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Storie dell'altro mondo

Dalla strada all’NBA: STORIA DI JIMMY BUTLER

Lorenzo Martini

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Quando si prova la povertà sulla propria pelle.

 “Non mi piace la tua faccia, te ne devi andare.” A volte le mamme non sono il massimo della delicatezza, e, soprattutto se innervosite, possono scapparle frasi poco piacevoli. Peccato però che nel pronunciare queste parole la mamma del piccolo Jimmy non era semplicemente innervosita, era seria. Considerava suo figlio un teppista e per questo non era più disposta a tenerlo dentro casa.

E’ così che nel marzo del 2002 il tredicenne Jimmy Butler si ritrova da solo senza una casa,  a Tomball, uno dei sobborghi più  malfamati di Houston. Chiunque ora non punterebbe neanche un centesimo su di lui. E chiunque sbaglierebbe.

Che la vita non gli avesse propriamente sorriso Jimmy lo aveva capito fin da subito. Il padre aveva abbandonato la madre prima ancora che lui nascesse, lasciando alla donna l’arduo compito di crescere da sola un figlio.

A Tomball il tasso di delinquenza era fin troppo alto, eppure Jimmy aveva sempre evitato di cacciarsi nei guai. Ma la madre non era di questo avviso: stanca di una vita di privazioni per occuparsi di suo figlio, aveva infine deciso di abbandonarlo al suo destino. E così Jimmy si ritrova a vagare per la città in cerca di un posto in cui dormire, come Oliver Twist nella Londra ottocentesca.

Per 4 anni della sua vita non fa altro che chiedere ospitalità in giro per la città. A volte viene accolto in casa dagli amici di scuola, altre volte riesce a trovare un posto nei centri di accoglienza per senzatetto, ma non sono rare le occasioni in cui è costretto a dormire sotto i ponti all’interno di un cartone. Per 4 lunghi anni la sua non è adolescenza, ma pura sopravvivenza.

 Fortunatamente Jimmy non ha nessuna intenzione di entrare in brutti giri criminali, non vuole essere un delinquente. Al contrario, pur provando vergogna per le sue condizioni, continua ad andare a scuola e, soprattutto,ama giocare a basket. Col suo pallone tra le mani si sposta da un campetto all’altro come un menestrello errante, pronto a mettere in mostra le sue incredibili doti cestistiche.

 A 17 anni Jimmy frequenta la Tomball High School e fa parte della squadra liceale. Tra i vari compagni conosce un certo Jordan Leslie, che un giorno con aria arrogante decide di sfidarlo in una gara da 3 punti. Il buon Leslie non è male, ma viene letteralmente massacrato e si rende conto dell’incredibile talento di Jimmy. Con lui inizia a frequentarsi, si allenano tutti i giorni insieme,  finché un giorno non decide di invitarlo a casa a cena. E’ così che Michelle Lambert, la mamma di Jordan, viene a conoscenza delle difficili condizioni di Jimmy e quindi lo invita a restare a dormire da loro quella notte. E anche la notte successiva. E quella dopo ancora. Jimmy come per magia non solo trova una casa in cui vivere, ma trova una vera famiglia.

 La sua nuova famiglia è tutto tranne che convenzionale: oltre a Michelle e al marito, ne fanno parte anche i tre figli di lei e i tre di lui avuti in matrimoni precedenti, a cui va aggiunto un altro figlio avuto dalla loro unione. Non navigano certo nell’oro, eppure decidono di ospitare quel ragazzone tanto sfortunato quanto educato.

Tra Jordan e lui si instaura un profondo rapporto di amicizia: i due non solo sono legati dalla passione per il basket, ma li accomuna anche un’infanzia difficile, caratterizzata dall’assenza di una figura paterna a cui fare riferimento, visto che anche il padre di Jordan lo ha abbandonato anzitempo, a causa di una terribile malattia.

La vita di Jimmy cambia radicalmente anche grazie all’amore di Michelle, che considera come la sua vera madre. La donna lo tratta al pari dei suoi 7 figli, si interessa a lui, lo stimola e lo sprona. E lui ripaga tutto il suo affetto dando il massimo in quel che gli riesce meglio: giocare con la palla a spicchi. Infatti termina l’ultima stagione alla High School con ottime medie, ma ciononostante per l’anno successivo viene scelto solo dal modesto Tyler Junior College.

Quella che potrebbe sembrare una sconfitta in realtà diventa una spinta a migliorarsi ancora di più. Grazie al costante supporto di mamma Michelle, Butler è protagonista di una stagione strepitosa, tanto che l’anno successivo viene ingaggiato dalla prestigiosa Marquette, una delle università più conosciute d’America. Qui l’adattamento non è facile, la concorrenza è spietata, ma appena il coach gli dà una chance Jimmy dimostra il suo incredibile talento. Quello che sorprende è la freddezza con cui riesce a gestire i momenti caldi di ogni match. Del resto, dopo quattro anni vissuti col terrore quotidiano di non trovare un posto in cui dormire, non può certo spaventare una partita di basket.

 La carriera di Jimmy prosegue per il meglio, si fa apprezzare da tutti i coach per la grinta che mette in campo, per la sua costanza negli allenamento e soprattutto perché preferisce mettere davanti a tutto la squadra, disinteressandosi delle statistiche individuali. Diventa titolare e risulta decisivo in diverse partite, portando Marquette a risultati eccezionali.

Nel  2011, a 21 anni, decide che è arrivato il momento: si dichiara eleggibile per il Draft NBA. Però, malgrado le ottime prestazioni a Marquette, non è ancora sicuro di essere scelto da una squadra NBA, la concorrenza è davvero mostruosa.

Ma Jimmy Butler non è tipo da farsi scoraggiare. A Porthmouth sta per essere organizzato un torneo particolare, dove possono mettersi in mostra tutti i giovani prospetti che ancora non sono sicuri di essere scelti al Draft. E’ la sua occasione e non se la lascia scappare. Gioca il torneo in maniera divina, risultando il miglior giocatore della manifestazione. Le franchigie NBA mettono finalmente gli occhi su di lui!

 Il 23 giugno arriva la consacrazione. Durante il Draft gli Chicago Bulls, una delle squadre più  titolate di sempre, decide di selezionarlo alla trentesima posizione assoluta. E’ fatta, Jimmy Butler è un giocatore NBA.

 Durante la cerimonia, la gioia per Jimmy è doppia. Non solo realizza il sogno di una vita,  ma ad accompagnarlo sul palco è Michelle, la persona che gli ha cambiato la vita. Fino a quel momento lui aveva nascosto a tutti la sua adolescenza travagliata, né  gli allenatori, né gli scout NBA né i compagni di squadra sapevano nulla dei suoi trascorsi burrascosi. Ora invece si apre al mondo, parla della sua vita, si racconta.

 Nella storia di Jimmy Butler ancora non si può certo ancora parlare di lieto fine. Infatti, nel giro di cinque anni Butler è passato dall’essere una riserva dei Chicago al diventare uno dei giocatori più forti e temuti della lega. Nella stagione passata è stato insignito del premio Most Improved Player, ossia l’atleta più migliorato dell’intera lega. Ma questo a Jimmy non basta. Lui vuole vincere, vuole portare il titolo NBA a Chicago ed essere premiato direttamente dal presidente degli Stati Uniti. Ne ha ancora di strada da fare!

Che i suoi siano solo sogni? Potrebbe essere. Ma anche quando aveva 13 anni e viveva sotto i ponti il suo sogno era giocare in NBA. Sappiamo tutti poi come è andata a finire…..non resta che dire, to be continued.

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3 Commenti

3 Comments

  1. clach

    novembre 28, 2015 at 11:13 pm

    bella storia e ben raccontata!

  2. strippolo

    novembre 29, 2015 at 2:12 am

    Esistono ancora, se mai sono esistiti, i romanzi a lieto fine?

  3. marco

    novembre 29, 2015 at 1:30 pm

    Non solo una storia a lieto fine…ma una speranza a che la parte buona di sto mondo vinca sul l’indifferenza !!!

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Pugilato

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

Marco Nicolini

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Il 22 luglio 1916, nell’allora Algeria francese, nasceva Marcel Cerdan, unanimemente considerato il più grande pugile transalpino di sempre; sicuramente uno dei più forti pesi medi della storia.

Proveniente da una poverissima famiglia di pieds-noirs, il tartassato popolo europeo stanziatosi in Maghreb, Marcel conobbe il pugilato a soli 8 anni, dopo essersi trasferito coi genitori a Casablanca.

Dieci anni più tardi esordiva nel professionismo con una serie impressionante di vittorie, grazie ad abilità pugilistiche sopraffine e polmoni infiniti che gli permettevano di mettere pressione all’avversario dal primo all’ultimo istante del match.

Alla storia di quel tempo furono consegnati i tre avvincenti incontri con il leggendario Omar Kouidri, fighter algerino di grande qualità, tutti vinti da Cerdan con soluzioni ai punti.

Dopo aver imposto in Europa un dominio assoluto nei welter, Marcel passò alla più prestigiosa categoria dei medi, conquistando in breve le cinture di campione francese e di campione europeo.

Nel frattempo, esordì nell’indiscusso tempio della boxe mondiale, il Madison Square Garden, dopo aver maramaldeggiato in Spagna ed in Inghilterra strapazzando gli idoli locali.

Il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.

Grande riscontro ebbe sulla carta stampata il momento, poche ore dopo il match, in cui Cerdan si ricongiunse col fratello Vincent, dopo ventidue anni di separazione.

Con il suggello internazionale alla propria notorietà, Cerdan divenne il personaggio più gettonato dalla borghesia francese: da ragazzo semi-analfabeta a piedi nudi per i vicoli sabbiosi di Casablanca, si trovò ad essere un elegante parigino, ammirato ed invidiato da tutti.

Pur essendo sposato e padre di tre figli, intrecciò una delle più celebrate love story di tutti i tempi con la cantante Edith Piaf, una donna complessa, difficile, ma anche un’artista di grande fascino.

In questa atmosfera di grande glorificazione, nel giugno del 1949, Cerdan difese per la prima volta il titolo, a Detroit, dall’attacco del Toro del Bronx, Jake La Motta, un pugile di sensazionale combattività.

La dislocazione della spalla sinistra sin dalla prima ripresa costrinse Cerdan ad un match difensivo che mal si adattava alle sue caratteristiche. L’angolo fu costretto al getto della spugna, ma solo dopo dieci, terribili, riprese.

Attaccato dai giornali francesi, delusi dalla sconfitta, Cerdan tornò in patria per rimettersi dall’infortunio e prepararsi per la rivincita.

Ormai ristabilitosi e firmato il contratto per il re-match con La Motta, decise di posporre l’inizio degli allenamenti per raggiungere la Piaf a New York, per un periodo di pochi giorni.

Partì da Parigi imbarcandosi su un Lockeed Constellation di Air France che, nell’effettuare uno scalo di rifornimento alle Azzorre, si schiantò sul monte San Miguel, uccidendo tutte le 48 persone a bordo.

Al momento della morte, Marcellin Cerdan, il Bombardiere Marocchino, aveva 33 anni, era pugile professionista da quasi 16 anni, aveva combattuto 115 incontri, vincendone 111, era stato campione francese, europeo e mondiale.

Questo fu il suo lascito alla Francia, allo sport, al pugilato.

Edith Piaf, gettata nello sconforto dalla notizia, fu minata nel suo già fragile equilibrio.

Tanto dolore non andò però sprecato, perché in onore del coraggioso pugile che aveva tanto amato, Edith compose “Hymne à l’amour”, da molti considerata la più bella canzone d’amore di sempre.

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Calcio

Il primo inno della Roma era un tango

Valerio Curcio

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A più di ottant’anni dalla sua composizione, la “Canzone di Testaccio” è ancora intonata dai tifosi della Roma. È un modo per coltivare la memoria dei tempi giocati all’ombra del Monte dei Cocci, ma è anche un’esortazione rivolta agli undici in campo: tirate fuori lo spirito testaccino di un tempo. Nonostante la sua diffusione, pochi sanno che la canzone fu composta sulle note di “Guitarrita”, un tango scritto da Bixio Cherubini e Armando Fragna nel 1930.

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Il compositore Fragna e il paroliere Cherubini scrissero “Guitarrita” per la colonna sonora del film romantico-popolare “La canzone dell’amore”, diretto da Gennaro Righelli e presentato a Roma il 6 ottobre 1930. Il film, tratto dalla novella “In silenzio di Pirandello, è la prima opera cinematografica col sonoro di produzione italiana.

L’anno successivo, il paroliere e poeta Totò Castellucci compose sulle note di “Guitarrita” quella che al tempo veniva chiamata la “Canzona de Testaccio”, oggi nota anche col semplice titolo di “Campo Testaccio”. Grazie al suo contributo, l’incipit del tango (“Sotto le stelle nell’Argentina / bruna regina regnavi tu”) divenne il celebre “Cor core acceso da ‘na passione / undici atleti Roma chiamò”.  L’attività di Castellucci come autore di testi dedicati all’AS Roma non si limitò a questa occasione, tant’è che negli anni ’50 uscì addirittura un suo “Canzoniere giallorosso”.

A Roma la tradizione di ideare canti calcistici sulle note di canzoni già famose ha dunque radici che vanno ben oltre i cori ideati su “La partita di pallone” di Rita Pavone o “La notte vola” di Lorella Cuccarini. Tuttavia, non dobbiamo immaginare la “Canzone di Testaccio” come un brano frutto di quella “creatività collettiva” che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana. Castellucci infatti compose il brano per il primo film italiano dedicato al calcio: “Cinque a zero” di Mario Bonnard, uscito nel 1932, del quale oggi sarebbe rimasta una sola pellicola in lingua francese.

Il film trae ispirazione dallo storico celebre 5-0 assestato dalla Roma alla Juventus il 15 marzo 1931 e vede la partecipazione di buona parte della rosa romanista, tra cui Ferraris IV, Bernardini, Volk e Masetti, nonché di Zi’ Checco, storico custode di Campo Testaccio. Nella commedia di Bonnard le vicende calcistiche fanno da sfondo a due storie di coppia: l’amore tra il centravanti della squadra e una ballerina del varietà e il rapporto tra il presidente, interpretato dal celebre Angelo Musco, e la moglie allergica al calcio, che alla fine del film diviene una grande tifosa.

Il primo inno della Roma era dunque un tango argentino, ma al tempo non doveva risuonare come una melodia esotica. La diffusione del tango in Italia era tale che anche una canzone a Roma considerata tradizionale come “Chitarra Romana”, scritta nel 1935 da Eldo Di Lazzaro, era originariamente un tango. E non è un caso se Ettore Petrolini, grande attore e drammaturgo vissuto a cavallo dei due secoli, compose proprio in quegli anni il suo “Tango romano”. Più di tutti, però, colpisce l’aneddoto di un giovane Renato Rascel che, per guadagnarsi da vivere, si spacciava per cantante argentino nei cabaret torinesi. Si racconta che un giorno, avvistati alcuni calciatori argentini nel pubblico, li pregò di non “farlo sgamare”.

Sarebbe bello oggi poter sapere cosa pensavano del tango giallorosso i tantissimi argentini e italo-argentini che fecero grande la Roma nei suoi primi decenni di vita. Due di questi sono anche citati nella canzone: Arturo Chini Ludueña e Nicolás Lombardo.

Chini, esterno tutto dribbling e velocità, arrivò nel 1926 in Italia con una laurea in giurisprudenza. L’Alba-Audace lo soffiò alla Juventus e, quando i biancoverdi si fusero con Roman e Fortitudo-Pro Roma, divenne il primo giocatore straniero della neonata AS Roma. Nel 1934 transitò alla Lazio per poi giocare le ultime tre stagioni della sua carriera nel Trastevere. Dopo il ritiro, si dedicò alle relazioni internazionali, arrivando a lavorare come alto diplomatico a Washington DC.

Lombardo fu invece acquistato dalla Roma nel 1930, anche se la sua storia in giallorosso durò poco: nel 1932 un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a fermarsi per lungo tempo. Ma il suo ruolo nella società giallorossa era tutt’altro che esaurito: la società lo inviò in Argentina come mediatore per il calciomercato. Lì, mentre assisteva a una partita del Racing de Avellaneda, fu aggredito da un gruppo di tifosi perché colpevole di facilitare un club straniero nel “depredare” il campionato argentino.

Tuttavia, dopo aver attraversato l’oceano a bordo del piroscafo “Duilio”, il 18 maggio 1932 Lombardo approdò sul litorale romano in compagnia dei talenti oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre, comprati dalla Roma per fare il salto di qualità, arrivarono insieme nella capitale e insieme ne fuggirono nel 1935 per paura di finire a combattere in Abissinia. Furono visti entrare in una Lancia Dilamda, poi in Liguria su un treno per la Francia, dove si imbarcarono per tornare per sempre in Sud America. Non manca chi sostiene che a insinuare in loro la paura del tutto infondata di finire al fronte fu il Generale Vaccaro, gerarca fascista e presidente della FIGC, noché alta carica dirigenziale della Lazio.

La storia del primo decennio romanista ebbe dunque solo due passaporti, quello italiano e quello argentino, e queste sono solo alcune delle storie giunte fino ai giorni nostri. Negli anni successivi furono ancora numerosi gli argentini ad attraversare l’Oceano con il sogno di giocare nella Roma: Spitale, Provvidente, i futuri campioni d’Italia Allemandi e Pantò, fino ad arrivare al secondo dopoguerra con Di Paola, Peretti, Pesaola e Valle.

Ai celebri “Piedone” Manfredini e Francisco Lojacono seguì un decennio, quello dei Settanta, di chiusura delle “frontiere” calcistiche.  Negli anni Ottanta la Roma si risvegliò “brasileira”, come cantava Little Tony, e dovrà aspettare il 1993 per rivedere un argentino in squadra: è Abel Eduardo Balbo e con lui ricominciò l’unico rapporto che sia mai potuto esistere tra giallorossi e biancoazzurri, quello che su una nave collega Buenos Aires e Roma. L’apice raggiunto da questa relazione si incarna, a inizio del millennio, in una persona che è inutile nominare, perché è già venuta in mente a tutti da parecchie righe.

Si ringrazia Massimo Izzi per i preziosi consigli e per aver scritto il primo articolo in cui si cita “Guitarrita”, uscito su “Il Romanista” del 10 settembre 2008.

FOTO: asromaultras.org

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Altri Sport

“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Il 22 Luglio 2001 moriva Indro Montanelli, uno dei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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