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Storie dell'altro mondo

Dalle Figi alla Mongolia: Giacomo Ratto e il suo incredibile viaggio calcistico

Matteo Calautti

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Ci sono persone che si rassegnano vivendo una carriera mediocre nel proprio Paese, forse per colpa della paura di osare. Poi ci sono uomini che invece dimostrano coraggio, spirito d’iniziativa e soprattutto grande curiosità. Uomini, come il trentenne Giacomo Ratto, che partono da una città di circa 80 mila abitanti per raggiungere l’Oceano Pacifico oppure la terra che fu di Gengis Khan. Con un’insanabile voglia di viaggiare e con innumerevoli sogni nello zaino. Oppure nella borsa da calcio, per meglio dire.

Cresciuto nel settore giovanile del Bosto, società importante nel panorama giovanile lombardo, Giacomo Ratto completò il settore giovanile tra le fila del Varese, la squadra della sua città. Nel suo palmarès può vantare due campionati di Promozione vinti con Luino e Tradate nel 2005 e nel 2006, impreziositi da qualche presenza in Eccellenza. «Per arrivare tra i professionisti ci sono tanti fattori determinanti», afferma Giacomo, «come qualità fisiche, tecniche, mentali ed un pizzico di fortuna». La svolta della sua carriera arriva nel 2012 in Promozione, quando iniziò a collaborare con il preparatore dei portieri Andrea Callegarini, con la maglia del Leggiuno. «Mi insegnò a parare in maniera differente», racconta l’estremo difensore. «Il mio rendimento era molto alto e tornai a credere che forse avrei potuto fare di più nel calcio». «In Italia il mio mercato era dilettantistico perché», spiega, «quando ti etichettano o non sei nel giro giusto o sei morto». «Decisi quindi di cercare a Malta e da lì iniziò tutto», conclude Giacomo.

Prima dell’esperienza maltese il portiere varesino ha avuto due esperienze in Svizzera: al Castello ed al Mendrisio. «Un ottimo calcio, vissuto in maniera più leggera rispetto all’Italia», racconta Giacomo. «In Svizzera ci sono arrivato tramite email», rivela, «mettendomi d’accordo con il presidente dopo aver trovato il suo indirizzo di posta elettronica». Ma era solo l’inizio. Nel dicembre del 2012 arriva la chiamata di Mario Muscat, leggenda del calcio maltese grazie ai suoi 21 anni in difesa dei pali dell’Hibernians, società della sua città natale. «Gli inviai video e curriculum chiedendo qualche contatto», racconta Ratto, «e mi contattò dicendomi che una squadra cercava un portiere ed era interessata». Un accordo trovato rapidamente, sinonimo della grande voglia del portiere varesino: «fu tutto molto rapido in quanto il direttore mi chiamò il 26 dicembre ed il 3 gennaio era già a Malta». Al Victoria Wanderers «arrivai che eravamo penultimi e chiudemmo al terzo posto», ricorda il portiere, «ed era un calcio molto fisico in stile inglese». Un’avventura che terminò a fine campionato poiché «abbassarono il limite degli stranieri e preferirono continuare con un portiere maltese».

Victoria Wanderers

Nell’ottobre 2013 arriva la prima avventura fuori dall’Europa, tra le fila dei panamensi del Tauro. «Arrivai a Panamá tramite il preparatore dei portieri», ricorda Giacomo, «che fu poi egli stesso il motivo per cui me ne andai». Vestì la camiseta dei Toros per tutto il precampionato ma poi «decisi che non c’erano le condizioni per continuare», compresi problemi con il preparatore di cui «preferisco non parlare», conclude l’estremo difensore. «Ancora oggi mi sento con il presidente Giampaolo Gronchi», ricorda l’estremo difensore, «una persona stupenda». «In quei mesi avevo creato un bel feeling con il gruppo», di cui ricorda soprattutto Luis “Matagatos” Renteria: «Ragazzo con il quale avevo legato molto e che morì alcuni mesi dopo per una malattia rara». Indimenticabile lo spogliatoio della Pedragaleña, il campo di allenamento, «coperto solamente da una tettoia che lasciava scoperte le docce sotto le stelle».

Tauro

Nel luglio 2014, grazie all’agente Carlos Francisco Fariñas, si muove in Nigaragua per vestire la camiseta dell’UNAN Managua. «Un calcio di buon livello», racconta Giacomo, «ma con carenze di infrastrutture utili per il salto di qualità». «Andò abbastanza bene anche se arrivai nel momento sbagliato in quanto», continua il portiere, «l’anno dopo vinsero il torneo di apertura e persero per un pelo l’accesso alla CONCACAF Champions League».

UNAN Managua

La sua avventura nicaraguense finì quando ricevette un’offerta dal Khoromkhon, una delle due squadre più prestigiose della Mongolia, impegnata nell’AFC Cup, la seconda competizione asiatica per club. In virtù di quest’accordo rifiutò anche un’offerta dai costaricensi del Municipal Liberia dopo una prova di tre giorni, ma il suo trasferimento in Mongolia saltò improvvisamente: «Ad una settimana dal rientro in Italia mi comunicarono che il Khoromkhon fu escluso dalla competizione e che sarebbe entrato nelle fasi di qualificazione della competizione successiva».

Dopo il mancato accordo con una squadra albanese nel gennaio 2015, arriva il momento della sua avventura nelle Isole Figi, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Accordatosi con l’allenatore Gurjit Singh, con il quale si era scambiato materiale video e cartaceo, inizia così la sua esperienza con i figiani del Suva in un «calcio fisico con tattica quasi inesistente nonostante la presenza di giocatori di talento». «Nel campionato locale non possono giocare stranieri», racconta il portiere, «per cui li prendono solamente per la OFC Champions League», la massima competizione oceanica per club. Un’avventura, quella in coppa, che è terminata ai gironi contro Auckland, Amicale e Western United, a cui però non ha potuto prendere parte a causa di un problema di tesseramento. «Un aneddoto per così dire divertente», racconta, «è quando io ed il mio amico Adrian ci siamo ritrovati a dormire su un materasso sottile per terra quando ci spostarono dall’hotel al campo di allenamento». «Spiagge, atolli ed un mare stupendi», ricorda Giacomo, «così come la gente fantastica che ho conosciuto».

Suva 02

Dopo le Figi è ritornato in Svizzera, al Taverne. Un’esperienza iniziata grazie ad un suo amico in comune con l’allenatore, il quale «cercava un portiere e mi ha chiesto di rimanere dopo un allenamento di preparazione». Esperienza finita non nel migliore dei modi: «L’avventura è finita per un infortunio con mancato pagamento del mese di stop». «Come puoi immaginare ho deciso di andarmene quando ho capito che non avrebbero pagato», conclude il portiere.

L’esperienza che gli ha regalato emozioni più contrastanti è sicuramente quella in Zimbabwe. Sbarcò nel febbraio 2016 nel distretto Tsholotsho, a circa 500 km dalla capitale Harare, grazie al lavoro di due agenti portoghesi: Mario Texeira e Diego Martins. Avrebbe dovuto giocare in Premier Soccer League con un contratto annuale, già pronto e da firmare in loco in via cautelare in presenza del suo agente, ma qualcosa andò storto. «L’Africa è un continente incredibile», ricorda amaramente il portiere varesino, «ma purtroppo rimasi solamente un mese». All’origine di questa situazione c’era il rapporto con Lizwe Swewe, allenatore dello Tsholotsho. All’interno dei trenta giorni del visto il portiere partecipò alla preparazione precampionato e giocò nel Bulawayo Football Festival, un torneo locale a quattro squadre. Le prestazioni dell’italiano furono giudicate di buon livello dai compagni di squadra e dal pubblico. Tuttavia trovò l’ostruzionismo dell’allenatore, il quale era ancora legato all’ex portiere Chang Maryoni, andato via con il benestare della dirigenza nonostante il suo dissenso. «Ratto è ancora in prova qua e non l’abbiamo ancora messo sotto contratto», affermò Swewe come riportato in un articolo di The Zimbawe News. «Lo stiamo ancora osservando», aggiunse, «entro fine settimana forse sapremo con certezza se ingaggiarlo». Giacomo decise così di non allenarsi, in quanto gli accordi non erano quelli di un periodo di prova. Così non giocò la successiva amichevole in programma la domenica tra lo stupore della gente, tornando ad allenarsi il lunedì dopo che il presidente apparentemente sistemò le cose. «Ad un solo giorno dalla scadenza del visto arrivò l’agente», rivela Ratto, «quindi l’allenatore spinse il presidente a non farmi firmare il contratto e convinse l’ex portiere e fare ritorno allo Tsholotsho».

Tsholotsho

Non era tutto. «C’era stato un caso di calcioscommesse», spiega Giacomo, «e si chiedevano come mai un italiano andasse a giocare lì». Contattato da un giornalista del sito zimbawiano Chronicle, l’agente portoghese Mario Texeira rispose seccato alle accuse, dichiarando che è come chiedere «perché un coach portoghese o olandese allenino in Zimbabwe» e che anche «un campione come Maradona scelse se firmare per una squadra meno blasonata come il Napoli». «Tutto manovrato dall’allenatore con alcuni amici giornalisti», ribatte amareggiato il varesino. Un vero peccato, soprattutto alla luce del rapporto che si era creato con i suoi compagni. «Ti rivogliamo qua in Zimbabwe», gli scrisse per esempio il compagno di squadra Buthoe, «continua a lavorare sodo». «Nonostante tutto è stata l’esperienza calcistica più bella», conclude Ratto. Il varesino ricorda anche un aneddoto che gli è rimasto impresso, riguardante una leggenda del calcio zimbabwiano come Joel Luphahla, allora team manager del Tsholotsho. «Finito il torneo Joel mi portò a mangiare una pizza e mi vide il pizzaiolo», racconta, «il quale mi fece i complimenti per la prestazione». «Dopo il Bulawayo il presidente e Joel mi portarono a scegliere la casa», conclude, aggiungendo che «incontrai il portiere del Bulawayo City che mi fece i complimenti e mi chiese come mai non fossi andato da loro».

Da lì poi l’esperienza attuale, in Mongolia all’Ulaanbaatar City, con un contratto che durerà fino a metà ottobre. Un’avventura nata quasi per caso. «Contattai l’allenatore del Cape Town perché il mio obiettivo era di giocare in Sud Africa», rivela Ratto, «ma lui stesso si trasferì in Mongolia e mi fece contattare dalla società». Un’esperienza affascinante il cui ostacolo maggiore è la lingua, in quanto i compagni non parlano inglese e quindi la comunicazione è complicata. «Qui ho imparato qualche parola di mongolo e russo», racconta divertito, «ma per lo più i miei compagni mi hanno insegnato parolacce in lingua». Eppure l’occasione di giocare finalmente una competizione internazionale per club sembrava essere arrivata quando gli haitiani del Don Bosco l’hanno contattato per ingaggiarlo in vista della fase a gironi della CONCACAF Champions League. Un girone, quello degli haitiani, nel quale avrebbe affrontato i messicani del Monterrey ed i panamensi dell’Árabe Unido. «Erano sei mesi di contratto ed il club ha insistito molto per portarmi a Port-au-Prince», la capitale di Haiti. «Purtroppo l’offerta è arrivata tardi», conclude Giacomo, «poiché con il mio agente Diego Martins ci siamo resi conto che non avevamo il tempo di convincere il mio club a svincolarmi».

Ulaanbaatar City 01

Un’esperienza di vita che l’ha portato ad imparare discretamente l’inglese e perfettamente lo spagnolo. Simpatizzante del Torino grazie a suo nonno, grande tifoso granata, la lingua iberica la deve soprattutto ad una delle sue più grandi passioni: il Deportivo La Coruña. «Ho imparato lo spagnolo da autodidatta», spiega Giacomo, «ascoltando le partite del Depor via radio e traducendo gli artículi di giornale». Una vera e propria “malattia” iniziata nel 1999 quando, svegliandosi all’alba per andare a giocare a Bergamo contro l’Atalanta, vide in TV una replica della partita della squadra galiziana contro il Betis Siviglia.

Dopo ottobre quale sarà la sua prossima meta? «Dopo questa avventura in Mongolia vorrei tornare in Africa e fare un campionato intero», rivela Giacomo, «per poi magari arrivare a giocare in Sud Africa». Una carriera quella di Giacomo, che assume le connotazioni di un viaggio continuo. «Tutto ha avuto inizio con Malta», afferma Giacomo tracciando un bilancio, «ma non mi pento di nessuna scelta perché ognuna di esse ha aggiunto qualcosa alla mia esperienza di uomo». «Oltre che conoscere culture calcistiche differenti», continua, «girare il mondo ti permette di conoscere stili di vita e di pensiero totalmente differenti dal nostro», in grado di «renderti ricco come persona». Quella in Africa è stata indubbiamente l’esperienza che più l’ha segnato. «L’Africa ti insegna cos’è la vita», conclude, «poiché la gente è sorridente e felice anche se ha poco e questo suo lato spesso non viene raccontato».

Dove ti vedi tra dieci anni? «Vorrei fare i corsi necessari per prendere il diploma da allenatore UEFA Pro», palesa Giacomo, «per mettere in pratica le mie idee calcistiche». «Vedremo che succederà da qui a dieci anni», conclude Giacomo. E soprattutto dove sarà, viene naturale aggiungere.

 

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  1. VINCENZO

    agosto 21, 2016 at 4:29 pm

    un grande…

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Basket

Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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Altri Sport

L’indipendenza basca e il ciclismo: Iban Mayo e la macchia arancione

Lorenzo Siggillino

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Compie oggi 41 anni Iban Mayo, il ciclista basco che durante il Tour de France 2003 con la vittoria sull’Alpe D’Huez divenne simbolo identitario di un popolo che ha sempre lottato per l’indipendenza.

L’indipendenza basca è un capitolo della geopolitica che ha legami con l’origine sconosciuta di una lingua misteriosa. Si lega alla cultura della sinistra estrema, al genere musicale del Rock Radical Vasco, al terrorismo dell’Euskadi Ta Askatasuna, al secolo ETA. È una storia scritta anche nello sport, basta ricordare l’Athletic Club Bilbao. L’indipendenza basca ha toccato anche il ciclismo, grazie alla favola Euskaltel Euskadi (la squadra arancione formata solo da baschi, finanziata dal governo regionale, schierata a favore dell’indipendenza da Madrid). Proprio l’Euskaltel trasformò un meraviglioso scalatore in un leader popolare, un capotribù, il simbolo di un orgoglio: era un ragazzo di Igorre, Iban Mayo Diez.

Il momento in cui Iban Mayo entra nel cuore della sua gente è chiaro a tutti: 13 luglio 2003. Pensare solo a tutta la fatica che aveva fatto il destino per portare Mayo lì, in quel giorno d’estate del Tour de France: è da non credere. Iban Mayo Diez, o anche Iban Mayo e basta, nasce ad Igorre (15 km da Bilbao) e si avvicina al ciclismo per pura fortuna: i dirigenti sportivi di una scuola ciclistica avevano organizzato un giro della cittadina e avrebbero regalato un panino a tutti i ragazzi che lo avessero terminato. Iban si iscrive, vince la merenda e non lascia più la bicicletta, inizia così la sua avventura costellata di tanti successi già da junior. Nel 1997 il passaggio ai professionisti era vicino, ma durante il servizio militare per la Croce Rossa basca Mayo ha un incidente d’auto nel quale si frattura entrambe le caviglie e un braccio. Sedia a rotelle per tre mesi, con molti medici che esprimevano pessimismo riguardo il suo approdo nel professionismo: “Pensa a tornare a camminare Iban, poi per pedalare c’è tempo…”. Riesce a rientrare nel 1999, imponendosi in 13 gare, con il titolo di miglior giovane spagnolo dell’anno. Arriva nei professionisti nel 2000 con l’Euskaltel, con un soprannome già stabilmente incollato addosso: in Spagna lo chiamano tutti il Gallo. Da lì una crescita continua: nel 2001 vince il Midi Libre, nel 2002 arriva quinto nella generale della Vuelta a Espana. Fino ad arrivare al 13 luglio 2003 alla frazione 8 del Tour de France, con traguardo in cima alla montagna più famosa del ciclismo: l’Alpe d’Huez.

È l’arrivo in salita dei giganti: 14 km al 7,9% di pendenza media con 21 tornanti, ognuno dedicato ad uno o due dei vincitori su questa storica vetta. La prima curva che si incontra salendo è la 21, che celebra Fausto Coppi (successo nel ’52). I tornanti 3 e 2 sono quelli di Marco Pantani (che aveva fatto doppietta – ’95 e ’97), al numero 11 c’è Hinault, al 7 e al 6 si ricorda Gianni Bugno. Qui sopra c’è l’Olimpo del ciclismo. Mayo è al Tour per aiutare il suo capitano Zubeldia a fare classifica, mentre la maglia gialla è affare tra Armstrong e Ullrich. Sull’Alpe d’Huez Iban ha un gamba stratosferica: stacca tutti e vince in solitaria, rifilando 2 minuti ad Armstrong e 3 ad Ullrich. L’Euskaltel era in crescita ma per far scoppiare il movimento c’era bisogno di qualcuno che fosse in grado di lottare con i più forti e quello era Iban Mayo. Il Gallo ottiene il successo più prestigioso della storia della squadra, finisce sesto in classifica generale e il capitano Zubeldia arriva quinto: il tifo nei Paesi Baschi esplode letteralmente. Mayo diventa l’eroe che aveva riscattato l’orgoglio della sua gente.

Il Gallo con quella vittoria, oltre ai cuori, conquista anche un posto sui tornanti, viene messo al numero 20, mentre al 10 c’era l’unico altro spagnolo che fino a quel momento era riuscito ad imporsi sull’Alpe d’Huez: Federico Echave, o Etxabe, sì un altro basco! Inoltre quel successo rappresentava un manifesto del movimento, indicando la via che molti Euskaltel dopo Mayo avrebbero seguito: rispettare la maglia, attaccare senza paura e mettere il cuore dove non arrivano le gambe. Dal 2004 in avanti non c’è più una salita del Tour de France senza la macchia arancione dei sostenitori della squadra, non c’è più una montagna senza le bandiere dei Paesi Baschi. I tifosi baschi sull’Alpe d’Huez si moltiplicarono e quello diventò per loro il luogo giusto dove aspettare un’altra impresa, cogliendo l’occasione per ribadire la propria identità.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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