Il percorso a ostacoli che ha contraddistinto gli ultimi mesi di avvicinamento di Rio de Janeiro al grande appuntamento delle Olimpiadi di agosto rischia di trasformarsi in un vero e proprio calvario a seguito del precipitare della situazione interna brasiliana e delle incertezze politiche, finanziarie e sociali in cui tanto la nazione quanto la città deputata a ospitare i Giochi Olimpici si dibattono, sulla scia del perenne malessere che attanaglia una nazione sconvolta da una gravissima crisi che ha posto termine al decennio di progresso e sviluppo seguito all’ascesa di Lùla alla presidenza.

Guardando oggi al clima di ottimismo che avvolgeva il Brasile al momento della scelta della sede olimpica per il 2016 si potrebbe pensare di star guardando a un’altra epoca, a un periodo remoto della Storia, mentre in realtà nel 2009 la gioia dei cittadini brasiliani e del loro governo per la grande opportunità affidata loro era pienamente giustificata. Vigoroso, pieno di grinta e in perenne crescita, il Brasile viveva ai tempi la fase più impetuosa della decade dorada, beneficiava delle iniziative prese dal governo Lùla volte al contenimento della povertà, allo sradicamento della fame, dell’analfabetismo e delle malattie endemiche e conosceva la riduzione delle spaventose disuguaglianze interne e una sempre maggiore influenza internazionale. Classificato nel gruppo delle principali economie emergenti (BRICS), il Brasile ottenne la possibilità di ospitare a breve distanza i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio 2016 vedendo nell’organizzazione dei due più importanti eventi sportivi planetari, a cui verrà in seguito aggiunta la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio del 2015, l’occasione per dimostrare agli occhi del mondo i frutti del progresso compiuto dal paese nel corso degli anni.

La situazione ha iniziato a precipitare a partire dal 2014, quando il Brasile colpito dalla prima fase di recessione dopo gli entusiasmanti anni di sviluppo è stato nuovamente messo dinnanzi alle sue problematiche interne: la crescita del paese aveva infatti portato alla nascita di una nuova, inedita classe media di oltre 30 milioni di persone le cui istanze iniziarono a differenziarsi dalla mera sussistenza e a agglomerare richieste volte al contenimento della criminalità, della corruzione, dell’inflazione e, più in generale, incentrate su una conservazione dei risultati ottenuti piuttosto che su un’ulteriore espansione ritenuta piena di incognite.

Dato il progressivo accentuarsi delle turbolenze economiche, a cui tuttora non si è trovata un’efficace soluzione, a risultare screditata fu la presidentessa succeduta a Lùla, Dilma Rousseff, rivelatasi incapace di proseguire efficacemente l’opera del predecessore e bersagliata a più riprese dagli stessi figli di primo letto della rivoluzione lulista. L’acuirsi della crisi portò inoltre numerose pregiudiziali per coloro che erano rimasti ai margini della società nonostante i voluminosi cambiamenti sistemici: la povertà nelle favelas conobbe un nuovo incremento, a cui fecero seguito allarmanti crescite degli episodi di criminalità urbana, che portarono nuovamente alla destabilizzazione di città come Rio e San Paolo alla vigilia dei grandi eventi che il Brasile si preparava a ospitare. La Coppa del Mondo 2014 segnò un passo indietro per le prerogative internazionale del Brasile: il paese arrivò al grande appuntamento turbato da continue sommosse di piazza, affannato dai pesanti costi di organizzazione, rivelatisi un vero e proprio fardello per le casse del paese, e decisamente impreparato alla gestione logistica dell’avvenimento. Le desolanti immagini della cattedrale nel deserto di Manaus dà un’idea delle dimensioni degli errori compiuti dal comitato organizzatore in fatto di scelta delle città sede del Mondiale, realizzazione degli impianti e loro gestione oltre la manifestazione. Anziché sfruttare il Mondiale come volano per una ripresa, il Brasile si fece sormontare dalle difficoltà, e l’analisi dell’affluenza dei cittadini alle partite della Seleçao nel corso da una manifestazione dà un’idea della ritrovata crisi di disuguaglianza di cui il Brasile era caduto vittima: sport del popolo per eccellenza, in Brasile il calcio ha sempre ricoperto la funzione di livellatore sociale e si è sempre contraddistinto come portatore di una genuina democraticità. La Coppa del Mondo 2014 sarà ricordata dai brasiliani per il carattere di esclusività connesso alle scarse possibilità di accesso alle partite della fase finale concessa alle classi popolari, da sempre tradizionale motore delle torcidas in terra brasiliana. I prezzi proibitivi dei biglietti portarono infatti negli stadi quasi esclusivamente gli appassionati appartenenti alle fasce più benestanti della classe media o ai settori più facoltosi della società. La lampante disuguaglianza in questo campo segnò un nuovo passo sulla strada della polarizzazione sociale, che si è fatta sentire aspramente a partire dall’ultimo voto presidenziale del 2015 (che ha visto Dilma Rousseff riconfermata, ma al prezzo di fortissime spaccature tra le diverse regioni del paese dal punto di vista economico e politico) in avanti.

Tra Mondiali e Olimpiadi, la situazione è ulteriormente precipitata. Il deflagrare dell’inchiesta giudiziaria Lava Jato ha rivelato l’endemicità della corruzione ai massimi gradi del sistema politico ed imprenditoriale brasiliano, travolgendo negli scandali anche numerose società coinvolte in primo piano nella realizzazione delle infrastrutture di supporto alle Olimpiadi di Rio 2016. Il grado di tensione nel paese ha raggiunto picchi di asprezza mai conosciuti negli ultimi decenni quando ulteriori scandali hanno colpito la stessa presidentessa Rousseff, rimossa poche settimane fa dall’incarico al compimento della procedura d’impeachment mosso nei suoi confronti da membri dell’opposizione. Il Brasile arriverà all’appuntamento olimpico guidato da un governo provvisorio, al cui vertice è asceso l’ex vicepresidente Michel Temer, dimostratosi sinora incapace di ovviare alle deficienze sistemiche dell’apparato organizzativo e concentrato esclusivamente su un futile tentativo di smantellamento e demonizzazione degli istituti introdotti in dodici anni di governo riformista. La conseguenza delle tribolazioni interne del paese rischia di essere una figuraccia di dimensioni planetarie: pochi giorni fa lo Stato di Rio de Janeiro ha infatti dichiarato ufficialmente lo stato di “calamità economica” dopo che il governatore Francisco Dornelles ha espresso l’incapacità per la città e il suo territorio di reperire adeguate risorse finanziarie per far fronte alle spese previste per il completamento delle strutture e la gestione degli eventi che accompagneranno le Olimpiadi.

Rio fa praticamente default a cinquanta giorni dai giochi, e scarica sul governo federale sempre più in affanno la responsabilità di evitare il disastro. Tracciando la genesi storica del disastro in atto nella sede delle imminenti Olimpiadi abbiamo voluto contestualizzare adeguatamente il clima da “si salvi chi può” che impera oggigiorno a Rio e, più in generale, nel mondo istituzionale brasiliano. I Giochi rischiano di trasformarsi in un incubo per la città che avrebbe dovuto essere il simbolo dell’ascesa del Brasile e del suo ingresso nel novero delle grandi potenze mondiali. Nelle prossime settimane, su “Io Gioco Pulito” analizzeremo nel dettaglio come questa crisi si stia ripercuotendo sulla città olimpica e, in particolare, quali siano le lacune principali di Rio sotto il profilo organizzato, logistico e infrastrutturale; analisi dopo analisi, cercheremo comprendere adeguatamente lo scenario in cui andranno in scena le Olimpiadi più travagliate di sempre e in cui rischia di consumarsi un naufragio di proporzioni inimmaginabili.

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