E’ il giugno del 2015, e dopo tanti anni di austerità il calcio italiano sembra essere tornato protagonista sul mercato dei trasferimenti dei giocatori. Il Milan di Berlusconi sta definendo l’entrata in società di un misterioso uomo d’affari thailandese: molti in questo affare vedono il passo decisivo per l’’affiliazione’ del club meneghino al fondo Doyen gestito da Nelio Lucas, un vero colosso del calcio mondiale che può vantarsi di amministrare alcuni dei più importanti giocatori del mondo. In quei giorni i rossoneri sono molto attivi sul mercato, e da più parti si dà per definita la trattativa per portare a Milanello Jackson Martinez, possente centravanti colombiano del Porto.

Sembra tutto fatto, quando a sorpresa arriva la notizia del passaggio dell’attaccante all’Atletico Madrid. A prima vista può apparire un normale duello di mercato vinto dagli spagnoli, ma la realtà è ben diversa: il caso Jackson Martinez è esemplificativo di un contesto che vede decidere il destino dei campioni del pallone non più dai club o dalle normali logiche di mercato, bensì da potenti procuratori la cui volontà è l’espressione della logica di fondi finanziari dalle dimensioni mostruose.

“Il Milan voleva far entrare un fondo in società, e nel contempo sono andati a disturbare un giocatore che non apparteneva a loro ma a Jorge Mendes. E lui se lo è portato all’Atletico Madrid, dove è molto più che di casa”: a spiegare l’affare sfumato è Dario Canovi, il decano dei procuratori di calcio italiani, che ci ha detto la sua sulla figura di Mendes, l’agente di Jackson Martinez ma anche, tra i tanti, di Cristiano Ronaldo, Josè Mourinho e James Rodriguez. Il portoghese è al secondo posto nella classifica dei procuratori sportivi più potenti del mondo recentemente stilata da ‘Forbes’, alle spalle solo dell’agente di baseball Scott Boras, ed è molto ben voluto dai suoi assistiti come dimostra l’isola greca regalatagli da Ronaldo in occasione delle sue nozze. Secondo molti il tentativo di ‘scippo’ della procura di CR7 da parte della Doyen sarebbe il motivo di alcune ripicche di mercato del portoghese, tra cui quella del ‘dirottamento’ di Jackson Martinez all’Atletico Madrid.

Aneddoti e statistiche che rendono bene l’idea della ricchezza e della potenza di Mendes che, tuttavia, è uno che parte dal basso: nato a Lisbona nel 1966 sogna di diventare un grande calciatore. Mentre cerca di far decollare la sua carriera sul campo (interrottasi presto), inizia a pagare i premi partita ai suoi compagni quando il club non può permetterselo, utilizzando i proventi che gli derivano dalla gestione di un locale notturno. Nei suoi primi passi da manager, dimostra fiuto per i giovani calciatori e, girando per il Portogallo, scova vari talenti che gli permettono di fare il salto di qualità, che si concretizza nella gestione del trasferimento di Hugo Viana al Newcastle nel 2002.

Nel giro di pochissimo tempo Mendes si trasforma nel Re Mida del calcio europeo, con interessi nei più grandi club del vecchio continente e non solo. “Mendes non è più un procuratore – racconta Canovi -, è riduttivo chiamarlo così: è l’amministratore di un enorme fondo finanziario che lavora nel calcio e che ha le procura di calciatori e allenatori. E’ una GEA (la società gestita da vari procuratori italiani tra cui Alessandro Moggi finita nell’occhio del ciclone nel corso dello scandalo di Calciopoli nel 2006) moltiplicata per centomila. Acquisisce i diritti economici dei giocatori che poi sistema nei club in cui ha interessi finanziari come Atletico Madrid e Porto e altri in cui ci sono dei suoi amici e soci che hanno a loro volta cointeressi. Assiste anche grandi allenatori per cui per lui è facile…”.

Il fondo di cui parla Canovi è la Gestifute, attualmente valutata circa 400 milioni di euro, che nel corso degli anni, ha applicato alla perfezione in Europa uno schema di lavoro in voga da moltissimo tempo in altre latitudini: “I fondi in Sudamerica sono consentiti. Sono proibiti dalla Fifa ma non dalle leggi nazionali. Acquisiscono i diritti economici dei calciatori: lo faceva Mascardi tanti anni fa in Argentina e Paco Casal in Uruguay.

Quest’ultimo aveva un cliente in Uruguay attraverso cui faceva passare tutti i suoi giocatori per prendere una parte dell’incasso della vendita. Tesserava i giovani per questo club, che poi li dava in prestito ad altri club che poi li vendevano in Europa. Metà del prezzo del trasferimento finiva alla squadra uruguaiana controllata da Casal. Mendes non ha fatto che copiare questi modelli, ampliando la cosa. Ora è proprietario o ha degli interessi di grandi club anche in Asia, dove lui e i suoi uomini stanno lavorando tantissimo. In più, si sono associati ad alcuni presidenti di club. Ha in mano metà del calcio mondiale tramite i suoi consociati ed amici. Ha grossi interessi anche nei club inglesi, soprattutto nel Chelsea. Ha dei poteri enormi e grandissimi contatti nei grandi club russi. Ormai è un uomo che governa il calcio mondiale.

Normale chiedersi per quale motivo una situazione del genere sia consentita dalle istituzioni del calcio: “La Fifa fa finta di proibire – spiega Canovi -. Tutti sanno come stanno le cose: basterebbe leggere i giornali, senza nemmeno fare le indagini. Ma evidentemente all’interno della Fifa non c’è questa grande voglia di intervenire. Ognuno ha il suo scheletro dentro il proprio armadio: a Blatter non conveniva aprire quegli armadi. Ovviamente c’è un do ut des tra la Fifa e i fondi, non solo quello di Jorge Mendes. La Fifa non interviene perché non gli conviene: ha in mano i grandi club e i grandi club hanno in mano le federazioni. Chi elegge i dirigenti della Fifa? Le leghe e le federazioni. Mi ricordo che Paco Casal tanti anni fa pagava lo stipendio di Passarella quando questi era il Ct dell’Uruguay. Nessuno alla Federazione uruguaiana poteva dire qualcosa a Paco Casal visto che erano nelle sue mani. Lo stesso vale per Mendes: ha in mano moltissime federazioni, in cui i suoi interessi economici sono preponderanti e non possono andargli contro”.

Per quanto riguarda il calcio di casa nostra, nonostante non si faccia scrupolo di intervenire quando necessario (come ad esempio per Jackson Martinez) l’influenza di Mendes è ancora ridotta, e per Canovi i motivi sono ben chiari: “Che io sappia non ha interessi nella federazione italiana: lì c’è la Infront. Non ha grandi interessi in Italia perché non è un calcio ricco”.

Ma questa è un’altra storia, anche se la logica è simile a quella che ha portato Jorge Mendes a decidere sui sogni di milioni di appassionati di pallone, che sempre più spesso si ritrovano a discutere di commissioni e influenza dei fondi invece che dei gol e delle giocate dei loro campioni preferiti.

FOTO: www.theguardian.com

Close