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Giochi di palazzo

Dai Mondiali della discordia all’incubo olimpico, così il Brasile si prepara a Rio 2016

Andrea Muratore

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Il percorso a ostacoli che ha contraddistinto gli ultimi mesi di avvicinamento di Rio de Janeiro al grande appuntamento delle Olimpiadi di agosto rischia di trasformarsi in un vero e proprio calvario a seguito del precipitare della situazione interna brasiliana e delle incertezze politiche, finanziarie e sociali in cui tanto la nazione quanto la città deputata a ospitare i Giochi Olimpici si dibattono, sulla scia del perenne malessere che attanaglia una nazione sconvolta da una gravissima crisi che ha posto termine al decennio di progresso e sviluppo seguito all’ascesa di Lùla alla presidenza.

Guardando oggi al clima di ottimismo che avvolgeva il Brasile al momento della scelta della sede olimpica per il 2016 si potrebbe pensare di star guardando a un’altra epoca, a un periodo remoto della Storia, mentre in realtà nel 2009 la gioia dei cittadini brasiliani e del loro governo per la grande opportunità affidata loro era pienamente giustificata. Vigoroso, pieno di grinta e in perenne crescita, il Brasile viveva ai tempi la fase più impetuosa della decade dorada, beneficiava delle iniziative prese dal governo Lùla volte al contenimento della povertà, allo sradicamento della fame, dell’analfabetismo e delle malattie endemiche e conosceva la riduzione delle spaventose disuguaglianze interne e una sempre maggiore influenza internazionale. Classificato nel gruppo delle principali economie emergenti (BRICS), il Brasile ottenne la possibilità di ospitare a breve distanza i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio 2016 vedendo nell’organizzazione dei due più importanti eventi sportivi planetari, a cui verrà in seguito aggiunta la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio del 2015, l’occasione per dimostrare agli occhi del mondo i frutti del progresso compiuto dal paese nel corso degli anni.

La situazione ha iniziato a precipitare a partire dal 2014, quando il Brasile colpito dalla prima fase di recessione dopo gli entusiasmanti anni di sviluppo è stato nuovamente messo dinnanzi alle sue problematiche interne: la crescita del paese aveva infatti portato alla nascita di una nuova, inedita classe media di oltre 30 milioni di persone le cui istanze iniziarono a differenziarsi dalla mera sussistenza e a agglomerare richieste volte al contenimento della criminalità, della corruzione, dell’inflazione e, più in generale, incentrate su una conservazione dei risultati ottenuti piuttosto che su un’ulteriore espansione ritenuta piena di incognite.

Dato il progressivo accentuarsi delle turbolenze economiche, a cui tuttora non si è trovata un’efficace soluzione, a risultare screditata fu la presidentessa succeduta a Lùla, Dilma Rousseff, rivelatasi incapace di proseguire efficacemente l’opera del predecessore e bersagliata a più riprese dagli stessi figli di primo letto della rivoluzione lulista. L’acuirsi della crisi portò inoltre numerose pregiudiziali per coloro che erano rimasti ai margini della società nonostante i voluminosi cambiamenti sistemici: la povertà nelle favelas conobbe un nuovo incremento, a cui fecero seguito allarmanti crescite degli episodi di criminalità urbana, che portarono nuovamente alla destabilizzazione di città come Rio e San Paolo alla vigilia dei grandi eventi che il Brasile si preparava a ospitare. La Coppa del Mondo 2014 segnò un passo indietro per le prerogative internazionale del Brasile: il paese arrivò al grande appuntamento turbato da continue sommosse di piazza, affannato dai pesanti costi di organizzazione, rivelatisi un vero e proprio fardello per le casse del paese, e decisamente impreparato alla gestione logistica dell’avvenimento. Le desolanti immagini della cattedrale nel deserto di Manaus dà un’idea delle dimensioni degli errori compiuti dal comitato organizzatore in fatto di scelta delle città sede del Mondiale, realizzazione degli impianti e loro gestione oltre la manifestazione. Anziché sfruttare il Mondiale come volano per una ripresa, il Brasile si fece sormontare dalle difficoltà, e l’analisi dell’affluenza dei cittadini alle partite della Seleçao nel corso da una manifestazione dà un’idea della ritrovata crisi di disuguaglianza di cui il Brasile era caduto vittima: sport del popolo per eccellenza, in Brasile il calcio ha sempre ricoperto la funzione di livellatore sociale e si è sempre contraddistinto come portatore di una genuina democraticità. La Coppa del Mondo 2014 sarà ricordata dai brasiliani per il carattere di esclusività connesso alle scarse possibilità di accesso alle partite della fase finale concessa alle classi popolari, da sempre tradizionale motore delle torcidas in terra brasiliana. I prezzi proibitivi dei biglietti portarono infatti negli stadi quasi esclusivamente gli appassionati appartenenti alle fasce più benestanti della classe media o ai settori più facoltosi della società. La lampante disuguaglianza in questo campo segnò un nuovo passo sulla strada della polarizzazione sociale, che si è fatta sentire aspramente a partire dall’ultimo voto presidenziale del 2015 (che ha visto Dilma Rousseff riconfermata, ma al prezzo di fortissime spaccature tra le diverse regioni del paese dal punto di vista economico e politico) in avanti.

Tra Mondiali e Olimpiadi, la situazione è ulteriormente precipitata. Il deflagrare dell’inchiesta giudiziaria Lava Jato ha rivelato l’endemicità della corruzione ai massimi gradi del sistema politico ed imprenditoriale brasiliano, travolgendo negli scandali anche numerose società coinvolte in primo piano nella realizzazione delle infrastrutture di supporto alle Olimpiadi di Rio 2016. Il grado di tensione nel paese ha raggiunto picchi di asprezza mai conosciuti negli ultimi decenni quando ulteriori scandali hanno colpito la stessa presidentessa Rousseff, rimossa poche settimane fa dall’incarico al compimento della procedura d’impeachment mosso nei suoi confronti da membri dell’opposizione. Il Brasile arriverà all’appuntamento olimpico guidato da un governo provvisorio, al cui vertice è asceso l’ex vicepresidente Michel Temer, dimostratosi sinora incapace di ovviare alle deficienze sistemiche dell’apparato organizzativo e concentrato esclusivamente su un futile tentativo di smantellamento e demonizzazione degli istituti introdotti in dodici anni di governo riformista. La conseguenza delle tribolazioni interne del paese rischia di essere una figuraccia di dimensioni planetarie: pochi giorni fa lo Stato di Rio de Janeiro ha infatti dichiarato ufficialmente lo stato di “calamità economica” dopo che il governatore Francisco Dornelles ha espresso l’incapacità per la città e il suo territorio di reperire adeguate risorse finanziarie per far fronte alle spese previste per il completamento delle strutture e la gestione degli eventi che accompagneranno le Olimpiadi.

Rio fa praticamente default a cinquanta giorni dai giochi, e scarica sul governo federale sempre più in affanno la responsabilità di evitare il disastro. Tracciando la genesi storica del disastro in atto nella sede delle imminenti Olimpiadi abbiamo voluto contestualizzare adeguatamente il clima da “si salvi chi può” che impera oggigiorno a Rio e, più in generale, nel mondo istituzionale brasiliano. I Giochi rischiano di trasformarsi in un incubo per la città che avrebbe dovuto essere il simbolo dell’ascesa del Brasile e del suo ingresso nel novero delle grandi potenze mondiali. Nelle prossime settimane, su “Io Gioco Pulito” analizzeremo nel dettaglio come questa crisi si stia ripercuotendo sulla città olimpica e, in particolare, quali siano le lacune principali di Rio sotto il profilo organizzato, logistico e infrastrutturale; analisi dopo analisi, cercheremo comprendere adeguatamente lo scenario in cui andranno in scena le Olimpiadi più travagliate di sempre e in cui rischia di consumarsi un naufragio di proporzioni inimmaginabili.

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Calcio

Da Gil a Wanda Group: Atletico Madrid, tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Massimiliano Guerra

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Con la vittoria dell’Europa League contro il Marsiglia, l’Atletico Madrid si è portato a casa l’ennesimo trofeo del suo nuovo corso. Con il Cholo Simeone lo score ci racconta che nei 7 anni in cui l’ex Lazio e Inter siede sulla panchina di Griezmann e soci, la squadra ha ottenuto 6 trionfi senza contare le due finali di Champions per mano del Real Madrid.

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche tre Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorge alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) ed è più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid risalente all’estate scorsa per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai è entrata nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. E a Gennaio la fine del blocco e il ritorno di Diego Costa hanno fatto il resto. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

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Giochi di palazzo

La sicurezza sul Lavoro: perché occorre Giocare Pulito

Marco Fiocchi

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Pubblichiamo oggi, la prima puntata di un’indagine inchiesta molto importante. Affrontiamo un altro ambiente dove “giocare pulito” è fondamentale. Parleremo di Formazione alla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Lo faremo affidandoci all’analisi e al parere di un vero esperto del settore: il Direttore del  CEFMECTP di Roma e Provincia Ing. Alfredo Simonetti.

Ci spiegherà perché è diventato tanto delicato questo argomento, nel sistema di produzione. Come si è sviluppato e quali sono i problemi principali che affronta.

Aziende, formatori, docenti, lavoratori, dirigenti, imprenditori. Studenti, ma anche gente comune. Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere certe normative. L’importanza della trasparenza che tanto interessa i nostri lettori. La vigilanza a cui tutti siamo chiamati a collaborare.

Ed infine una conclusione sul futuro prossimo, non remoto. Verso cosa stiamo andando? Quanto sarà importante misurarsi con le nuove tecnologie (Droni, IA, 3D, BIM, Realtà Aumentata)? Quanto la preparazione a non temerle, ma anzi a “saperle” usare con la stessa vigilanza e sicurezza potrà aiutare l’intero sistema di produzione?

La parola ad Alfredo per la prima puntata di questo approfondimento.

Il potere ha un solo dovere: assicurare la sicurezza sociale delle persone.

(Benjamin Disraeli)

Sono sempre troppi i giorni in cui gli organi e gli strumenti dell’informazione e della comunicazione si devono occupare, dandone notizia, di incidenti sul luogo di lavoro e troppo maledettamente spesso la notizia porta con sé l’orribile puzzo della morte. E puntualmente ci si interroga sui perché e sui per come; su quali siano state le cause e su come le cause si sarebbero potute evitare, prevedere, anticipare. Poi scattano le indagini, le inchieste: È stata aperta un’inchiesta per fare luce sulla tragedia, ecc. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase.

Innegabile il sussulto che tutte le volte ci aggredisce alzando il livello della rabbia e dell’indignazione, elevando l’attenzione sulla necessità di azioni forti e concrete, a contrasto di fatti e accadimenti inaccettabili tanto più quando sono l’odioso “prodotto malsano” del lavoro.  Il lavoro appartiene a tutti; il lavoro è la componente strumentale per rendere la vita un elemento sociale; il lavoro è il mezzo – forse il meccanismo – attraverso il quale le persone assimilano il concetto di socializzazione trasferendo sé stessi oltre l’isolamento.

Di lavoro non si può morire; di lavoro non si può soffrire; di lavoro non si può far soffrire. E di lavoro non ci si deve neppure ammalare. Negli anni più recenti la legislazione ha fatto notevolissimi passi in avanti per accelerare la diffusione di una consapevolezza allargata sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno dei passaggi nodali è stato il riconoscimento di questo tema da argomento a concetto. Si tratta di un avvicinamento significativo verso la comprensione e l’universalizzazione del principio di rispetto verso la persona sia come elemento singolo che come oggetto sociale. Evidentemente questo tema/concetto avvolge e si articola su più piani di interesse fino a diventare territorio comune a tutti gli strati della quotidianità.

Non solo l’aspetto meramente sociologico, ma anche l’ambito della produttività risente virtuosamente delle norme che definiscono giuridicamente gli aspetti della Formazione e della Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il mondo dell’imprenditoria, negli anni più recenti, ha scalato diverse posizioni nella classifica della qualità complessiva dei sistemi produttivi all’interno delle proprie realtà imprenditoriali. Risultati che si sono resi possibili soprattutto grazie alla sempre più efficace giurisprudenza in merito e alla sua corretta applicazione, ma non solo.

Una buona formazione è garanzia di successo. È la cinghia di trasmissione tra le “intuizioni” del legislatore, quindi l’Istituzione, e il contesto produttivo. E a loro volta quelle che abbiamo definito intuizioni, sono il frutto di ricerca costante e continua finalizzata alla definizione di regole sempre più chiare e di facile applicazione. Perché talvolta le presunte negligenze si annidano proprio nella cripticità interpretativa delle norme o negli anfratti di cervellotiche burocrazie.

O, peggio ancora, quando le zone grigie prodotte da un linguaggio eccessivamente contorto diventa alibi per autoassolversi per la mancata applicazione delle norme. I principi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono codici di convivenza civile e di emancipazione sociale, e la conoscenza è l’arma più efficace contro l’indifferenza e la sottovalutazione del problema.

L’istituto della formazione è, pertanto, la piattaforma su cui si posano non solo i principi della doverosa ed ineludibile tutela individuale, ma anche gli indirizzi programmatici di un paese civile e la visione del suo futuro. Diventa quindi indispensabile avere certezza sul profilo delle competenze e sulla qualità dei formatori.

Una buona conoscenza della normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro aumenterebbe la percezione dell’esigenza della prevenzione nei confronti degli elementi di rischio. Ed è per questa ragione che quanto più estesa sarà la platea dei consapevoli, tanto più efficace, facile e diffusa sarà la pratica del ricorso alla formazione. Molto si è fatto, e molto rimane ancora da fare.

La strada, però, è quella giusta. Istituzioni e cittadini convergono sempre di più verso l’obiettivo tracciato dagli estensori della legislazione vigente: quello del raggiungimento del rischio zero. Da una parte c’è la ricerca costante, un incubatore sempre attivo e pieno di intelligenze e tecnologie. Dall’altra, ma con logica di continuità, si trovano i soggetti applicatori delle norme – i formatori – e poi i fruitori, nessuno escluso perché in tutti c’è la richiesta, talvolta non perfettamente conscia, di sicurezza.

 

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Calcio

Palestina-Israele, anche il calcio alle prese con l’Intifada

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Lo spostamento dell’Ambasciata Americana a Gerusalemme ha buttato benzina sul fuoco del conflitto tra Israele e Palestina e gli scontri sulla striscia di Gaza hanno portato morte e distruzione su un territorio ormai sfiancato da una guerra che si sta portando via tutto. Anche il calcio è da anni martoriato da questo dramma senza fine e non si vedono spiragli di miglioramento. 

La lite Palestina-Israele è come una macchia d’olio, si allarga senza trovare argini. Già chiamarla lite è piuttosto scorretto, ma un termine vale l’altro non essendocene nessuno che può davvero rappresentare la situazione. Il 18 ottobre del 2016 l’UNESCO approvò una risoluzione che cita i luoghi santi di Gerusalemme solo con il nome arabo, scatenando l’ira di Israele, che già prima della votazione aveva annunciato la sospensione dei rapporti con l’organo ONU. Il direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova fu accusata dagli israeliani di “fornire supporto al terrorismo islamico”. La questione è politica ma tocca la cultura, tocca qualsiasi cosa: lo sport e il calcio ovviamente non sono rimasti esclusi. La discussione in ambito FIFA nelle ultimi anni si è fatta piuttosto accesa.

Nel 2015 i palestinesi avevano avuto l’occasione per richiedere la sospensione di Israele dalla FIFA, ma Jibril Rajoub, Presidente della Federazione Calcio della Palestina, aveva all’ultimo rinunciato facendo infuriare tanti suoi connazionali. Il motivo che in quel momento poteva portare a sanzioni contro gli israeliani era la presenza di alcune loro squadre calcistiche all’interno delle colonie in territorio palestinese. Seguendo il diritto internazionale, Israele non può utilizzare il suolo degli storici avversari arabi se non per il bene di quella popolazione o per ragioni strettamente legate alla difesa. Sembra quindi illegittima la presenza di club sportivi in quella zona. In più, bisogna ricordare lo Statuto FIFA che prevede che “un’associazione calcistica membro non può disputare partite nel territorio di un’altra federazione membro senza l’esplicito consenso della stessa”. A norma di legge, c’erano e ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti.

A rilanciare la polemica è stata una lettera inviata alla FIFA nel settembre del 2016, firmata da 66 parlamentari europei e contenente un appello chiaro: bisogna vietare ai club israeliani di giocare in stadi o campi sportivi costruiti all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. Giusto per ricordare: Israele ha costruito in Cisgiordania (suolo palestinese) delle colonie, che però sono considerate illegittime dal diritto internazionale (diverse risoluzioni ONU hanno chiesto/ordinato alle istituzioni israeliane di restare all’interno dei confini stabiliti e di abbandonare questi insediamenti). Le prese di posizione dell’ONU non hanno prodotto alcun tipo di effetto e il calcio è stato più volte chiamato ad esprimere un giudizio che è di carattere estremamente politico, dovendo scegliere se appoggiare lo status quo o invocare l’applicazione del diritto.

La lettera che ha riacceso la miccia, quella degli europarlamentari, fu frutto di rapporto pubblicato da Human Rights Watch riguardo i limiti posti da Israele alle attività sportive in Palestina. Sotto gli occhi di tutti il caso di Rio 2016, dove gli atleti palestinesi si presentarono senza attrezzature perché requisite dalle autorità israeliane prima della partenza. Ma il rapporto va oltre, citando le restrizioni al movimento degli sportivi che vogliono andare da Gaza alla Cisgiordania per competizioni nazionali, o che vogliono uscire dalla Palestina per gare internazionali. Inoltre, c’è il divieto continuo di importare materiali dall’estero e l’impossibilità di arrivare nelle zone palestinesi per tecnici ed esperti che aiuterebbero lo sport locale a crescere.

E la preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è che la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione delle squadre dei territori occupati al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA prima o poi venga accolta.

La richiesta della federazione palestinese negli anni ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, chiesero alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che aderirono all’appello, oltre alla UISP, anche personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi membro del Congresso peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA.

Ma l’“Intifada del pallone” non è solo una questione politica e di diritto. Negli anni purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrisse anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose così come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco. A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

La questione calciofila, come quella politica, sembra non aver fine: il pallone che mai come in questo contesto poteva essere uno strumento per appianare tensioni antichissime, è divenuto negli anni veicolo per inasprirle, se possibile. E le speranze per una pacificazione della zona sempre più flebili.

di Simone Nastasi e Lorenzo Siggillino

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