Cinco y baile. Dopo il quinto gol, si balla. C’è stata una squadra che più di sessant’anni fa era forte al punto di doversi fermare per evitare un’umiliazione troppo grande per gli avversari. Una squadra concettualmente antesignana dei galacticos madrileni e tecnicamente precursore del totaalvoetbal degli olandesi prima e il tiki taka guardiolano poi. Una squadra che ha disegnato un quadriennio di gloria soprannominato El Dorado e lo ha fatto a soli tre anni dalla sua nascita. Come? Pesos, suerte y Alfonso Senior Quevedo.
La medesima squadra trent’anni dopo è finita in mano a Gonzalo Rodriguez Gacha, El Mexicano, del cartello di Medellin.

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EL DORADO. Senior è il più importante uomo nella storia del fútbol cafetero, un pioniere, un genio. Appena trentenne comincia a interessarsi al calcio e si sposta dalla natìa Baranquilla nella capitale colombiana in cerca di fortuna. Con l’aiuto dell’amico Mauro Mortola entra nel Deportivo Municipal: i due sono ambiziosi e fanno approdare a Bogotà molti giocatori argentini tanto che il club comincia a essere chiamato “Argentinos” prima e, dopo altri investimenti, “Millonarios”. Va veloce Senior e nel 1946 il vecchio Deportivo Municipal sparisce far posto al nuovo Club Deportivo Los Millonarios. Nasce una leggenda, la più forte squadra della storia colombiana e, per un quadriennio, la più forte del mondo.
Come detto, ci vuole fortuna, ma la fortuna è un’entità eterea da massaggiare e sedurre per portarla dalla tua parte. Il pertugio che la storia offre ha le sembianze di uno sciopero, la huelga, e si apre sul Rio de la Plata: nel 1948 i giocatori del campionato argentino si ribellano, vogliono vedere ridotta la forbice che divide i loro miseri stipendi dagli introiti enormi delle società e pretendono la creazione di un sindacato di categoria. Parte lo sciopero, è tutto fermo. La paga dei giocatori più forti naturalmente era congrua, ma un po’ per pressioni interne e un po’ per solidarietà verso i colleghi, anche le stelle del campionato appoggiano quello che oggi chiameremmo lock-out. Il campionato del ’48 si ferma ufficiosamente alla 25sima giornata, mentre sarà terminato ufficialmente dai settori giovanili delle varie squadre. Nello stesso anno, in Colombia, Senior aveva creato la DiMayor, la nuova Lega colombiana che però l’anno seguente venne bollata come “pirata” dalla Conmebol in quanto alcuni club negavano ai propri giocatori l’opportunità di unirsi alle nazionali per disputare la Coppa America del 1949. Mai bocciatura fu più proficua. L’apripista della migrazione sull’asse Buenos Aires-Bogotà fu Adolfo Pedernera, “El Maestro”, il giocatore più forte del mondo in quel momento seppur ultratrentenne. Senior lo pagò a peso d’oro e i pesos convinsero piuttosto facilmente un Maestro a fine carriera.  Come in un immaginario ping pong si torna in Argentina: nel maggio del ’49 Evita Peron intercede per porre fine allo sciopero: crea il sindacato di categoria, introduce il salario minimo e, tuttavia, anche quello massimo fissato a 1500 pesos, sostanzialmente quanto Pedernera percepiva con un paio di mesi dai Millonarios. Quest’ultimo elemento, tutt’altro che trascurabile, premiò la lungimiranza di Senior. In un amen sbarcarono a Bogotà i due migliori del River (e non solo del River): Néstor Rossi, detto “Pipo”, e soprattutto Alfredo Di Stefano. I Millonarios dal 1949 al 1953 vinsero quattro campionati colombiani perdendo quasi per caso il titolo nel ’50. Don Alfredo era per distacco il giocatore più forte di tutti: 90 gol in 102 uscite il bottino griffato Di Stefano, ai limiti della realtà.
Carlo Pizzigoni in “Locos por el futbol” racconta che nel 1952 in occasione dei suoi cinquant’anni di storia il Real Madrid invitò i Millonarios per un’amichevole tanto era diventata gloriosa la fama dei colombiani. La leggenda narra che i giocatori furono costretti ad accordarsi per evitare ai blancos un punteggio troppo severo e il match finì “solo” per 4-2 in favore dei cafeteros, in versione-freno a mano tirato. In  quella occasione Santiago Bernabeu si innamorò follemente di Don Alfredo e lo strappò ai rivali blaugrana, il resto è storia. Il quadriennio dell’El Dorado terminò nel ’53 con la certezza di aver appena assistito a un tempo e a una squadra che mai più passeranno in Colombia.

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NARCO-FUTBOL. A cavallo tra anni ’70 e ’80 i Millonarios accusano la prima grande crisi, finanziaria e di risultati. Quelli sono gli anni dei Narcos, i nuovi e potenti padroni del Paese. La Colombia sostituisce nelle esportazioni la cocaina al caffè e gli introiti sono francamente imbarazzanti: i Cartelli hanno tonnellate di soldi, tonnellate sì perché una leggenda narra che ai ragazzi di Don Pablo Escobar era diventato troppo difficile contare le banconote e così le pesavano. Forse avevano troppo denaro, al punto che per occuparlo in qualche posto spesso decidevano di interrarlo nelle campagne e figurarsi se il futbol non poteva essere un’occasione di investimento. La polvere bianca inevitabilmente si mischia col pallone tanto da confonderne i confini: col calcio i Narcos avevano trovato il modo di riciclare milioni e rastrellare consensi. C’è un filo evidente che lega i Narcos al calcio, basti pensare che il primo estradato negli USA per traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro è Hernan Botero, presidente dell’Atletico Nacional. La lista è lunga e farcita dei nomi più illustri: i fratelli Orejuela del Cartello di Cali finanziano la locale America de Cali, così come i fratelli Escobar immettono soldi nelle squadre per cui banalmente fanno il tifo: Roberto è tifosissimo dell’Atletico Nacional, Pablo – El Patron – simpatizza per l’Independiente Medellin. I risultati? L’America de Cali va per tre volte consecutive in finale di Copa Libertadores, senza mai vincere, cosa che invece riesce nel 1989 all’Atletico Nacional che in seguito resistette per 119 minuti al Milan di Sacchi nella finale dell’Intercontinentale prima di inginocchiarsi alla punizione vincente di Chicco Evani. I Narcos dopano le casse dei club e consentono loro di potersi permettere stipendi a giocatori altrimenti proibiti. Tutto questo nel più ingenuo e ottimistico degli scenari, perché ovviamente è diffusissima la compravendita di partite. In un editoriale dell’epoca si diceva che i Narcos avrebbero corrotto anche le traverse e i ciuffi d’erba per far prevalere la propria squadra. In sostanza, alla guerra tra Cartelli per il dominio delle rotte della cocaina, si accompagna quella più ludica e meno cruenta per la vittoria della Primera. Lo scenario è talmente folle e fuori controllo che nel 1989 fu necessario sospendere il campionato dopo l’assassinio di dell’arbitro Alvaro Ortega che fu freddato il 14 novembre. Il fischietto aveva firmato la sua condanna a morte per aver annullato un gol all’Independiente de Medellin nella partita contro l’America de Cali, quando una sfida di cartello si trasforma nella sfida dei Cartelli.

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GACHA EL MEXICANO E I MILLONARIOS. Anche gli azul di Bogotà non si sottraggono al fascino ammaliatore dei narcodollari. Dopo una crisi, economica e di risultati, senza precedenti nella storia del club e dopo la morte del presidente Edmer Tamayo Marin, sono Guillermo e German Gomez al timone societario. O, meglio, German Gomez è il presidente ma i finanziamenti al club arrivano da Gonzalo Rodriguez Gacha, per tutti “El Mexicano” per un’ossessione ai limiti del perverso per la cultura azteca. Gacha è uno dei tre pilastri su cui si erge il Cartello di Medellin, un’organizzazione che “fattura” circa 400 milioni di dollari, a settimana (!). Coi soldi del Messicano – ha formalmente il 29.15% societario – i Millos tornano a vincere la Primera dopo nove anni di digiuno e fanno il bis l’anno seguente, mentre il tris del 1989 è sfumato per la sospensione. Dopo la morte di Gacha nel 1989, ucciso in un blitz della polizia colombiana, le quote passarono di mano agli eredi fin quando nel 1997 una legge mise fine alla partecipazione societaria dei narcodollari tramite la confisca – attuata soltanto all’alba del nuovo millennio – operata dalla Direccion Nacionl de Estupefacentes (DNE).
Dopo molti anni difficili e poche glorie sportive, l’uomo della nuova svolta dei Millonarios è José Roberto Arango che, assieme ad altri 4125 investitori, il 20 aprile 2011 trasforma il club di Bogotà in una società per azioni, la Azul & Blanco Millonarios Futbol Club Sociedad Anonima.

È la storia di una squadra mitica che in relativamente pochi anni ha toccato il paradiso dell’El Dorado per poi essere inghiottita dall’inferno dei Narcos. Spesso, tuttavia, sono le contraddizioni a rendere epica una storia e così, mentre nel 2012 un gruppo nutrito di tifosi azul ha chiesto la revoca dei titoli ’87 e ’88 per bonificare l’immagine del club dal fetore dei narcodollari, nel maggio del 2013 durante la sfida interna contro lo Junior soggiornava nella Barra Lluvia Azul del Campin una gigantografia fiera di Gonzalo Rodriguez Gacha.

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