successo al Vestuti va assolutamente astratto da quel contesto. Io avevo dodici anni. Nel secondo tempo ricostruiscenon viene dato un rigore alla salernitana. Un tifoso scavalca in campo dai distinti, agevolato dalla totale assenza di inferriate, e prende la bandierina del calcio d’angolo. Due poliziotti lo fermano, tirando fuori i manganelli e conducendolo fuori dal campo. Lo pestano a sangue arrestandolo, lui si rivolge alla tribuna e grida: “Avete visto cosa mi hanno fatto?”. Da quel momento inizia un parapiglia. Allora si andava allo stadio in giacca e cravatta, così ricordo tutti questi signori ben vestiti scendere in campo alla ricerca dell’arbitro – il signor Gandiolo di Alessandriail quale rimedia un cazzottone riuscendo però a rifugiarsi negli spogliatoi. Tuttavia la miccia è ormai innescata e nel campo si consumano violenti scontri con le forze dell’ordine. Sono i primi veri scontri da stadio in Italia. A questo punto entrano le jeep della polizia e cominciano un grande carosello per tutto il campo. Addirittura il Questore viene travolto. Altri poliziotti lanciano lacrimogeni a raffica mentre altri sparano in aria per sedare la folla inferocita”. Uno di questi proiettili colpisce proprio l’inerme Giuseppe Plaitano, 48 anni ex Maresciallo della Marina. È il primo morto del calcio italiano. “Per due giorni la polizia non poté uscire per Salerno, furono i soli Carabinieri a mantenere l’ordine pubblico”, ricorda il tifoso. I supporter campani lo omaggeranno con uno dei gruppi più importanti della curva: gli Ultras Plaitano.

Logico che per un bambino questo rimanga un ricordo difficile da scalfire. Ma “la fossa dei leoni” è stata ovviamente la casa della gioventù salernitana. Dove tra gioie e dolori sono cresciute intere generazioni: “Ci sono state partite indimenticabili – ricorda – rivalità immense con Cavese, Nocerina e Casertana. Con questi ultimi ricordo la partita di ritorno, a casa nostra, nel 1989/1990: loro erano parecchi, la squadra stava andando bene. La polizia dovette rimandarli indietro perché non riuscì a garantire l’ordine. Il Vestuti era quasi impossibile da controllare. Troppo incastonato tra le case, poche vie di fuga e una tifoseria letteralmente invasata. Sempre in quegli anni ricordo il rifiuto dei giocatori del Cosenza di scendere dal pullman, dopo che al loro arrivo erano stati letteralmente assaltati”. Sono gli anni dei Panthers prima e della Granata South Force (GSF) poi, con le cinque punte come simbolo a rappresentare i cinque gruppi fondatori (Fighters, Fedayn, Warriors, Ultras e per l’appunto Panthers) e le storiche sedi di Via Indipendenza e Via Zara, laddove restano ancora vivi i ricordi attraverso bellissimi e incancellabili murales. I Panthers festeggiano quest’anno le loro quaranta primavere e lo fanno da protagonisti, restando vivi nella mente di chi ha cavalcato la propria gioventù portando per l’Italia il nome di Salerno. Sono gli anni di Carmine Rinaldi, al secolo “Siberiano”. Leggendario capo della tifoseria granata conosciuto per tutto lo Stivale e scomparso nel 2010, il cui feretro venne onorato da una toccante cerimonia svoltasi al Vestuti, tornato per l’occasione fulcro del tifo cittadino.

 

 

Un altro che la maglia granata se l’è tatuata sulla pelle è Ciro Ferrara, cresciuto nel Napoli, proprio nella stessa rosa dell’omonimo poi sbarcato alla Juventus (per distinguerli gli erano stati appioppati due soprannomi: Don Antonio al primo, per la vaga somiglianza con Totò e Stielike al secondo per quella con l’ex giocatore tedesco): “Sono arrivato a Salerno nel 1986 – rammenta –  e sicuramente il 1989 è stato l’anno più esaltante. Lo stadio sempre gremito, nell’ultima partita i presenti superavano abbondantemente quelli consentiti dalla capienza. Avrebbe meritato maggiore manutenzione negli anni, essendo un vero monumento cittadino. Mi ritengo un salernitano d’adozione – afferma -, essendo cresciuto nel Napoli venivo da un ambiente ovattato. In quegli anni la C era piena di piazze calde e ho vissuto tante giornate terribili, in cui tornavamo con tutti i vetri del pullman rotti. Quando sono riuscito a superare l’impatto e a giocare con regolarità ho capito di poter diventare un calciatore”.

Pietro Nardiello è uno scrittore, che ha avuto il merito di narrare Agostino Di Barolomei attraverso gli occhi del tifoso, con il libro “Guidaci ancora Ago” (frase ripresa dallo striscione esposto dagli ultras Salernitani nella semifinale playoff disputata all’Olimpico contro la Lodigiani il 5 giugno 1994, esattamente sei giorni dopo che l’ex capitano romanista e granata si tolse la vita). “Arrivò a Salerno con molta umiltà – racconta – . Quando gli chiesero cosa ne pensava della sua nuova squadra, al contrario di quanto accade oggi, disse che ancora doveva conoscere la città e l’ambiente, benché si fosse trasferito soprattutto perché la moglie è di Castellabate. Ha conquistato la fascia da capitano da professionista. Non si pensi che i dissidi ci furono solo con Pasinato. Mi piace ricordare quando Ansaloni gli comunicò che a San Benedetto del Tronto non avrebbe giocato; lui rispose che se non era in grado di scendere in campo sarebbe andato in tribuna. Giurando di non far uscire nulla sui giornali. Oppure quando dopo Salernitana-Taranto dichiarò che la squadra non avrebbe partecipato ad eventi pubblici organizzati dalla società, a causa del mancato rimborso dei premi promozione. Su questospiega –  il presidente Soglia specificherà sempre di non aver fatto alcuna promessa. Forse si era trattato solo di un impegno verbale, ma per Agostino valeva come un contratto firmato col sangue. C’è da dire che forse, nella fattispecie, la squadra sbagliò, tuttavia il nocciolo della questione è che Di Bartolomei, che aveva ormai annunciato il proprio ritiro, non abbandonò i compagni di squadra e li spalleggiò fino all’ultimo momento”. Un capitano che riusciva a comunicare con il silenzio: “Lo usava per esprimere ogni sentimento. Come quando comunicò a Marco Pecoraro che l’anno successivo sarebbe stato a lui a indossare la fascia”.

 

 

Ovviamente Nardiello ha lasciato una parte del suo cuore sulle gradinate del Vestuti: “È stato un tempio paganoafferma -. Recarsi allo stadio alle 14.30 d’inverno e alle 16 d’estate era un vero e proprio rito. Un punto di riferimento, soprattutto per la Salerno degli anni ’80 che offriva davvero poco o niente a noi ragazzi. C’era un collante, quello dell’amicizia, che univa giovani di ogni luogo della città. Topograficamente era uno stadio difficile da gestire: complicato entrare, ancor più arduo uscire. Non a caso negli anni ci furono tantissimi incidenti, anche perché non esistevano grandi divisori. Un luogo d’amore, dove non si è vinto nulla, se si fa eccezione per le due promozioni in A (1947 e 1998) e qualcuna in B. Al Vestuti ho lasciato la mia adolescenza, la mia gioventù e le mie speranze; a 21 anni sono emigrato per lavoro. A livello societario sono stai anni terribilisvelal’incasso veniva regolarmente sequestrato dalla finanza per problemi economici, tanto che ricordo benissimo l’addetto al botteghino passare sotto la curva seguito dai gendarmi pronti ad appropriarsi del ricavato dei biglietti. Però c’era l’illusione di poter sognare, ad agosto avevamo sempre vinto il campionato. Certo, l’Arechi ci ha dato l’opportunità di esser conosciuti dall’Italia intera, anche grazie alla Serie A conquistata da Delio Rossi.”.

Questo articolo è dedicato a Ciro, Vincenzo, Giuseppe e Simone. I ragazzi che il 24 maggio 1999 persero la vita sul treno di ritorno dall’ultima trasferta in A della Salernitana giocata a Piacenza.

 

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