Allo stadio ‘Dariaus ir Gireno’ di Kaunas la partita sta per finire: mentre si attende solo il fischio finale, parecchio più a sud, ma sempre dalla parte orientale di quella che una volta era definita la cortina di ferro, ci si appresta a vivere una notte di grande festa. Il match finisce, e mentre in campo la Bosnia celebra la vittoria sulla Lituania che regala la storica qualificazione al Mondiale brasiliano, a Sarajevo e dintorni si brinda a una squadra capace di rendere orgoglioso un popolo ai più tristemente noto per la tragedia della guerra dei primi anni Novanta e che ancora oggi è il più povero d’Europa.

E’ il 15 ottobre 2013, e il simbolo di quella squadra capace di tale impresa è senza dubbio il centravanti, all’epoca del Manchester City, Edin Džeko. A differenza della maggioranza dei suoi compagni di Nazionale, come ad esempio Pjanic, Džeko non abbandona il suo Paese di origine negli anni più bui.

Nato a Sarajevo nel 1986, la sua infanzia è funestata dal drammatico conflitto successivo alla dissoluzione della Jugoslavia, che porta all’assedio della città per tre anni, dal 1992 al 1995. In particolare un presentimento della madre, che un giorno del 1993 gli proibisce di andare al campetto con gli amici come al solito, lo salva dalle granate che uccidono tanti suoi compagni di gioco. “I ricordi non ti abbandonano – racconterà anni dopo -. Era un periodo davvero brutto, e ho avuto un’infanzia triste e traumatica. Non si può immaginare una situazione del genere senza averla vissuta”

Quando la guerra finì, mi sentivo più forte mentalmente. Non c’era più molto che potesse farmi paura”: dopo aver dovuto abbandonare la casa distrutta dalle granate, aver vissuto nell’appartamento di uno zio dove si dormiva anche in 15 nello spazio di 37 metri quadri, schivato la morte in più di un’occasione, per Džeko e il suo popolo è il momento di ricominciare.

Nonostante la guerra, il piccolo Edin non smette mai di giocare a pallone: il suo idolo è Andrej Shevchenko, ma la crescita che lo fa diventare un gigante di quasi due metri lo porta ad avere caratteristiche molto diverse dal velocissimo attaccante protagonista nel Milan negli anni a cavallo del 2000. Gli inizi di carriera non sono da vero e proprio predestinato: impiegato da centrocampista, la chiamata del grande calcio europeo non arriva subito. Dopo gli esordi nel FK Željezničar nel 2006 si trasferisce in Repubblica Ceca, dove lo aspetta il Teplice che però lo manda inizialmente in prestito in seconda divisione nell’Ústí nad Labem.

E’ un passaggio decisivo per il ventenne Edin, che ha da poco cambiato ruolo iniziando a giocare da prima punta. Nonostante sia dotato di tecnica e visione di gioco ottime, la struttura fisica è infatti quella del corazziere dell’area di rigore che in Europa, da Koller fino a Ibrahimovic, va sempre più di moda.

I tempi in cui era ribattezzato ‘klok’ (che in bosniaco significa ‘lampione’) passano presto, e Džeko si fa notare per eleganza e fiuto del gol, trasformando il suo soprannome in ‘diamante’. In particolare si accorge di lui Felix Magath, noto in Italia per il gol che consegnò all’Amburgo la vittoria della Coppa dei Campioni contro la Juventus nel 1983: diventato allenatore del Wolfsburg, l’ex centrocampista tedesco punta sull’attaccante di Sarajevo: in Germania il bosniaco si impone rapidamente, e insieme a Grafite forma una coppia gol formidabile, che nel 2009 regala la prima Bundesliga della sua storia al club di proprietà della Volkswagen. Ormai Džeko è uno degli attaccanti più apprezzati in circolazione, e la sua quotazione di mercato sale ancora la stagione successiva, al termine della quale si laurea capocannoniere del campionato.

dzeko

Dopo 66 reti in 111 presenze nel campionato tedesco, a gennaio del 2011 arriva la più classica delle proposte che non si può rifiutare: il Manchester City dello sceicco Mansour lo acquista per circa 35 milioni di euro, mettendo in mano a Mancini una nuova importante carta per l’attacco. La stagione da non dimenticare è però quella successiva, nella quale ha un ruolo fondamentale per la vittoria della Premier League dei ‘Citizens’ dopo 44 anni di digiuno: il bosniaco segna infatti il gol della speranza (quello del momentaneo 2-2) nei minuti di recupero dell’incredibile match contro il Queens Park Rangers, che anticipa di pochi istanti il decisivo sigillo di Aguero che vale vittoria del titolo.

Le cose vanno più che bene anche con la Nazionale, che conquista la prima qualificazione alla fase finale di un Mondiale. Nell’estate del 2014, in Brasile, l’inesperienza gioca però un brutto scherzo alla Bosnia, che esce al primo turno a vantaggio di Argentina e Nigeria non senza qualche rimpianto.

Alcuni problemi fisici, uniti a una grandissima concorrenza in attacco e a un rapporto non idilliaco con Pellegrini (che nel frattempo ha sostituito Mancini), portano Džeko alla decisione di lasciare il City. Molti sono i club che si interessano a lui, anche e soprattutto italiani: nell’agosto scorso la spunta la Roma, forte della presenza dell’amico Pjanic.

La sfida di riportare lo scudetto in una piazza in cui manca dal 2001 diventa l’obiettivo numero uno del centravanti di Sarajevo, anche per dimenticare la delusione della mancata qualificazione con la sua Nazionale all’Europeo francese della prossima estate. In fondo, con lui e Pjanic (che ha anche chiamato suo figlio Edin), una parte della Bosnia è all’ombra del Colosseo, e il tricolore sarebbe un’altra importante tappa del riscatto di una generazione di calciatori che ha dovuto subire e superare il trauma della guerra. Un’impresa che può spaventare molti, non chi è riuscito a portare il suo popolo dalle bombe a una sfida contro Messi al Maracanà.

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