La vicenda Inter – Calleri ha risollevato la questione TPO. Cosa sono?  Chi ne usufruisce? TPO è l’acronimo di Third party ownership (Tpo). Una frontiera che rischia di cambiare e peggiorare il calcio. Spesso le cosiddette terze parti sono riconducibili a fondi privati con sedi dislocate nei vari paradisi fiscali.

Le TPO hanno idee chiare, pochi scrupoli e la consapevolezza che il calcio è una fabbrica di soldi. Tanti. E in virtù del denaro, agiscono. Vanno a caccia di ragazzini. Acquistano una parte, o il totale, di cartellini di talentuose promesse. È una miscellanea di scouting e finanza.

Per l’etica sportiva rivolgersi altrove. Le operazioni vanno chiuse presto e bene. É indispensabile arrivare prima dei grandi club.

Se il giovane di turno mantiene le promesse, si stappano bottiglie di vino buono: le TPO tratteranno la cessione al migliore offerente, a prescindere dalle volontà dell’assistito, intascandosi l’intero prezzo del cartellino, e lasciando le briciole alle società cedenti.

La maggior parte delle TPO si muove in Sud America, terra particolarmente generosa di talenti. Nel calcio giovanile, le partecipazioni TPO fra i giocatori  sfiorano il 90 per cento.

Il caso più famoso riguarda Neymar: il Barcellona lo preleva dal Santos nell’estate del 2013 per 57 milioni di euro. Sulla carta. Nella realtà il prezzo del fuoriclasse brasiliano si aggira sui 100 milioni. I restanti 45, sono destinati al fondo DIS proprietario del 45% del cartellino del calciatore. La società, fra l’altro, chiede e ottiene  (leggasi impone) la cessione a dispetto della volontà del calciatore, che avrebbe voluto preparare in casa sua l’appuntamento con i mondiali brasiliani.

Neymar è solo la cima dell’iceberg: prima di lui, Mascherano e Tevez.  Anno di grazia 2006. Entrambi i giovani campioni giocano nel Corinthians. Tutti e due sono spediti, volenti o nolenti, al West Ham. Operazione dettata dal fondo d’investimento della Media Sport Investments che fa capo a Kia Joorabchian. L’uomo d’affari rileva l’intera società brasiliana e anche il loro cartellino. “Parcheggia” i due a Londra, prima di trasferirli al Liverpool e al Manchester United. Una storia poco chiara, che costò anche un mandato di cattura internazionale per il manager iraniano e  una legge che vieta tuttora in Inghilterra l’ingresso, in qualsiasi termine, delle Tpo nelle quote dei giocatori.

E il miracolo dell’Atletico Madrid? La favoletta delle cenerentola al ballo delle grandi cozza con la realtà delle speculazioni finanziarie. Anno 2011. I colchoneros sono settimi in campionato, fuori dall’Europa e con le casse quasi vuote. 215 milioni da versare al fisco. Situazione tragica. Per salvarsi, l’Atletico cede Forlan, Aguero, De Gea ed Elias. Incasso: 85 milioni. Ne restano 130. Eppure, accade l’incredibile: l’Atletico acquista Falcao (40 milioni) Arda Turan (13,5 milioni). Qualcosa non torna. Una società sommersa dai debiti, si permette anche il lusso di acquistare? Non c’è problema. Paga la Doyen Sports Investiments. Il fondo d’investimento che finanzia le spese dell’Atletico. Non sono santi. Tutt’altro.  In cambio dell’aiuto, la società pretende il rientro dei soldi prestati con un interesse del 10%.

In pratica, la Doyen, come altri fondi,  va a caccia di club in crisi o con i conti in disordine. Se ne accolla i debiti e finanzia il mercato. Poi però incassa tutto ciò che ha prestato, con una maggiorazione da usurai. Per non correre troppi rischi, il fondo è spesso anche detentore dei cartellini degli acquisti più onerosi. In modo da rientrare comunque dell’investimento, a prescindere dai risultati sportivi della squadra  “soccorsa”. Per ora i fondi sfiorano il calcio italiano. La sensazione è che, se continuerà lo stato di crisi, arriveranno presto…

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