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Dal Kosovo a Portorico, quando il primo oro risplende d’orgoglio

Andrea Muratore

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Nelle Olimpiadi più tormentate degli ultimi anni, dissestate dai problemi organizzativi e rese sempre più tese dalle continue dispute sui casi di doping, lo spirito sportivo più genuino trova comunque occasione di esprimersi. Anzi, è sempre un fatto positivo che le polemiche e le illazioni possano essere messe a tacere dalle imprese agonistiche, e tra queste ultime vengono sempre salutati con favore i momenti di storia sportiva che, giorno dopo giorno, contribuiscono a rinverdire i fasti delle Olimpiadi. Accanto ai colpi di risonanza planetaria, alle cavalcate verso la leggenda di sportivi come Michael Phelps e Usain Bolt, nella storia delle Olimpiadi trovano con merito spazio anche imprese di carattere apparentemente più circoscritto, ma che per interi paesi e popoli rappresentano momenti di vera e propria estasi: le “prime volte” olimpiche, le prime medaglie, i primi ori. L’affermazione olimpica rappresenta per diverse nazioni di piccole dimensioni, popolazione ridotta o tradizione sportiva modesta una conquista di ampio rilievo: le medaglie dei loro sportivi consentono al vessillo nazionale di ergersi in mondovisione, le medaglie d’oro lo portano addirittura a primeggiare negli istanti di emozione in cui l’inno viene eseguito, mettendo per pochi indimenticabili secondi il paese al centro del mondo. Di fatto, Rio 2016 ha regalato cinque storie di questo tipo, portando quattro atleti ed una selezione a diventare emblemi della loro patria attraverso affermazioni in diversi casi sorprendenti e inattese che hanno assunto connotazione nazionalpopolare. Vietnam, Kosovo, Figi, Singapore e Portorico hanno celebrato successi la cui risonanza nel complesso delle Olimpiadi è stata di intensità diversa a seconda delle discipline in cui sono stati ottenuti, ma che tra i tifosi giunti al seguito delle delegazioni e nel territorio nazionale sono state amplificate immensamente.

Nella giornata di Ferragosto, migliaia di persone hanno affollato le strade di Pristina per celebrare il ritorno in Kosovo della judoka Majlinda Kelmendi, che ha trionfato nella categoria 52 kg sconfiggendo la nostra Odette Giuffrida e facendo impazzire di gioia uno Stato travagliato, attanagliato da una forte crisi interna, oggetto di numerosi contenziosi sulla sua sovranità non pienamente riconosciuta e la cui presenza ai giochi è stata osteggiata dalla Serbia, che non ne riconosce appieno l’indipendenza. La Klemendi, che gareggiò a Londra difendendo i colori albanesi, è divenuta con i suoi successi sul tatami l’icona non solo di un popolo di due milioni di abitanti, ma anche delle centinaia di migliaia di kosovari della diaspora abitanti in tutti i paesi dell’Europa Occidentale, che in questi anni stanno assistendo al riconoscimento della loro identità e indipendenza da parte del mondo dello sport, tant’è vero che numerosissime sono oramai le federazioni internazionali che hanno ammesso al loro interno il Kosovo, ultima fra queste la FIFA che ha permesso alla nazionale di calcio di competere per la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018.

Attendeva da tempo un oro il Vietnam, presentatosi a Rio con una delegazione di 23 atleti, che nella sua storia aveva sino ad ora raccolto un argento ed un bronzo tra Sydney 2000 e Pechino 2008 e che ha gioito nella giornata del 6 agosto grazie al colonnello Hoàng Xuân Vinh, laureatosi campione olimpico nel tiro a segno nella pistola 10 metri e capace di far suo anche l’argento nella distanza dei 50 metri e giunto al culmine della carriera dopo aver puntato fortemente sulla gara olimpica a seguito dell’affermazione nei Mondiali di specialità del 2014 disputatisi negli Stati Uniti, nella base militare di Fort Bening, Georgia.

Restando in area indocinese, ha oramai fatto il giro del mondo la storia del 21enne Joseph Schooling, nuotatore di Singapore che ha vinto la gara dei 100 farfalla in 50’’39 precedendo un terzetto di assoluto valore costituito da Chad Le Clos, Laszlo Cseh e, dulcis in fundo, Michael Phelps, che hanno conquistato l’argento ex aequo a conclusione della finale più equilibrata delle Olimpiadi 2016. Di Schooling, che vive e studia negli USA, è iniziata a circolare una foto che lo ritraeva, poco più che bambino, affiancato al “Cannibale di Baltimora” che, per un curioso incrocio del destino, ha saputo precedere conquistando anche il record olimpico, candidandosi per un ruolo di primo piano nel nuoto mondiale nei prossimi anni.

Portorico è invece impazzita di gioia per l’impresa della tennista Monica Puig, sorpresa impronosticabile capace di scalare il torneo olimpico femminile e di portare a casa un’impensabile medaglia d’oro, superando in finale la tedesca Angelique Kreber. L’inno di Portorico, commovente canzone traspirante malinconia, vero e proprio manifesto della storia di una terra di frontiera, risuona per la prima volta grazie a una outsider che mai, prima di Rio de Janeiro, aveva saputo battere una tennista top 10 del ranking mondiale. La sua vittoria porta in dote il primo oro per lo Stato caraibico, e supera in importanza la storica affermazione della nazionale di basket che, nel torneo di Atene 2004, aveva saputo sconfiggere Team USA nella fase a gironi.

Atteso, sognato e decisamente più pronosticabile, ma al tempo stesso celebrato con una travolgente ondata di entusiasmo che ha contagiato un arcipelago intero è stato invece l’oro delle Isole Figi nel rugby a 7, disciplina rappresentante lo sport nazionale dello Stato insulare oceanico. Nelle Figi il rugby a 7 è coltivato come un’arte, ed è praticato da oltre un quinto dei 900.000 cittadini: le Olimpiadi erano dunque attesissime nell’arcipelago, visto che il ritorno della palla ovale ai Giochi poneva le condizioni perfette per la conquista di una medaglia mai assaporata in precedenza dallo sport figiano, in attesa della quale migliaia di cittadini hanno assiepato l’ANZ Stadium della capitale Suva per assistere alla diretta delle partite della nazionale trasmesse su megaschermo. La festa nazionale proclamata dal primo ministro Frank Bainimarama in occasione dell’oro dei rugbisti, la cui esultanza sfrenata a base di danze e canti dopo la finale con la Gran Bretagna rappresenta un vero e proprio spot per i Giochi 2016, permette di capire fino a che livelli può giungere l’onda lunga della vittoria, quanto penetrante sia un’Olimpiade per popoli che attraverso di essa lustrano il proprio orgoglio nazionale. Per Singapore, Kosovo, Vietnam, Portorico e Figi così è stato: a prescindere dalla rilevanza degli exploit dei loro atleti nella grande narrazione dello sport contemporaneo, essi concorreranno a garantire loro fama imperitura agli occhi di tutti gli abitanti di questi paesi che, con gli occhi lucidi e lo sguardo sognante, hanno potuto sentirsi partecipi della gioia di veder sventolare il proprio vessillo, in alto sopra tutti gli altri, su un palcoscenico planetario. Perché se il metallo è corruttibile, l’oro olimpico invece brilla per sempre.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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