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Dal Wimbledon al Milton Keynes Dons, lo stadio più odiato d’Inghilterra

Lorenzo De Vidovich

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Quella del Milton Keynes Dons è una (brutta) storia nota agli amanti del calcio britannico, ma soprattutto, per loro sfortuna, ai tifosi del Wimbledon Football Club, che nei primi anni ’90 sono stati privati della propria squadra, riaffacciandosi al calcio che conta solo ora che il rinato AFC Wimbledon ha diffuso il progetto per il nuovo stadio (visualizzabile qui). La rinascita obbliga il rispolvero dell’incredibile storia che ha portato nel 2003 alla nascita del Milton Keynes Dons, in seguito alla riallocazione del Wimbledon FC, trasferito dal Merton, dove era parte integrante della comunità dal 1889, alla new town Milton Keynes, fondata nel 1967 per contrastare il sovraffollamento delle metropoli.

Il Wimbledon FC è la squadra del sobborgo a sud-ovest di Londra, nel Merton, e ha disputato la quasi totalità dei sui campionati nella Non-League, campionato minore, accedendo alla più blasonata Football League nel 1977 tramite elezione, dopo aver vinto il torneo in cui militava (Conference League) per quattro volte di seguito. La lunga serie di proprietari vedeva nello Stadio Plough Lane, nostalgico e vetusto, il principale limite alla crescita del club. Nel frattempo, 120km più a nord la neonata Milton Keynes cresceva demograficamente in virtù della sua fiorente attività industriale, e la MK Development Corporation progettava uno stadio da grandi palcoscenici, sviluppando l’idea di acquisire un club da trasferire in una nuova casa nella nuova città. Ron Noades fu il primo presidente del Wimbledon a esplorare questa opzione, facendo dietrofront davanti alle opposizioni dei tifosi. Vagliate le possibilità di Charlton Athletic e Luton Town, a Milton Keynes si aspettava solo una squadra di calcio che avrebbe avuto come nome Hatters, ma nessuna trattativa andò in porto. Resta però da domandarsi il perché sottrarre una squadra al suo ordine naturale trapiantandola in un’altra città. A Milton Keynes c’era già un club, che però non aveva mai conosciuto il calcio professionistico, relegato in Non-League e senza alcuna attrattiva. Conoscere il calcio professionistico acquistandolo anziché conquistandolo, sembrava quindi una strada più percorribile.

Nel 1991, il rapporto Taylor ordina la riorganizzazione degli stadi secondo rigidi standard obbligatori dopo la strage di Hillsborough, dove morirono schiacciati e calpestati 96 tifosi del Liverpool. Il decreto vieta l’utilizzo del vecchio Plough Lane, il Wimbledon avvia il groundsharing con il Crystal Palace al Selhurst Park, e il presidente Sam Hamman sembra non riuscire ad individuare un’area adatta per il nuovo stadio, mentre arrivano proposte di trasferire la squadra sino a Dublino. I fans non digeriscono questa situazione, Hamman cede la società che passerà in diverse mani sbagliate.

I norvegesi Røkke e Gjelsten si presentano vendendo Plough Lane ad una catena di supermercati, e nulla più. Nel 2000 il consorzio a capo di Pete Winkleman costruisce lo stadio avveniristico che era in progetto a Milton Keynes, città di Winkleman, bussando alla porta di Barnet, QPR e, ancora Wimbledon. È il 2001, Røkke e Gjelsten, passano pilatescamente il testimone a Charles Koppel che accetta il trasferimento nelle new town sponsorizzandolo come l’unica soluzione per evitare il crac finanziario. La Federazione inizialmente rifiuta, Koppel fa appello e viene creata una commissione ad hoc di tre membri. Due votano per il trasferimento, che diventa ufficiale con un comunicato dove si afferma lo spostamento della squadra contro la volontà dei tifosi. Nel 2003 il Wimbledon FC diventa la squadra di Milton Keynes, in uno stadio nuovo di zecca comprato da Winkleman, e l’anno dopo cambia la denominazione in Milton Keynes Dons. Cambiano colori e nome mantenendo però fino al 2007 tutti i titoli del vecchio Wimbledon.

Le motivazioni del trasferimento sono nebulose: impossibilità di costruire un nuovo stadio nel sobborgo londinese (cosa oggi possibile), poche presenze sugli spalti, dovute ad un boicottaggio dei fans per i tristi sviluppi societari della loro squadra, ed un presunto dissesto finanziario, architettato dalla proprietà norvegese con una cessione in blocco dei migliori giocatori nella speranza di retrocedere e fiaccare la passione dei fans, che però non si spegne. Dopo il trasferimento a Milton Keynes, a Wimbledon nasce l’AFC nel 2002, che esordiva in Combined County League (ultimissimo gradino del calcio britannico) davanti a 4000 tifosi.

Nel frattempo, nel nuovissimo Stadium MK, i Dons esordivano in Championship (Serie B) davanti ad appena 1000 spettatori (non tifosi). La Federazione si è intanto accorta del danno, decretando con una regola federale il divieto a spostare un club da una città ad un’altra. All’AFC Wimbledon che porta avanti la tradizione, orfana della sua storia, serviranno nove anni per risalire la gerarchia del calcio.

Il MK Dons diventa invece il franchise club nato dalle esigenze societarie di trasferire a tutti i costi la squadra, lì dove non aveva alcun legame con la città e con la popolazione, strappandola alla passione del Merton. Oggi i Dons sono uno dei club più odiati d’Inghilterra, e il Wimbledon ha vissuto sulla propria pelle il business-soccer senza scrupoli. Nell’agosto del 2014 l’ironia della sorte vuole che in FA Cup s’incontrino i Dons e AFC.

Parecchi tifosi gialloblu del Wimbledon disertano il match: «è come su un ladro mi ruba la televisione e poi vado a guardarla a casa sua». Altri invece si recano nello stadio del disonore e della storia rubata con lo slogan «We Are Wimbledon», pur trovando la sterile risposta dei nuovi tifosi del Dons («AFC Hypocrites» è un azzardato striscione di una timida tifoseria bianconera, colori del MK): il tutto documentato su questo articolo del Dailymail.

Ma la storia parla per entrambe le squadre: da un lato c’è un club da laboratorio, dall’altro una storia di passione più forte di qualsiasi proprietà e presunto fallimento. AFC sta per Association Football Club, ma suona meglio come A Fans’ Club, perché a Wimbledon la passione è stata sottratta, ma non è mai scomparsa. A Milton Keynes, l’arrogante tentativo di comprarla ha creato un club che ha poco a che fare con le tradizioni britanniche, patria delle fans’ ownership e del calcio dal basso. Il MK Dons guarda al futuro, ma la sua nascita risalente appena al 2003, è una realtà troppo scomoda per dimenticarla.

Grazie a Anglocalcio – Quelli che il Calcio Inglese, per le preziose informazioni.

FOTO: www.avangarda.in

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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