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Dalla Champions agli Europei, Sandro Piccinini: “Ecco l’origine della ‘Sciabolata'”

Matteo Luciani

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Avendo commentato la finale tra Real ed Atletico, che partita è stata?

A mio parere, si è visto sul campo quello che ci aspettavamo. Si è trattato di una partita tirata. Sono convinto che quando si arriva in finale di Champions League non sia mai per caso ed ero consapevole del fatto che l’Atletico Madrid, pur inferiore tecnicamente rispetto ai cugini, se la sarebbe giocata alla pari. Il Real, invece, è tutt’altro che una squadra imbattibile e ciò è emerso anche nella finale di San Siro. Credo che non siano arrivate in finale le migliori squadre però si tratta del fascino della Champions; in questa rassegna, infatti, non vince sempre il più forte ma vanno valutati anche altri fattori. Ci vuole fortuna nei sorteggi, magari la presenza di errori arbitrali e, soprattutto, una grande condizione atletica quando si arriva in fondo.

Il Real Madrid, quindi, non è la squadra migliore in Europa

Secondo me no. Il Barcellona di Luis Enrique, il Bayern di Guardiola e, a tratti, anche la Juventus hanno dimostrato di essere migliori di chi ha vinto. Ci può stare, però. Una competizione lunga come il campionato tendenzialmente la vince la più forte mentre per la Champions è più complicato che ciò accada. A San Siro è stata una partita fondamentalmente decisa da episodi. I blancos hanno avuto molta fortuna e poi hanno grandi campioni. A mio avviso, non sono una squadra, non si muovono da squadra e non sono in possesso di una grande fase difensiva. Il Real ha mostrato molti limiti, tuttavia Zidane ha avuto il merito di riportare serenità nello spogliatoio rispetto a Benitez. Il francese è entrato in sintonia coi campionissimi rispetto all’ex tecnico del Napoli e ha gestito meglio lo spogliatoio. Il resto, poi, lo hanno fatto i campioni. Quando ci sono loro, alla fine, le partite le vinci, anche se non stiamo parlando di grandissimi livelli di calcio.

Tiki taka vs Cholismo: da che parte sta?

Propenderei per una terza via, se dovessimo schematizzare il tutto. Il tiki taka di Guardiola mi annoiava molto e se per cholismo intendiamo una tattica conservativa non può appassionare. Bisognerebbe sintetizzare entrambi in ciò che reputo più giusto per una squadra; l’importante è saper trarre il meglio dai giocatori che si hanno a disposizione. In questo senso, scelgo Simeone. L’argentino è in grado di trasformarsi secondo la richiesta negli impegni di partita in partita. L’Atletico Madrid non è solo difesa. Io ho visto molte partite in cui i colchoneros attaccavano e aggredivano gli avversari. Simeone è pragmatico, si adegua e conosce i limiti della propria squadra. Ritengo che con i suoi stessi giocatori uno alla Guardiola non andrebbe mai in finale. L’allenatore dell’Atletico, invece, lo può fare e lo ha dimostrato con i fatti. Come qualità di gioco, mi piace più il Barca attuale di Luis Enrique, rispetto a quello di Guardiola, o il Bayern che era di Heynckes: squadre che giocano in modo aggressivo e vanno rapidamente in verticale. Non amo il tiki taka prolungato, non mi attrae e poi è limitativo: lo puoi fare solo con grandi palleggiatori. Nel tiki taka sei schiavo dei giocatori mentre un allenatore bravo deve saper confrontarsi con tutto ciò che ha. Direi, quindi, che se per cholismo intendiamo pragmatismo, è meglio il cholismo. Ripeto: il concetto base è che Guardiola coi giocatori di Simeone non arriva mai in finale mentre Simeone con quelli di Guardiola sa adattarsi e magari la vince.

Come vede l’Italia di Conte?

Sono un grande estimatore di Antonio Conte e credo che lui, proprio come Simeone, saprà fare il meglio in riferimento a quello che ha a disposizione. Va detto, però, che il materiale posseduto non è di grossa qualità. Gli infortuni hanno falcidiato un centrocampo potenzialmente ottimo ed in attacco c’è poco talento. Il punto di forza è ancora il blocco difensivo della Juventus, una delle poche certezze della squadra. A centrocampo, infatti, bisognerà arrangiarsi mentre davanti, con tutta la simpatia per Graziano Pellè, non mi sembra che siamo a livelli alti. Conte però è bravo e dipenderà anche da fattori imponderabili. Ci vuole, proprio come in Champions, anche un po’ di fortuna. Ad ogni modo, mi sorprenderebbe se l’Italia arrivasse anche solo in semifinale.

Qual è la favorita per l’Europeo?

Si tratta di un vero e proprio terno al lotto a mio parere. Non vedo una squadra nettamente superiore alle altre. Ci sono Francia, Belgio e Germania che forse svettano su tutte. Non escludo, però, una sorpresa tipo l’Inghilterra di Hodgson, proprio perché non c’è una nazionale molto più forte delle restanti. Il livello è medio e diffuso. La Germania è forte ma la vedo logora. C’è la Spagna che sta rinascendo ma si tratta di una rifondazione e, conseguentemente, troviamo diversi punti interrogativi. Potrebbe spuntarla il Belgio, che non è più una sorpresa, però è difficile fare un solo nome.

Mourinho è l’uomo giusto per la rinascita United?

Direi di sì. Mourinho è uno dei 4-5 allenatori di prima fascia e quindi se uno può permetterselo è giusto puntarci sempre. Il portoghese poi ama stare in Inghilterra, ama quel clima e quelle situazioni che si creano in Premier. Non scordiamoci, inoltre, che Mourinho è da sempre un estimatore dei Red Devils e che Sir Alex Ferguson lo aveva designato come suo erede naturale. Trova, quindi, l’ambiente ideale per rinascere e far rinascere i rossi di Manchester. Ci sono tutte le premesse. La mazzata del Chelsea forse è stata anche utile a Mourinho perché gli è servita a ritrovare un po’ di umiltà.

Come nasce la storia della sciabolata?

Tutti i termini che utilizzo durante la telecronaca e che ormai leggo come impazzino sul web, nascono spontaneamente. Per le telecronache mi rifaccio a uno dei miei miti: Dan Peterson. Lui era competente, tecnicamente inappuntabile. A fine partita, il suo ‘mamma butta la pasta’ era divertentissimo per me perché la telecronaca deve essere anche divertente. Non stiamo parlando di argomenti seri ma di gioco del calcio e si deve essere secondo me professionali ma anche in grado di intrattenere il pubblico. Io ci metto tre giorni a preparare una partita e quello è la base però poi se so che il pubblico può sdrammatizzare il tono spesso serioso di una gara mi fa piacere contribuire a rendere il tutto più leggero con qualche termine particolare. Qualcuno mi critica perché, a suo modo di vedere, dico sempre le stesse cose ma io esploro il vocabolario da 40 anni alla ricerca delle espressioni migliori. Vado a cercare i termini più adatti perché durante le partite ci sono spesso situazioni ripetitive; di tanto in tanto, quindi, ti imbatti in espressioni che trovi efficaci. Il mio primo obiettivo in sede di cronaca, da diversi anni, è quello di ridurre il numero di parole per rendere la telecronaca il più essenziale possibile. ‘Sciabolata’ o ‘mucchio selvaggio’ per me funzionano perché ci sono meno parole che il telespettatore deve stare ad ascoltare. Non faccio uso di certe espressioni per finire sui social, le uso perché sono funzionali per la partita. La gente non si accorge che ‘mucchio selvaggio’ lo dico una volta all’interno di una partita magari, non sempre. Fiorello, nel video diventato virale in cui mi chiede di dire sciabolata durante la finale di Champions, infatti, lo fa perché non lo dico così spesso, userò certe frasi una volta in 120 minuti. Hanno successo perché sono espressioni efficaci e sintetiche rispetto alle formule più classiche usate da altri telecronisti. Adesso, però, sono condizionato e non voglio abusarne per non sembrare ripetitivo.

Qual è il tormentone a cui è più affezionato tra ‘mucchio selvaggio’, ‘sciabolata’, ‘incredibile proprio lui’, ‘prova..non va’?

Senza dubbio sciabolata, poiché è stata la prima che ho visto abbia incontrato successo e favore. E’ accaduto molto tempo fa, quando i social ancora neppure c’erano e sentivo i bambini che giocavano sotto casa utilizzare la mia espressione.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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