Nelle Olimpiadi più tormentate degli ultimi anni, dissestate dai problemi organizzativi e rese sempre più tese dalle continue dispute sui casi di doping, lo spirito sportivo più genuino trova comunque occasione di esprimersi. Anzi, è sempre un fatto positivo che le polemiche e le illazioni possano essere messe a tacere dalle imprese agonistiche, e tra queste ultime vengono sempre salutati con favore i momenti di storia sportiva che, giorno dopo giorno, contribuiscono a rinverdire i fasti delle Olimpiadi. Accanto ai colpi di risonanza planetaria, alle cavalcate verso la leggenda di sportivi come Michael Phelps e Usain Bolt, nella storia delle Olimpiadi trovano con merito spazio anche imprese di carattere apparentemente più circoscritto, ma che per interi paesi e popoli rappresentano momenti di vera e propria estasi: le “prime volte” olimpiche, le prime medaglie, i primi ori. L’affermazione olimpica rappresenta per diverse nazioni di piccole dimensioni, popolazione ridotta o tradizione sportiva modesta una conquista di ampio rilievo: le medaglie dei loro sportivi consentono al vessillo nazionale di ergersi in mondovisione, le medaglie d’oro lo portano addirittura a primeggiare negli istanti di emozione in cui l’inno viene eseguito, mettendo per pochi indimenticabili secondi il paese al centro del mondo. Di fatto, Rio 2016 ha regalato cinque storie di questo tipo, portando quattro atleti ed una selezione a diventare emblemi della loro patria attraverso affermazioni in diversi casi sorprendenti e inattese che hanno assunto connotazione nazionalpopolare. Vietnam, Kosovo, Figi, Singapore e Portorico hanno celebrato successi la cui risonanza nel complesso delle Olimpiadi è stata di intensità diversa a seconda delle discipline in cui sono stati ottenuti, ma che tra i tifosi giunti al seguito delle delegazioni e nel territorio nazionale sono state amplificate immensamente.

Nella giornata di Ferragosto, migliaia di persone hanno affollato le strade di Pristina per celebrare il ritorno in Kosovo della judoka Majlinda Kelmendi, che ha trionfato nella categoria 52 kg sconfiggendo la nostra Odette Giuffrida e facendo impazzire di gioia uno Stato travagliato, attanagliato da una forte crisi interna, oggetto di numerosi contenziosi sulla sua sovranità non pienamente riconosciuta e la cui presenza ai giochi è stata osteggiata dalla Serbia, che non ne riconosce appieno l’indipendenza. La Klemendi, che gareggiò a Londra difendendo i colori albanesi, è divenuta con i suoi successi sul tatami l’icona non solo di un popolo di due milioni di abitanti, ma anche delle centinaia di migliaia di kosovari della diaspora abitanti in tutti i paesi dell’Europa Occidentale, che in questi anni stanno assistendo al riconoscimento della loro identità e indipendenza da parte del mondo dello sport, tant’è vero che numerosissime sono oramai le federazioni internazionali che hanno ammesso al loro interno il Kosovo, ultima fra queste la FIFA che ha permesso alla nazionale di calcio di competere per la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018.

Attendeva da tempo un oro il Vietnam, presentatosi a Rio con una delegazione di 23 atleti, che nella sua storia aveva sino ad ora raccolto un argento ed un bronzo tra Sydney 2000 e Pechino 2008 e che ha gioito nella giornata del 6 agosto grazie al colonnello Hoàng Xuân Vinh, laureatosi campione olimpico nel tiro a segno nella pistola 10 metri e capace di far suo anche l’argento nella distanza dei 50 metri e giunto al culmine della carriera dopo aver puntato fortemente sulla gara olimpica a seguito dell’affermazione nei Mondiali di specialità del 2014 disputatisi negli Stati Uniti, nella base militare di Fort Bening, Georgia.

Restando in area indocinese, ha oramai fatto il giro del mondo la storia del 21enne Joseph Schooling, nuotatore di Singapore che ha vinto la gara dei 100 farfalla in 50’’39 precedendo un terzetto di assoluto valore costituito da Chad Le Clos, Laszlo Cseh e, dulcis in fundo, Michael Phelps, che hanno conquistato l’argento ex aequo a conclusione della finale più equilibrata delle Olimpiadi 2016. Di Schooling, che vive e studia negli USA, è iniziata a circolare una foto che lo ritraeva, poco più che bambino, affiancato al “Cannibale di Baltimora” che, per un curioso incrocio del destino, ha saputo precedere conquistando anche il record olimpico, candidandosi per un ruolo di primo piano nel nuoto mondiale nei prossimi anni.

Portorico è invece impazzita di gioia per l’impresa della tennista Monica Puig, sorpresa impronosticabile capace di scalare il torneo olimpico femminile e di portare a casa un’impensabile medaglia d’oro, superando in finale la tedesca Angelique Kreber. L’inno di Portorico, commovente canzone traspirante malinconia, vero e proprio manifesto della storia di una terra di frontiera, risuona per la prima volta grazie a una outsider che mai, prima di Rio de Janeiro, aveva saputo battere una tennista top 10 del ranking mondiale. La sua vittoria porta in dote il primo oro per lo Stato caraibico, e supera in importanza la storica affermazione della nazionale di basket che, nel torneo di Atene 2004, aveva saputo sconfiggere Team USA nella fase a gironi.

Atteso, sognato e decisamente più pronosticabile, ma al tempo stesso celebrato con una travolgente ondata di entusiasmo che ha contagiato un arcipelago intero è stato invece l’oro delle Isole Figi nel rugby a 7, disciplina rappresentante lo sport nazionale dello Stato insulare oceanico. Nelle Figi il rugby a 7 è coltivato come un’arte, ed è praticato da oltre un quinto dei 900.000 cittadini: le Olimpiadi erano dunque attesissime nell’arcipelago, visto che il ritorno della palla ovale ai Giochi poneva le condizioni perfette per la conquista di una medaglia mai assaporata in precedenza dallo sport figiano, in attesa della quale migliaia di cittadini hanno assiepato l’ANZ Stadium della capitale Suva per assistere alla diretta delle partite della nazionale trasmesse su megaschermo. La festa nazionale proclamata dal primo ministro Frank Bainimarama in occasione dell’oro dei rugbisti, la cui esultanza sfrenata a base di danze e canti dopo la finale con la Gran Bretagna rappresenta un vero e proprio spot per i Giochi 2016, permette di capire fino a che livelli può giungere l’onda lunga della vittoria, quanto penetrante sia un’Olimpiade per popoli che attraverso di essa lustrano il proprio orgoglio nazionale. Per Singapore, Kosovo, Vietnam, Portorico e Figi così è stato: a prescindere dalla rilevanza degli exploit dei loro atleti nella grande narrazione dello sport contemporaneo, essi concorreranno a garantire loro fama imperitura agli occhi di tutti gli abitanti di questi paesi che, con gli occhi lucidi e lo sguardo sognante, hanno potuto sentirsi partecipi della gioia di veder sventolare il proprio vessillo, in alto sopra tutti gli altri, su un palcoscenico planetario. Perché se il metallo è corruttibile, l’oro olimpico invece brilla per sempre.

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