Connettiti con noi

Calcio

Dall’omicidio Plaitano a capitan Di Bartolomei: amori, tragedie e aneddoti al Vestuti di Salerno

Simone Meloni

Published

on

Questa è la storia di una moltitudine di cuori che si sono fermati in riva al Tirreno. Ma anche di migliaia di sciarpe tese al cielo a solfeggiare sulle note di “Vattene amore” (colonna sonora del ritorno della Salernitana in B, nel 1990) e di uno stadio bollente, che per circa sessant’anni ha fatto da proscenio alla passione viscerale – quasi psichedelica – di una città per la sua squadra di calcio. Malgrado di vittorie e soddisfazioni Salerno ne abbia vissute poche, soprattutto al cospetto di delusioni cocenti. Salerno è una principessa affamata di calcio che spesso si specchia, guardandosi con una velata malinconia: una mesta retrocessione in C, nel 2010, proprio nell’annata dei novant’anni. Una finale playoff per la B persa col Verona, nel 2011, e il seguente fallimento con la ripartenza dai dilettanti. Una promozione in A, quella del 1998, a cinquantuno anni dalla prima e unica apparizione in massima divisione, con una festa sopita per le 160 vittime dell’alluvione di Sarno e Quindici. Una retrocessione, l’annata successiva, tragica, segnata dai quattro ragazzi morti sul treno al ritorno dalla cruciale sfida di Piacenza. Se il fatalismo esiste, il popolo granata ne ha avuto sempre una massiccia riprova sulla propria pelle.

Donato Vestuti è il nome di uno storico giornalista ebolitano d’inizio ‘900, fondatore del Foot-Ball Club Salerno, una delle prime squadre cittadine, nata nel 1913. Ma è soprattutto il nome dato nel 1952 all’allora stadio Comunale, informalmente detto campo Renato Casalbore (in omaggio al giornalista salernitano morto nella Tragedia di Superga) e in origine Campo del Littorio, realizzato dall’ingegnere razionalista Camillo Guerra. Sicuramente una delle opere sportive più importanti e longeve realizzate dal fascismo. Nonché erede del primo campo della città, quello di Piazza d’Armi. Quello dove i campani hanno visto per la prima volta la Serie A, nel 1947, guidati da Gipo Viani, il fautore del “Vianema”, antenato del moderno “Catenaccio”. Incastonato tra i palazzi, a poche centinaia di metri dalla stazione e teatro di vere e proprie battaglie sportive per oltre mezzo secolo. “La fossa dei leoni” lo hanno ribattezzato in molti. Con la Curva Nuova (la Sud), come la chiamavano i frequentatori, a fungere da vero e proprio cuore pulsante per il tifo.

Uno che il Vestuti se lo ricorda bene e che nell’immaginario collettivo dei tifosi granata rappresenta il guerriero per antonomasia (assieme al compagno di reparto, il compianto Angelo Del Favero) è senza dubbio il difensore Maurizio Di Fruscia, a Salerno dal 1981 al 1985 ed ora architetto: “La mia attuale professione – esordisce – mi ha portato a conoscere le due realtà nevralgiche della città, dove la collettività si rappresenta: l’orfanotrofio Serraglio e il Vestuti, per l’appunto. Uno stadio che è stato un generatore di vita. Non dimentichiamoci che nasce durante il ventennio, su un terreno che non era del comune. Pertanto si rese necessario un esproprio, addirittura quando è uscito fuori il progetto di restyling in molti hanno chiesto vecchissimi indennizzi per gli appezzamenti persi. Si dice che là sotto ci fosse un antico cimitero e questo tante volte è stato assimilato alle sfortune calcistiche dei granata. Per contro credo che l’Arechi, per la sua grandezza e la sua lontananza dal centro – sostiene – abbia segnato uno scollamento tra tutte le componenti. Ai miei tempi c’era una vera e propria opera collettiva per costruire la squadra che rappresentava Salerno”. Il legame liturgico tra città e squadra colpì subito il difensore: “Agli allenamenti mattutini venivano tantissimi tifosi. Chi arrivava dal Nord – dice ironicamente – si chiedeva come mai nessuno lavorasse. All’esordio in campionato ci furono tantissimi fuochi pirotecnici e i giocatori che non erano abituati a questo folklore avevano quasi paura”. Una fucina di racconti e aneddoti: “Oggi – riflette – si vogliono costruire i personaggi per avere delle storie, prima c’erano sia i personaggi che le storie. Tutto autentico. Se ci fossero stati i media attuali avremmo potuto raccontare all’infinito. Per dirne una cito Massimo Bertinato, attaccante che arrivò da Bolzano nel 1983 e fu messo in coppia con Claudio Cianchetti, originario di Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone. Il primo una persona riservata e salutista, il secondo fumava a iosa e mangiava abbondantemente. Fondamentalmente eravamo un insieme di diversità con l’unico scopo di divertirci. La domenica si metteva in moto un meccanismo felliniano; ricordo i tantissimi bagarini contestualmente all’assenza di un direttore generale. I soldi venivano messi sparsi su un tavolo dietro ai botteghini. A noi queste cose facevano sorridere”.

Il rapporto con la città. “Prima vivevi Salerno a tutto tondo – evidenzia – e anche se trovavi qualcuno ad aspettarti alla macchina per lamentarsi delle prestazioni, non è mai successo nulla. La salernitanità è un qualcosa di radicato e mi continuo a domandare perché, anche oggi, non si voglia affidare la squadra a qualcuno che ne rispetti profondamente la storia e la utilizzi anche come un fattore positivamente produttivo. Le potenzialità sono ai livelli delle grandi piazze. Ho guardato dei documenti del comune di Salerno risalenti agli anni ’60: il club calcistico veniva liberamente finanziato, esattamente come una festa popolare o un bene pubblico. Questo lascia intuire come venga considerata la società in città. Il rapporto con i tifosi era carnale”. A tal proposito: “Una volta, durante la stagione 1982/1983, arrivai al Vestuti e non trovai nessuno. Quell’anno avevamo una squadra fortissima, ma la prima parte con Lojacono allenatore fu davvero pessima, mentre con Marino Perani ci riprendemmo. Chiesi spiegazioni e mi dissero che erano passati da poco i portuali, il vero e proprio zoccolo duro del tifo, che simpaticamente ricordo in ogni angolo della città impegnati nella vendita di una parte delle banane che arrivavano via mare. Non erano contenti delle nostre prestazioni e chiesero al presidente di mandarci in ritiro a Fisciano. La sera ci trovammo in un vero e proprio faccia a faccia con loro nella hall dell’hotel e il ritiro finì solo un mese dopo, quando facemmo 0-0 in casa e Zaccaro sbagliò un rigore allo scadere. Il presidente Troisi voleva continuare il ritiro ma quando capì l’impegno che stavamo mettendo, anche ascoltando le nostre rimostranze, fece un passo indietro. È un segnale di umanità che ormai manca al calcio”. Ovviamente non tutti i rapporti con gli allenatori sono stati idilliaci: “Su Lojacono – spiega – posso ricordare un episodio: dovevamo giocare a Caserta e andammo in ritiro a Serino. La sera, aprendo la porta di una stanza d’albergo, scopro che lui e altri cinque giocatori stavano decidendo di farmi fuori. Ovviamente la mattina dopo c’è stata una discussione tra me e lui. Anche se personalmente quello con cui non mi sono mai preso è Gian Piero Ghio (1984/1985). Lui – racconta – voleva annientare tutte le bandiere della squadra, essendo fermamente convinto che l’allenatore dovesse essere il primo protagonista, quindi mise in panchina me, Del Favero e Zaccaro. Emblematica quell’anno la partita con il Benevento: stavamo 0-0, al secondo tempo, spinto dallo stadio, manda dentro Zaccaro che fa gol, correndo verso la panchina per esultare. Ghio si era preparato ad abbracciarlo, lui invece lo evitò e venne da me. Poco dopo anche io fui buttato nella mischia facendo finta di darmi delle indicazioni, con il Vestuti che mi inneggiava”.

Con Del Favero (scomparso nel 2001) invece prendeva vita una delle coppie difensive più rudi e arcigne di tutta la Serie C: “Eravamo simili anche a livello fisionomico – ricorda – tanto che spesso gli arbitri ci scambiavano. Il feeling nacque anche per i nostri caratteri compatibili. E comunque in quegli anni la squadra era sempre affiatata, perché dovevamo sopperire alla disorganizzazione societaria. Ricordo quanto Troisi lanciò la campagna abbonamenti nel 1981/1982 e in pochi aderirono. Poi in panchina il navigato Romano Mattè si avvicendò a Luigi Gigante (a sua volta in sostituzione di Antonio Giammarinaro) e il presidente dovette bloccare la sottoscrizione degli abbonamenti perché terminati. Erano anche anni in cui non ci si scandalizzava per tante cose. Prima – ammette – sul contratto ti mettevano il minimo e il resto era tutto in nero: cambiali, assegni, automobili etc etc. Però posso dirvi che, almeno a Salerno, chi giocava a pallone veniva obbligato a studiare per prendersi il diploma. E questo ha cementato ancor più i nostri rapporti. Venne gente come il portiere Marconcini, che tutti additavano come uno sregolato ma che in realtà era un grandissimo professionista e a tutt’oggi detiene il record di imbattibilità alla Salernitana: 829 minuti nella stagione 1980/1981. Passando per i vari Di Venere, Belluzzi e Lombardi non posso dimenticare il massaggiatore Bruno Carmando, che per me rappresenta la salernitanità completa. Ti entrava nell’anima e ti convinceva a fare una cosa anche se non eri predisposto. Altra icona per me è Vincenzo Zucchini, che dal 1981 al 1983 ha fatto il capitano. Ci ho dormito un anno assieme. Ero un tipo parecchio vivace e la notte spesso rincasavo tardissimo svegliandolo. Eppure non ha mai avuto una parola avversa nei miei confronti. Infine davvero indimenticabile restano le invasioni di campo e le incursioni negli spogliatoi di un giovanissimo (e tifosissimo) Eziolino Capuano. Noi eravamo dei bambinoni giocosi e accettavamo tutto questo di buon grado”.

Di Bartolomei, invece, è il nome di un capitano. Il capitano di una Salernitana destinata a rimanere sui libri di storia dei calciofili. Di Bartolomei e il Vestuti ammainano le proprie bandiere, le proprie storie e il proprio legame viscerale con la sfera di cuoio il 3 giugno 1990, quando i campani conquistano la matematica promozione in B contro il Taranto. Per Ago è l’ultima in carriera, mentre il Vestuti cederà il passo al nuovissimo stadio Arechi.

Bruno Incarbona, difensore classe 1964, al Vestuti ha giocato dal 1988 al 1990. Due stagioni distinte: la prima segnata dalla guida di Antonio Pasinato, vera e propria leggenda a Salerno. La seconda sotto la guida di Giancarlo Ansaloni, che coincise con il ritorno in cadetteria. “Avevamo un gruppo di giocatori fantastico– esordisce Incarbona -. L’arrivo di Ansaloni è stato determinante per l’unione tra noi. Con Lucchetti e Donatelli, invece, abbiamo aumentato il nostro tasso tecnico. Era uno spogliatoio composto da veri e propri matti. Ricordo i continui ed estenuanti scherzi tra me, Ferrara e il buon Bruno Carmando. Una delle “folli” trovate fu decidere che a chi avesse portato per più di due giorni lo stesso pantalone o la stessa tutti avremmo tagliato questi indumenti con le forbici”. Incarbona non può far a meno di soffermarsi su Di Bartolomei: “Con Agostino ho avuto un rapporto particolare – racconta – anche perché la domenica sera tornavamo a Roma insieme. Non era da tutti riuscire ad entrarci in sintonia, ma se ciò avveniva lui si apriva a 360 gradi.  Mi raccontò della finale di Coppa dei Campioni, contro il Liverpool. Di quando andò sul dischetto e Grobbelaar si muoveva per innervosirlo. Mi disse che ancor prima di segnare voleva colpirlo, per fargli male. Questo rientrava nella sua accezione seria e professionale del lavoro. Un uomo colto, educato, che si interessava di tutto. Io non ho conosciuto personalmente Scirea, ma sono certo che fossero molto simili. Quando venne messo fuori rosa da Pasinato, il primo anno, non disse mai una parola fuori posto”.

L’annata del ritorno tra i cadetti per Incarbona ha delle tappe fondamentali e il Vestuti come protagonista: “Quando, prima di venire a Salerno, entravo in quello stadio da avversario – ammette – provavo timore: gradinate sempre piene e tifo caldissimo. In quella stagione ricordo due momenti chiave: il primo è la “drammatica” partita in casa con il Palermo, alla terz’ultima giornata. Una sconfitta per 0-2 che mise a rischio la promozione diretta e in ansia tutta la città. La seconda la vittoriosa partita di Brindisi, una settimana dopo, grazie a un bellissimo gol di collo esterno realizzato da Di Bartolomei. Fu il successo che ufficiosamente ci consegnò la B”. Promozione che arrivò la giornata seguente, al Vestuti contro il Taranto. In un incontro che, per chi ama curiosità e statistiche, venne diretto da un giovanissimo Graziano Cesari. Un successo targato Giancarlo Ansaloni, scomparso solo qualche mese fa:È stato un ottimo gestore – svela Incarbona – c’erano tanti giocatori di carattere come Battara, Lucchetti, Di Bartolomei e Donatelli e giovani promettenti come Carruezzo. L’anno successivo, per me, fu un errore smantellare una squadra che aveva fatto benissimo e si conosceva a memoria. Purtroppo arrivò la retrocessione nello spareggio di Pescara con il Cosenza”.

Ma lo stadio Donato Vestuti è anche celebre per un triste record: il primo morto del calcio italiano. Giuseppe Plaitano, ucciso da un proiettile vagante il 28 aprile del 1963, durante Salernitana-Potenza. Così ricorda quella giornata uno storico tifoso: “La partita era determinante per andare in B – dice -. Una sfida fino a quel momento tranquilla. Potentini e salernitani erano mischiati, non c’era tifo organizzato. Il 28 aprile era una giornata importante, perché segnata dalle elezioni politiche. Contemporaneamente al San Paolo, dove il Napoli era impegnato con il Modena, ci furono incidenti e invasioni di campo, molto probabilmente legate proprio alla tornata elettorale. Tuttavia quanto successo al Vestuti va assolutamente astratto da quel contesto. Io avevo dodici anni. Nel secondo tempo ricostruiscenon viene dato un rigore alla salernitana. Un tifoso scavalca in campo dai distinti, agevolato dalla totale assenza di inferriate, e prende la bandierina del calcio d’angolo. Due poliziotti lo fermano, tirando fuori i manganelli e conducendolo fuori dal campo. Lo pestano a sangue arrestandolo, lui si rivolge alla tribuna e grida: “Avete visto cosa mi hanno fatto?”. Da quel momento inizia un parapiglia. Allora si andava allo stadio in giacca e cravatta, così ricordo tutti questi signori ben vestiti scendere in campo alla ricerca dell’arbitro – il signor Gandiolo di Alessandriail quale rimedia un cazzottone riuscendo però a rifugiarsi negli spogliatoi. Tuttavia la miccia è ormai innescata e nel campo si consumano violenti scontri con le forze dell’ordine. Sono i primi veri scontri da stadio in Italia. A questo punto entrano le jeep della polizia e cominciano un grande carosello per tutto il campo. Addirittura il Questore viene travolto. Altri poliziotti lanciano lacrimogeni a raffica mentre altri sparano in aria per sedare la folla inferocita”. Uno di questi proiettili colpisce proprio l’inerme Giuseppe Plaitano, 48 anni ex Maresciallo della Marina. È il primo morto del calcio italiano. “Per due giorni la polizia non poté uscire per Salerno, furono i soli Carabinieri a mantenere l’ordine pubblico”, ricorda il tifoso. I supporter campani lo omaggeranno con uno dei gruppi più importanti della curva: gli Ultras Plaitano.

Logico che per un bambino questo rimanga un ricordo difficile da scalfire. Ma “la fossa dei leoni” è stata ovviamente la casa della gioventù salernitana. Dove tra gioie e dolori sono cresciute intere generazioni: “Ci sono state partite indimenticabili – ricorda – rivalità immense con Cavese, Nocerina e Casertana. Con questi ultimi ricordo la partita di ritorno, a casa nostra, nel 1989/1990: loro erano parecchi, la squadra stava andando bene. La polizia dovette rimandarli indietro perché non riuscì a garantire l’ordine. Il Vestuti era quasi impossibile da controllare. Troppo incastonato tra le case, poche vie di fuga e una tifoseria letteralmente invasata. Sempre in quegli anni ricordo il rifiuto dei giocatori del Cosenza di scendere dal pullman, dopo che al loro arrivo erano stati letteralmente assaltati”. Sono gli anni dei Panthers prima e della Granata South Force (GSF) poi, con le cinque punte come simbolo a rappresentare i cinque gruppi fondatori (Fighters, Fedayn, Warriors, Ultras e per l’appunto Panthers) e le storiche sedi di Via Indipendenza e Via Zara, laddove restano ancora vivi i ricordi attraverso bellissimi e incancellabili murales. I Panthers festeggiano quest’anno le loro quaranta primavere e lo fanno da protagonisti, restando vivi nella mente di chi ha cavalcato la propria gioventù portando per l’Italia il nome di Salerno. Sono gli anni di Carmine Rinaldi, al secolo “Siberiano”. Leggendario capo della tifoseria granata conosciuto per tutto lo Stivale e scomparso nel 2010, il cui feretro venne onorato da una toccante cerimonia svoltasi al Vestuti, tornato per l’occasione fulcro del tifo cittadino.

 

 

Un altro che la maglia granata se l’è tatuata sulla pelle è Ciro Ferrara, cresciuto nel Napoli, proprio nella stessa rosa dell’omonimo poi sbarcato alla Juventus (per distinguerli gli erano stati appioppati due soprannomi: Don Antonio al primo, per la vaga somiglianza con Totò e Stielike al secondo per quella con l’ex giocatore tedesco): “Sono arrivato a Salerno nel 1986 – rammenta –  e sicuramente il 1989 è stato l’anno più esaltante. Lo stadio sempre gremito, nell’ultima partita i presenti superavano abbondantemente quelli consentiti dalla capienza. Avrebbe meritato maggiore manutenzione negli anni, essendo un vero monumento cittadino. Mi ritengo un salernitano d’adozione – afferma -, essendo cresciuto nel Napoli venivo da un ambiente ovattato. In quegli anni la C era piena di piazze calde e ho vissuto tante giornate terribili, in cui tornavamo con tutti i vetri del pullman rotti. Quando sono riuscito a superare l’impatto e a giocare con regolarità ho capito di poter diventare un calciatore”.

Pietro Nardiello è uno scrittore, che ha avuto il merito di narrare Agostino Di Barolomei attraverso gli occhi del tifoso, con il libro “Guidaci ancora Ago” (frase ripresa dallo striscione esposto dagli ultras Salernitani nella semifinale playoff disputata all’Olimpico contro la Lodigiani il 5 giugno 1994, esattamente sei giorni dopo che l’ex capitano romanista e granata si tolse la vita). “Arrivò a Salerno con molta umiltà – racconta – . Quando gli chiesero cosa ne pensava della sua nuova squadra, al contrario di quanto accade oggi, disse che ancora doveva conoscere la città e l’ambiente, benché si fosse trasferito soprattutto perché la moglie è di Castellabate. Ha conquistato la fascia da capitano da professionista. Non si pensi che i dissidi ci furono solo con Pasinato. Mi piace ricordare quando Ansaloni gli comunicò che a San Benedetto del Tronto non avrebbe giocato; lui rispose che se non era in grado di scendere in campo sarebbe andato in tribuna. Giurando di non far uscire nulla sui giornali. Oppure quando dopo Salernitana-Taranto dichiarò che la squadra non avrebbe partecipato ad eventi pubblici organizzati dalla società, a causa del mancato rimborso dei premi promozione. Su questospiega –  il presidente Soglia specificherà sempre di non aver fatto alcuna promessa. Forse si era trattato solo di un impegno verbale, ma per Agostino valeva come un contratto firmato col sangue. C’è da dire che forse, nella fattispecie, la squadra sbagliò, tuttavia il nocciolo della questione è che Di Bartolomei, che aveva ormai annunciato il proprio ritiro, non abbandonò i compagni di squadra e li spalleggiò fino all’ultimo momento”. Un capitano che riusciva a comunicare con il silenzio: “Lo usava per esprimere ogni sentimento. Come quando comunicò a Marco Pecoraro che l’anno successivo sarebbe stato a lui a indossare la fascia”.

 

 

Ovviamente Nardiello ha lasciato una parte del suo cuore sulle gradinate del Vestuti: “È stato un tempio paganoafferma -. Recarsi allo stadio alle 14.30 d’inverno e alle 16 d’estate era un vero e proprio rito. Un punto di riferimento, soprattutto per la Salerno degli anni ’80 che offriva davvero poco o niente a noi ragazzi. C’era un collante, quello dell’amicizia, che univa giovani di ogni luogo della città. Topograficamente era uno stadio difficile da gestire: complicato entrare, ancor più arduo uscire. Non a caso negli anni ci furono tantissimi incidenti, anche perché non esistevano grandi divisori. Un luogo d’amore, dove non si è vinto nulla, se si fa eccezione per le due promozioni in A (1947 e 1998) e qualcuna in B. Al Vestuti ho lasciato la mia adolescenza, la mia gioventù e le mie speranze; a 21 anni sono emigrato per lavoro. A livello societario sono stai anni terribilisvelal’incasso veniva regolarmente sequestrato dalla finanza per problemi economici, tanto che ricordo benissimo l’addetto al botteghino passare sotto la curva seguito dai gendarmi pronti ad appropriarsi del ricavato dei biglietti. Però c’era l’illusione di poter sognare, ad agosto avevamo sempre vinto il campionato. Certo, l’Arechi ci ha dato l’opportunità di esser conosciuti dall’Italia intera, anche grazie alla Serie A conquistata da Delio Rossi.”.

Questo articolo è dedicato a Ciro, Vincenzo, Giuseppe e Simone. I ragazzi che il 24 maggio 1999 persero la vita sul treno di ritorno dall’ultima trasferta in A della Salernitana giocata a Piacenza.

 

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

Published

on

La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

Published

on

Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

Comments

comments

Continua a leggere

Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

Published

on

Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

Comments

comments

Continua a leggere

Trending