Se a più riprese ci si è chiesto cosa sia un allenatore per i giocatori – parafulmine, psicologo, padre, maestro, stratega, guru – poche volte ci si è interrogati sulla sua valenza per la società che rappresenta. Una risposta in proposito si può ricavare dall’Aulularia di Plauto, commedia latina che racconta l’improvvisa fortuna di tal Euclione quando scoprì in casa sua una pentola di monete d’oro (aulularia), perché anche un allenatore, in certi casi, può rivelarsi una ricchezza per il suo club. Soprattutto se è bravo e costa poco. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è Simone Inzaghi. Con la differenza, rispetto l’opera classica, che alla Lazio conoscevano il loro tesoro, emerso in questi anni alla guida della “Primavera” biancoceleste con la conquista di due coppe Italia e una Supercoppa.

Rivelazione del campionato grazie a un brillante girone d’andata (malgrado gli ultimi due stop con Juventus e Chievo), l’ex centravanti ha fatto ricredere molti scettici. Soprattutto quelli che al suo posto avrebbero voluto l’argentino Bielsa, nome carico di suggestioni, disapprovandone il mancato arrivo, l’estate scorsa, con toni pessimisti nei confronti della stagione che sarebbe andata a iniziare. Di tutt’altra idea il presidente Lotito, che ha proseguito con il tecnico piacentino, già bravo nella gestione dello scorso finale di torneo quando subentrò a Pioli. Scelta lungimirante. Inzaghi ha ricambiato la fiducia costruendo un gruppo dal gioco propositivo, confermandosi bravo con i ragazzi del vivaio (Lombardi, Rossi, Murgia) e, soprattutto, mostrando ottime capacità motivazionali: si è speso per convincere Keita a rimanere e ha rivitalizzato la spina dorsale della squadra (Marchetti, De Vrij, Biglia, Anderson) che, con l’innesto di Immobile, può definirsi di caratura europea.

Per un’aulularia del presente che incuriosisce, più d’una del passato che inorgoglisce per ciò che ha fatto dimostrando come l’allenatore bravo non sia quello che costa di più. Tutt’altro. Nel novembre 1970, Giovanni Invernizzi fu catapultato dalla panchina della “Primavera” a quella della prima squadra di un’Inter in crisi. Ricompattato un ambiente riecheggiante gloria (Facchetti, Corso, Jair, Mazzola), grazie ai ventiquattro gol di Boninsegna recuperò sette punti (la vittoria ne valeva due) al Milan e vinse uno scudetto inimmaginabile. L’anno dopo, in Coppa Campioni, si arrese solo in finale all’Ajax di Cruijff, creatura preziosa più di qualsiasi metallo.

Anche Costantino Rozzi nel 1970 si decise che il suo Ascoli stazionante in serie-C andava affidato fin dall’inizio a quel trasteverino tecnico delle giovanili, autentica ricchezza di competenza, temperamento e umanità: Carlo Mazzone. Che in quattro anni trascinò i bianconeri alla loro prima promozione in serie-A.

Tracce di Plauto anche a Torino e a Parma. Sotto la Mole, è rimasta nei cuori granata l’escalation della formazione di Camolese, promossa in Serie-A nel 2001 con l’ex centrocampista della Lazio alla prima esperienza con i più grandi. Sulla via Emilia, invece, alla fine di quell’anno Pietro Carmignani, “Gedeone” per gli amici, rilevò uno spogliatoio negli abissi dopo la gestione Passarella (anch’egli argentino ed evocatore di suggestioni) che, con le reti di Di Vaio, cominciò una rimonta straordinaria, coronata con la salvezza e sconfinata nella leggenda con la Coppa Italia alzata da capitan Benarrivo il 10 maggio 2002 dopo l’1-0 alla Juventus fresca di scudetto. Tre anni dopo, Carmignani nuovamente sul ponte di comando per evitare un altro naufragio. Arrivò alle semifinali di coppa Uefa e si salvò allo spareggio con i centri di Gilardino. Un forziere, “Gedeone”. Di risorse inestimabili.

Come quelle di Dino Zoff, monumento di Juventus e Nazionale, che nel gennaio 1997 fu convinto a lasciare la presidenza della Lazio per riprendere tuta e scarpini e raccogliere un organico non più capace di tradurre in gol i dettami zemaniani. In sedici partite ottenne trentadue punti e la qualificazione Uefa. Lasciò a Eriksson per riprenderne il posto nel 2001 a “-12” dalla capolista Roma. In diciotto gare, quarantaquattro punti. Maggio 2001, terzultima giornata, intervallo: Inter-Lazio 0-1, Roma-Milan 0-1. In quel momento, biancocelesti a “-2” dalla vetta. Ma che cosa sarebbe successo senza il pareggio nerazzurro di Dalmat al 92’, è come il finale dell’Aulularia originale: si può immaginarlo, ma non si potrà mai saperlo.

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