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Dalla vetta alla Lega Pro: Harakiri Livorno, il flop dei labronici

Lorenzo De Vidovich

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Ci siamo presi una settimana, aspettando che la mente si raffreddasse prima di ragionare sulla retrocessione del Livorno. Nove giorni dopo il funesto 2-2 contro il Lanciano (che deve ancora confrontarsi con la giustizia sportiva), possiamo valutare la stagione degli amaranto, che si è conclusa nel modo peggiore e più impensabile fino ad almeno metà stagione. E’ stata una débâcle completa, un vertiginoso crollo che ha portato il Livorno ad una retrocessione bruciante, con una formazione che sulla carta poteva ambire ai playoff e che di sicuro aveva le carte in regola per mantenere la serie in una tranquilla metà classifica. Non è stato così, è arrivata la retrocessione in una partita che era in pieno controllo per i labronici, terminata invece con un pareggio rocambolesco, contro la diretta concorrente Lanciano. Una partita che sancisce il ritorno del Livorno in quella terza serie abbandonata nel 2002.

CHE CALO! – Eppure tutto era iniziato sotto i migliori auspici: cinque vittorie nelle prime cinque partite con il confermato Christian Panucci al timone della squadra, poi l’ambiente inizia a deteriorarsi, qualche frattura collettiva col Presidente Aldo Spinelli si trasforma in una vera propria falla che crea smottamenti continui, i quali portano ad una precipitosa discesa nelle gerarchie. La squadra entra in una crisi di gioco consistente, e gli esperti Vantaggiato, Fedato, Biagianti non fanno più la differenza, tant’è che nel tremendo girone di ritorno il giocatore che si distingue di più è il centrocampista classe 1995 Mattia Aramu, arrivato in prestito dal Torino per vagare in un deserto dove riesce però a farsi notare consacrandosi per la Serie B: 5 gol, due che stavano per risultare decisivi nel match clou contro il Lanciano (di cui uno su una bella punizione). Al contempo, Spinelli va nel pallone, e dopo la brutta flessione opta per l’avvicendamento in panchina di Panucci, cui subentra l’esperto Bortolo Mutti, che effettivamente lascia il segno, ma in negativo: 2 punti in 10 giornate. Il ritorno di Panucci non inverte la rotta e dopo la sconfitta contro il Trapani, il 19 marzo, arriva il secondo esonero, per puntare ancora su un uomo di esperienza: Franco Colomba, che dura fino al 16 aprile dopo quattro sconfitte in quattro partite. La quarta carta in panchina è la soluzione interna Ezio Gelain, già allenatore l’anno prima in sostituzione di Gautieri. La squadra è penultima con 33 punti e serve un miracolo che non era previsto. Ma come la Sampdoria che retrocesse in B dopo aver sfiorato la Champions, il Livorno non è pronto ad una salvezza che non aveva tenuto in considerazione, sebbene la squadra reagisca ottenendo risultati importanti: come prova d’orgoglio finale, alla vittoria col Latina segue un brutto 3-1 contro la sfidante per la salvezza Salernitana, poi due pareggi di cui uno contro il Cagliari, sino alla vittoria con l’Ascoli che riapre i giochi. Ora serve battere il Lanciano per agguantare almeno i playout.

INFERNO – Nel match dell’anno succede tutto quello che non deve succedere, e per i labronici sarà una partita maledetta (qui gli highlights). Aramu sale in cattedra nella prima parte della gara e porta il Livorno sul 2-0, trascinato dalla bolgia dell’Armando Picchi (di cui si è commemorata la morte venerdì 27 maggio, 45 anni dalla sua scomparsa, qui un approfondimento de Il Tirreno). Nel secondo tempo succede davvero di tutto: Ferrari simula in area ma Nasca estrae il rosso per il portiere amaranto Ricci, espulso. Entra Carlo Pinsoglio, già nel mirino dei tifosi dopo alcune prove sottotono e determinanti incertezze tra i pali. Il rigore nato da una simulazione permette al Lanciano di accorciare le distanze, ma il peggio deve ancora arrivare: con il peso della prestazione sulle spalle, Pinsoglio va a farfalle in uscita sugli sviluppi di una punizione spennellata in area. Il portiere non blocca il pallone che gli scivola tra le mani per arrivare al neo-entrato Turchi: è 2-2, per Pinsoglio e disperazione ed è l’errore decisivo per la retrocessione del Livorno, che fallisce il 3-2 con Vantaggiato.

Finisce con Spinelli incredulo (e chiamato a fare mea culpa), che poco tuonerà contro la terna arbitrale, responsabile di molti errori durante il corso della gara, ma non del violento calo di gioco dei labronici. Pinsoglio verrà letteralmente picchiato dagli inferociti tifosi che tutto potevano aspettarsi tranne che una retrocessione così amara, arrivata in 90’ con una serie di concause quasi divine: a nulla è servita la reazione nelle gare finali, nel match più importante il Livorno ha fatto un vero e proprio fa e disfa, sebbene la dea bendata si sia tenuta ben lontana dall’ Ardenza. In attesa di sviluppi della giustizia sportiva, il Livorno si rende protagonista di un record: prima squadra retrocessa sul campo dopo essere stata capolista solitaria. Gli altri casi simili, sono figli di questioni extra-sportive, alle quali i labronici ora devono aggrapparsi per non vedersi legittimata la retrocessione che li inserisce tra i bocciati della stagione.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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