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Calcio

Dall’El Dorado ai Narcos: Inferno e Paradiso dei Millonarios di Bogotà

Federico Mariani

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Cinco y baile. Dopo il quinto gol, si balla. C’è stata una squadra che più di sessant’anni fa era forte al punto di doversi fermare per evitare un’umiliazione troppo grande per gli avversari. Una squadra concettualmente antesignana dei galacticos madrileni e tecnicamente precursore del totaalvoetbal degli olandesi prima e il tiki taka guardiolano poi. Una squadra che ha disegnato un quadriennio di gloria soprannominato El Dorado e lo ha fatto a soli tre anni dalla sua nascita. Come? Pesos, suerte y Alfonso Senior Quevedo.
La medesima squadra trent’anni dopo è finita in mano a Gonzalo Rodriguez Gacha, El Mexicano, del cartello di Medellin.

EL DORADO. Senior è il più importante uomo nella storia del fútbol cafetero, un pioniere, un genio. Appena trentenne comincia a interessarsi al calcio e si sposta dalla natìa Baranquilla nella capitale colombiana in cerca di fortuna. Con l’aiuto dell’amico Mauro Mortola entra nel Deportivo Municipal: i due sono ambiziosi e fanno approdare a Bogotà molti giocatori argentini tanto che il club comincia a essere chiamato “Argentinos” prima e, dopo altri investimenti, “Millonarios”. Va veloce Senior e nel 1946 il vecchio Deportivo Municipal sparisce far posto al nuovo Club Deportivo Los Millonarios. Nasce una leggenda, la più forte squadra della storia colombiana e, per un quadriennio, la più forte del mondo.
Come detto, ci vuole fortuna, ma la fortuna è un’entità eterea da massaggiare e sedurre per portarla dalla tua parte. Il pertugio che la storia offre ha le sembianze di uno sciopero, la huelga, e si apre sul Rio de la Plata: nel 1948 i giocatori del campionato argentino si ribellano, vogliono vedere ridotta la forbice che divide i loro miseri stipendi dagli introiti enormi delle società e pretendono la creazione di un sindacato di categoria. Parte lo sciopero, è tutto fermo. La paga dei giocatori più forti naturalmente era congrua, ma un po’ per pressioni interne e un po’ per solidarietà verso i colleghi, anche le stelle del campionato appoggiano quello che oggi chiameremmo lock-out. Il campionato del ’48 si ferma ufficiosamente alla 25sima giornata, mentre sarà terminato ufficialmente dai settori giovanili delle varie squadre. Nello stesso anno, in Colombia, Senior aveva creato la DiMayor, la nuova Lega colombiana che però l’anno seguente venne bollata come “pirata” dalla Conmebol in quanto alcuni club negavano ai propri giocatori l’opportunità di unirsi alle nazionali per disputare la Coppa America del 1949. Mai bocciatura fu più proficua. L’apripista della migrazione sull’asse Buenos Aires-Bogotà fu Adolfo Pedernera, “El Maestro”, il giocatore più forte del mondo in quel momento seppur ultratrentenne. Senior lo pagò a peso d’oro e i pesos convinsero piuttosto facilmente un Maestro a fine carriera.  Come in un immaginario ping pong si torna in Argentina: nel maggio del ’49 Evita Peron intercede per porre fine allo sciopero: crea il sindacato di categoria, introduce il salario minimo e, tuttavia, anche quello massimo fissato a 1500 pesos, sostanzialmente quanto Pedernera percepiva con un paio di mesi dai Millonarios. Quest’ultimo elemento, tutt’altro che trascurabile, premiò la lungimiranza di Senior. In un amen sbarcarono a Bogotà i due migliori del River (e non solo del River): Néstor Rossi, detto “Pipo”, e soprattutto Alfredo Di Stefano. I Millonarios dal 1949 al 1953 vinsero quattro campionati colombiani perdendo quasi per caso il titolo nel ’50. Don Alfredo era per distacco il giocatore più forte di tutti: 90 gol in 102 uscite il bottino griffato Di Stefano, ai limiti della realtà.
Carlo Pizzigoni in “Locos por el futbol” racconta che nel 1952 in occasione dei suoi cinquant’anni di storia il Real Madrid invitò i Millonarios per un’amichevole tanto era diventata gloriosa la fama dei colombiani. La leggenda narra che i giocatori furono costretti ad accordarsi per evitare ai blancos un punteggio troppo severo e il match finì “solo” per 4-2 in favore dei cafeteros, in versione-freno a mano tirato. In  quella occasione Santiago Bernabeu si innamorò follemente di Don Alfredo e lo strappò ai rivali blaugrana, il resto è storia. Il quadriennio dell’El Dorado terminò nel ’53 con la certezza di aver appena assistito a un tempo e a una squadra che mai più passeranno in Colombia.

NARCO-FUTBOL. A cavallo tra anni ’70 e ’80 i Millonarios accusano la prima grande crisi, finanziaria e di risultati. Quelli sono gli anni dei Narcos, i nuovi e potenti padroni del Paese. La Colombia sostituisce nelle esportazioni la cocaina al caffè e gli introiti sono francamente imbarazzanti: i Cartelli hanno tonnellate di soldi, tonnellate sì perché una leggenda narra che ai ragazzi di Don Pablo Escobar era diventato troppo difficile contare le banconote e così le pesavano. Forse avevano troppo denaro, al punto che per occuparlo in qualche posto spesso decidevano di interrarlo nelle campagne e figurarsi se il futbol non poteva essere un’occasione di investimento. La polvere bianca inevitabilmente si mischia col pallone tanto da confonderne i confini: col calcio i Narcos avevano trovato il modo di riciclare milioni e rastrellare consensi. C’è un filo evidente che lega i Narcos al calcio, basti pensare che il primo estradato negli USA per traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro è Hernan Botero, presidente dell’Atletico Nacional. La lista è lunga e farcita dei nomi più illustri: i fratelli Orejuela del Cartello di Cali finanziano la locale America de Cali, così come i fratelli Escobar immettono soldi nelle squadre per cui banalmente fanno il tifo: Roberto è tifosissimo dell’Atletico Nacional, Pablo – El Patron – simpatizza per l’Independiente Medellin. I risultati? L’America de Cali va per tre volte consecutive in finale di Copa Libertadores, senza mai vincere, cosa che invece riesce nel 1989 all’Atletico Nacional che in seguito resistette per 119 minuti al Milan di Sacchi nella finale dell’Intercontinentale prima di inginocchiarsi alla punizione vincente di Chicco Evani. I Narcos dopano le casse dei club e consentono loro di potersi permettere stipendi a giocatori altrimenti proibiti. Tutto questo nel più ingenuo e ottimistico degli scenari, perché ovviamente è diffusissima la compravendita di partite. In un editoriale dell’epoca si diceva che i Narcos avrebbero corrotto anche le traverse e i ciuffi d’erba per far prevalere la propria squadra. In sostanza, alla guerra tra Cartelli per il dominio delle rotte della cocaina, si accompagna quella più ludica e meno cruenta per la vittoria della Primera. Lo scenario è talmente folle e fuori controllo che nel 1989 fu necessario sospendere il campionato dopo l’assassinio di dell’arbitro Alvaro Ortega che fu freddato il 14 novembre. Il fischietto aveva firmato la sua condanna a morte per aver annullato un gol all’Independiente de Medellin nella partita contro l’America de Cali, quando una sfida di cartello si trasforma nella sfida dei Cartelli.

GACHA EL MEXICANO E I MILLONARIOS. Anche gli azul di Bogotà non si sottraggono al fascino ammaliatore dei narcodollari. Dopo una crisi, economica e di risultati, senza precedenti nella storia del club e dopo la morte del presidente Edmer Tamayo Marin, sono Guillermo e German Gomez al timone societario. O, meglio, German Gomez è il presidente ma i finanziamenti al club arrivano da Gonzalo Rodriguez Gacha, per tutti “El Mexicano” per un’ossessione ai limiti del perverso per la cultura azteca. Gacha è uno dei tre pilastri su cui si erge il Cartello di Medellin, un’organizzazione che “fattura” circa 400 milioni di dollari, a settimana (!). Coi soldi del Messicano – ha formalmente il 29.15% societario – i Millos tornano a vincere la Primera dopo nove anni di digiuno e fanno il bis l’anno seguente, mentre il tris del 1989 è sfumato per la sospensione. Dopo la morte di Gacha nel 1989, ucciso in un blitz della polizia colombiana, le quote passarono di mano agli eredi fin quando nel 1997 una legge mise fine alla partecipazione societaria dei narcodollari tramite la confisca – attuata soltanto all’alba del nuovo millennio – operata dalla Direccion Nacionl de Estupefacentes (DNE).
Dopo molti anni difficili e poche glorie sportive, l’uomo della nuova svolta dei Millonarios è José Roberto Arango che, assieme ad altri 4125 investitori, il 20 aprile 2011 trasforma il club di Bogotà in una società per azioni, la Azul & Blanco Millonarios Futbol Club Sociedad Anonima.

È la storia di una squadra mitica che in relativamente pochi anni ha toccato il paradiso dell’El Dorado per poi essere inghiottita dall’inferno dei Narcos. Spesso, tuttavia, sono le contraddizioni a rendere epica una storia e così, mentre nel 2012 un gruppo nutrito di tifosi azul ha chiesto la revoca dei titoli ’87 e ’88 per bonificare l’immagine del club dal fetore dei narcodollari, nel maggio del 2013 durante la sfida interna contro lo Junior soggiornava nella Barra Lluvia Azul del Campin una gigantografia fiera di Gonzalo Rodriguez Gacha.

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2 Commenti

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  1. Hotblack

    novembre 16, 2016 at 12:23 pm

    Da amante del calcio: molto interessante.
    Da tifoso granata: più forte degli Invincibili? Mi spiegherebbe perchè (senza polemica alcuna).

  2. Federico Mariani

    novembre 16, 2016 at 2:21 pm

    Ciao Hotblack e grazie. Diciamo che a livello temporale quella squadra mitica dei Millonarios è appena successiva alla tragedia di Superga formandosi di fatto dal 1949 e durando fino al 1952.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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