Ci sono strade che portano ad ogni destinazione.

Ce n’è persino una che collega Siena con il Kenya, passando per Treviglio.

Tommaso Marino a Siena ci è nato, il 5 febbraio di trent’anni fa, e ci torna spesso e volentieri.

Treviglio invece è una scelta.

Un’orgogliosa cittadina di provincia attenta a star lontana sia da Bergamo che da Milano.

Un triennale dopo anni a girovagare i palazzetti di tutta Italia.

Una scelta di vita, appunto, negli anni agonisticamente migliori della sua carriera.

Senza chiamate dalla serie A, e se a trent’anni non ti hanno chiamato un motivo ci sarà, Treviglio è stata una scelta facile per me. Treviglio è il posto dove voglio stare. C’è una società che ti protegge, ci sono le strutture. Squadre sempre giovani e scelte societarie in linea con il mio modo di vedere il basket”.

Siena, poi, Trapani, Omegna, Teramo, Ostuni, Casalpusterlengo. La carriera di Marino ha seguito un filo sottile lontano dalle metropoli. Il basket e la provincia. Progetti coraggiosi e delusioni.

È più facile sentirsi parte integrante in luoghi più piccoli. Qui a Treviglio mi sento per la prima volta integrato al cento per cento, come una famiglia, e per la prima volta sono entrato in simbiosi con i meccanismi della città”.

Non è stato facile.

Il mio rapporto con Treviglio è stato particolare. Sono andato via due volte. Ho fatto di tutto per non farmi amare, insomma. E mi sono dovuto impegnare per farmi tornare a voler bene. Credo di essermelo guadagnato”.

marino4

Treviglio, la provincia, il lavoro. La solita litania sportiva che spesso diventa rarità. Niente voli pindarici, investimenti attenti, progetti seri. Il tutto sotto gli occhi di Adriano Vertemati, giovane coach che ha già stupito tutti portando Treviglio dove mai era arrivata.

Abbiamo il miglior allenatore della Lega, non ho dubbi. Che tu abbia venti o quarant’anni ha sempre qualcosa da insegnarti”.

Un grande allenatore per una squadra da scoprire.

Il nostro valore reale lo scopriremo solo giocando, come succede sempre con le squadre molto giovani. L’obiettivo è salvarsi ma la mia natura mi fa sempre guardare alle prime otto”.

Una strada difficile ma tracciata.

Mi piacerebbe vincere anche perché non ho mai vinto nulla in carriera. È difficile pensare di poter vincere qui a Treviglio però se lo pensi chi ti può vietare di farlo? Qui si programma seriamente. Ogni anno si è sicuri di iscriversi e si cresce coerentemente. Ogni anno si dice che Treviglio ha fatto più di quello che ci si aspettava. Ecco, vorrei un anno con grandi aspettative in cui Treviglio faccia ancora di più”.

Marino non è solo basket però. Ci sono le amicizie, i viaggi. C’è la strada, appunto.

Non voglio giocare fino a quarant’anni anche se non ho mai vissuto il basket come un lavoro. Ho troppe idee, troppi programmi, troppe cose da fare”.

E una di queste idee è già diventata realtà.

Slums Dunk è un’idea nata sei anni fa insieme a Bruno Cerella, che oggi è diventata una Onlus.

marino2

Giravamo ogni giorno una baraccopoli diversa per giocare con i ragazzi portando palloni e divise. Conoscevamo gente, trovavamo un canestro, inventavamo un allenamento. Mathare è una delle baraccopoli di Nairobi. Centomila persone stipate in questa valle con una piazza al centro. Lì c’era un campo e lì abbiamo deciso sarebbe nata la prima Basketball Academy di Slums Dunk”.

Un progetto molto più sociale che sportivo.

La pallacanestro è un vincolo, uno strumento per insegnare. Caso vuole che quest’anno abbiano chiamato uno dei nostri ragazzi, Teddy Ochieng, al Basketball without Borders della NBA e che questo ragazzo sia oggi uno dei migliori giocatori del Kenya. Sono soddisfazioni ma di certo non è quello l’obiettivo di Slums Dunk”.

marino3

Una strada, sempre lei, bella ma difficile.

Bisogna spiegare ai maestri l’importanza dello sport e del lavoro che facciamo. Reclutare i bambini. Bisogna conoscere le famiglie e la realtà in cui vivono. Bisogna trovare la loro fiducia”.

Il progetto Slums Dunk è in continua crescita. Oltre a Mathare esistono oggi altre due Academy. Una a Kisumu, sempre in Kenya, e una a Ndola, in Zambia.

L’obiettivo rimane sempre lo stesso. Far giocare i bambini a pallacanestro.

Ed aiutarli a non prendere la strada sbagliata.

Close