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Storie dell'altro mondo

Da Messi a Djokovic fino all’Italvolley: l’estate delle maledizioni sportive

Andrea Corti

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A volte non bastano quattro Palloni d’Oro per renderti felice. E a volte non ti basta nemmeno essere diventato un eroe nazionale nel giro di un’Olimpiade per dirti soddisfatto al tuo rientro a casa. L’estate del 2016 verrà ricordata, oltre che per gli spettacolari giochi di Rio e le emozioni del calcio tra Coppa America ed Europeo, come quella in cui alcuni campioni non sono riusciti, ancora una volta, a sfatare quelle che per loro sembrano diventate vere e proprie maledizioni.

Prendiamo il più forte calciatore attualmente in circolazione, ovvero Leo Messi: la ‘Pulce’ a livello individuale e con il suo club ha vinto (ripetutamente) tutto quel che c’era da vincere: il suo cruccio resta un trofeo con la Nazionale, che metterebbe a tacere tutti quei critici “che Maradona nel 1986 ha vinto un Mondiale da solo”. Nella Coppa America disputatasi negli USA Messi ha dato spettacolo fino alla finale, quando il Cile ha beffato la sua Argentina ai rigori. In campo con lui c’era anche Higuain, straordinario cannoniere che nelle partite che valgono tutto improvvisamente si ritrova con le polveri bagnate. Messi non l’ha presa bene, fino ad annunciare l’addio all’Albiceleste, poi revocato: nel Mondiale in Russia tra due anni l’argentino ci riproverà, forse anche per ‘vendicare’ la sorprendente vittoria ad Euro 2016 del Portogallo del suo eterno ‘nemico’ Cristiano Ronaldo.

Ma anche i Giochi di Rio in quanto a maledizioni non hanno scherzato: ad aver colpito di più gli appassionati italiani è senza dubbio quella che perseguita la Nazionale di volley. Partiti in sordina, Zaytzev e compagni sono diventati grandissimi protagonisti con un torneo che ha preso le sembianze di una marcia trionfale, almeno fino alla finale persa nettamente contro i padroni di casa brasiliani. Per l’Italvolley è l’ennesima delusione olimpica: per la terza volta l’appuntamento con la medaglia d’oro è rimandato.

Guardando oltre i nostri confini spicca l’assenza di un alloro olimpico nel palmares di un grandissimo campione del tennis come Novak Djokovic. Le lacrime del serbo dopo l’eliminazione al primo turno contro Del Potro rendono alla perfezione l’idea di quanto il numero uno al mondo tenesse a questo appuntamento: “Una delle sconfitte più pesanti della mia vita e della mia carriera – ha commentato Djokovic -. Non è facile da gestire, soprattutto ora che la ferita è ancora fresca. Non è la prima volta che ho vinto o perso una partita di tennis. Ma ai Giochi Olimpici è completamente diverso”.

Olimpiadi a parte un’altra tendenza decisamente preoccupante per lo sport italiano riguarda il calcio: con la pesante sconfitta interna con il Porto la Roma ha perso il playoff per accedere alla Champions League. Negli ultimi sette anni per sei volte l’italiana impegnata in questo appuntamento si è dovuta accontentare di partecipare all’Europa League: solo il Milan nel 2013/14 è riuscito ad accedere alla fase finale della competizione più importante a livello continentale. Ma questa maledizione sarà spazzata via dall’entrata in vigore, prevista tra due stagioni, della nuova formula della Champions, che garantirà ai campionati più importanti, tra cui la Serie A, quattro squadre qualificate direttamente ai gironi.

Ma se l’estate del 2016 ha confermato molte maledizioni, bisogna rilevare come alcuni piccoli-grandi tabù siano stati sfatati: in questo senso le storie più belle sono probabilmente quelle di Tania Cagnotto ed Elia Viviani. La tuffatrice, all’ultima occasione a cinque cerchi della sua splendida carriera, è riuscita finalmente a portarsi a casa due medaglie, mentre il ciclista veneto ha vinto un meritatissimo oro che lo ha ripagato dell’enorme delusione patita a Londra quattro anni prima. Infine il Maracanà, forse lo stadio più affascinante e celebre del mondo, che finalmente ha potuto festeggiare un trionfo calcistico del Brasile, come solo nella Coppa America del 1989 era riuscito a fare. A vincere l’oro olimpico sono stati infatti Neymar e compagni, che hanno fatto decisamente meglio della Nazionale verdeoro al Mondiale del 1950, sconfitta dall’Uruguay in un match passato alla storia come il ‘Maracanazo’, e del 2014, quando la Germania umiliò i padroni di casa con un clamoroso 1-7. Per i brasiliani è il primo oro nel calcio: un oro storico, perché sfatare quella che sembra una maledizione è qualcosa che resta nella storia. Chi ancora non c’è riuscito è pregato di riprovarci.

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Calcio

Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Snooker

Con Maurizio Cavalli alle radici dello Snooker in Italia: dagli anni 70 alle fortune televisive su Tele+ (Prima Parte)

Henry The Touch

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Dello snooker si può dire tranquillamente che è una specialità del biliardo di cui si sa ormai quasi tutto. Proprio così, visto che è seguita con grande attenzione su Eurosport, con commento in italiano, già dalla metà degli anni ’90. Questo senza dimenticare che qualsiasi ulteriore informazione la si può trovare senza problemi sul web, dove abbondano i siti dedicati al classico gioco anglo-sassone con le 21 bilie colorate. Ciò che non è ancora chiaro, però, è come e quando lo snooker sia entrato in Italia. Abbiamo provato a chiedere in giro, ma con poco esito visto che sembra impossibile risalire oltre il 1988, quando all’ hotel Gallia di Milano si disputò un famoso torneo di esibizione con la partecipazione del grande Steve Davis e di altri noti campioni della Matchroom, lo squadrone creato dal boss Barry Hearn. A questo punto qualcuno ha suggerito di provare a sentire Maurizio Cavalli, voce storica dello snooker su Eurosport, che sicuramente può avere qualcosa da aggiungere, visto che è stato operativo sulla scena nazionale sin dagli anni ’70.

Partendo da un contatto telefonico andato a buon fine, ci mettiamo in macchina e procediamo spediti verso Due Carrare, nella zona termale di Padova, dove il maestro ci accoglie affabilmente nell’ abitazione in cui vive con la moglie Angela e i figli Andrea, Alberto e Alessandro. Tra l’altro, quest’ultimo già ben conosciuto nel mondo del biliardo per il titolo europeo juniores vinto nel 2010 e per essere considerato una delle più fulgide promesse del gioco ai birilli. Ci fermiamo a prendere un caffè nell’ elegante salone in stile veneziano che si trova al pian terreno. Arriva gradito anche un buon dolcetto, immancabile in casa Cavalli, a quanto pare. Il maestro ne è ghiotto. Dice di aver bisogno di zuccheri. Finiti i convenevoli, ringraziamo la gentilissima signora Angela – siciliana doc – e ci dirigiamo ai piani superiori, dove ad attenderci c’è una bella sorpresa, perchè a mano a mano che saliamo le scale abbiamo sempre più netta l’ impressione di trovarci davanti a un vero e proprio museo del biliardo. Vi figurano in bella mostra centinaia di libri  in tutte le lingue, persino in coreano e giapponese. Non si contano le riviste, le videocassette e i dvd. Poi stampe, foto e posters. Non mancano, come si può ben immaginare, stecche, bilie ed oggettistica varia. Ovviamente ci sono anche tutti gli album personali del Maestro, con appunti di gioco, grafici di tiro e quant’ altro raccolti con grande metodo e passione in circa mezzo secolo di studio del biliardo in tutte le sue forme.

COMPLIMENTI MAESTRO, UNO SPLENDIDO MUSEO. MAI VISTA UNA COSA DEL GENERE.

Non esageriamo, la mia è soltanto una collezione di un certo valore, ma mi creda che ha poco a che vedere con musei veri e propri come possono essere quello di Weingartner a Vienna, o di Clare a Liverpool. Comunque una collezione importante per la completezza del materiale raccolto e per il fatto che in Italia non esiste praticamente tradizione di un collezionismo di questo tipo. Certo, dietro c’è un bel lavoro che procede metodicamente da quasi mezzo secolo. Si opera per la posterità, in fin dei conti.

C’E’ QUALCOSA IN QUESTE STANZE CHE HA PER LEI UN SIGNIFICATO PARTICOLARE?

(Cavalli si alza e va a prendere da uno scaffale un vecchio libro inglese elegantemente rilegato,  n.d.r.) Vede, questo libro intitolato «Billiards» (1915), scritto da Tom Reece – il campione dell’ epoca – ai miei occhi ha un valore particolare perchè si tratta della prima pubblicazione in lingua inglese capitatami tra le mani, tanti anni fa. Ne trovai una copia identica alla Biblioteca Universitaria di Padova, perchè è da lì che sono iniziate le mie ricerche sui testi in lingua straniera. Era il 1971 e grande fu la mia sorpresa quando trovai questo splendido libro di tecnica e di storia del biliardo. Un testo, tra l’ altro, corredato da splendide foto che mettono in evidenza la maestosità del classico tavolo inglese da 6 per 12 piedi. Questo è stato il mio primo contatto virtuale con le specialità anglo-sassoni.

 POI COME SONO PROSEGUITE LE SUE RICERCHE SULLE SPECIALITA’ ANGLO-SASSONI?

L’aver messo le mani su quel primo testo inglese del 1915 mi ha dato la spinta per ampliare le mie ricerche. Ho cominciato a scrivere a varie federazioni straniere e ancora a biblioteche e musei di tutti il mondo per accedere alla più vasta bibliografia possibile, dato che in Italia si trovava ben poco.  Progressivamente sono entrato nel mondo dorato del collezionismo, dove ho potuto coronare le mie ricerche. Ricordo che verso la metà degli anni ’70, in uno scambio di riviste con un collezionista inglese, ho ricevuto una copia di Snooker Scene, da sempre la rivista di riferimento del settore.

Ho sottoscritto subito un abbonamento e mi viene da pensare che quello possa essere stato davvero il primo in Italia. Da quel momento ho avuto la possibilità di monitorare da vicino la crescita dello snooker in Inghilterra. Poi, in occasione dei tornei della Triplice Corona, compravo anche i quotidiani inglesi, soprattutto il Guardian, dove scriveva Clive Everton – guarda caso anche l’editore di Snooker Scene – che era sicuramente la firma più autorevole del settore. Fortunatamente lo resta a tutt’oggi, per il bene della specialità, nonostante il popolare giornalista e commentatore inglese sia ormai sull’ ottantina.

 LEI E’ STATO ANCHE UN BUON GIOCATORE, SOPRATTUTTO NEL CAMPO DEI CINQUE BIRILLI.

Devo premettere che sono sempre stato uno sportivo. Prima di approdare al biliardo ho avuto esperienze nel calcio, nel tennis e nel ping-pong. Le prime steccate le ho tirate attorno ai 19 anni, quando mi sono iscritto all’ università. Nel giro di una decina di stagioni ero già un giocatore di buona levatura nazionale. Il problema per me è stato forse quello di aver messo troppa carne al fuoco in quel periodo. Di pari passo con la mia carriera di giocatore si stava sviluppando anche quella di commentatore televisivo sulle  tv private, con la prima telecronaca fatta su Telenorba in occasione della finale del Trofeo Città di Pescara del 1977. Mi cimentavo con successo anche in campo organizzativo, curando le tournèe di grandi campioni come i fratelli Navarra, argentini, funamboli della carambola artistica.

Poi anche del mitico Emilio Biagini, un maestro indimenticato del gioco ai birilli. Ho messo in piedi pure due  fortunate edizioni del prestigioso TORNEO DEGLI ASSI, dove otto dei migliori giocatori italiani si affrontavano a eliminazione diretta, in incontri su lunga distanza, proprio come succede nel classico FORMAT dei tornei di snooker . Dello snooker e delle varie specialità del biliardo internazionale ne parlavo già sulla rivista mensile BILIARDO MATCH. Ne avrei trattato successivamente in un libro, nato dalla collaborazione con Vincenzo Testa, dal titolo «Il Biliardo, Le boccette, La goriziana, Le specialità anglo-sassoni» (Luigi Reverdito Editore, 1982). Il tutto mentre, settimanalmente, scrivevo anche per IL RESTO DEL CARLINO, sulla pagina di Padova, dove parlavo soprattutto del primo campionato provinciale a squadre, organizzato come Presidente del Comitato. Pensare che avevo solo 29 anni e quello era un ruolo che, di norma, si ricopriva attorno ai 50. Ricordo, in proposito, che un giorno mi si avvicinò un distinto signore di mezza età, chiedendomi se per caso fossi io quel Cavalli di cui si sentiva tanto parlare. «Le faccio i complimenti», mi disse, «anche perchè leggo sempre i suoi articoli su Biliardo Match. Le confesso, però, che resto alquanto sorpreso di vederla… così giovane. Mi ero fatto l’idea che avesse almeno 60 anni».

SI DICE CHE LEI ABBIA SEMPRE PRECORSO I TEMPI NEL PANORAMA NAZIONALE.

Probabilmente è dipeso dal fatto che fin dagli inizi ho guardato con interesse fuori dai ristretti confini del gioco nazionale dei 5 birilli. Per la mia passione per il collezionismo e il giornalismo ho seguito da subito l’ evoluzione di specialità più progredite come lo snooker, il pool e la carambola. A proposito, ho un gustoso aneddoto da raccontare. Nel 1977 mi capita di trovare in una rivista americana un interessante annuncio pubblicitario in cui si parla di una novità assoluta, cioè il guantino di nylon per migliorare la scorrevolezza della stecca sulla mano d’ appoggio. Non ho perso tempo. Ho fatto subito un vaglia internazionale e nel giro di circa tre mesi – quelli erano i tempi di attesa con la posta aerea dell’ epoca – ho avuto il mio bel guantino, di colore marrone, lo ricordo, da esibire sotto gli occhi sbalorditi dei miei avversari. Devo dire che mi sono trovato molto bene da subito e, infatti, i miei risultati in competizione sono migliorati decisamente da allora. Ho vinto il mio primo campionato triveneto e nel giro di pochi mesi sono salito due volte sul podio in campionato italiano. Certo che dal punto di vista psicologico avevo una bella pressione addosso. A dir poco mi fischiavano le orecchie, perchè nel mondo maschilista del biliardo da bar di allora il fatto di mettere un affare del genere sulla mano ti qualificava automaticamente come un fuori di testa, o magari… un gay, cosa che all’ epoca non era tanto raccomandabile. In proposito, l’amico Gastone Cavazzana, pluricampione italiano, mi ha ricordato recentemente che il grande «Paolino» Coppo, suo famoso compagno di coppia, la prima volta che mi ha visto all’ opera gli ha sussurrato all’ orecchio «CHEL LI’ L’E’ MAT!» («Quello lì è matto» n.d.r.). Successivamente mi è capitato di incrociare la stecca col campionissimo torinese in una sfida tra spacconi, al vecchio Club Quirinetta. Da allora Coppo è diventato un mio estimatore, anche come giocatore.

PERO’ LEI HA PRECORSO I TEMPI ANCHE PER COSE BEN PIU’ IMPORTANTI, COME AD ESEMPIO L’ INTRODUZIONE DEL SISTEMA DEL DIAMANTE NEL GIOCO DEI BIRILLI.

Effettivamente alla fine degli anni ’80 ho pensato di adattare il sistema del diamante – nato nel mondo della carambola alla fine dell’ ‘800 – al gioco dei birilli. L’ho fatto, prima con un fascicolo pubblicato su «Biliardo Match», e successivamente con un capitolo del libro «Scuola di biliardo illustrata», creato per la scuola nazionale di Torino con la collaborazione di due bicampioni del mondo come Nestor Gomez e Giampiero Rosanna, unitamente al pluricampione italiano Arturo Albrito. Un sistema destinato a segnare una svolta epocale nel gioco dei birilli, anche perchè da lì sono partiti poi tutti i sistemi moderni di coaching, in un contesto in cui il biliardo stava ormai cambiando pelle. Da gioco da bar di dubbia fama, a sport alla moda sempre più gettonato in tv. Il sistema del diamante è stato sviluppato poi in video nel «Manuale del Biliardo», realizzato assieme al mitico Marcello Lotti, lo Scuro del film. Alla regia c’era un certo Mario Canale, con un’ intera troupe cinematografica ai suoi ordini.

Opera ineguagliata, o quasi, visto che successivamente ho realizzato con la collaborazione in video dello stesso Lotti e di Alfio Liotta – i miei colleghi al commento del favoloso Mondiale Pro su Tele + 2 – un’ autentica enciclopedia delle grandi specialità del biliardo internazionale, dal titolo «L’ARTE DEL BILIARDO». Un lavoro nato da  una sinergia tra Tele + 2 e la Deagostini, casa editrice leader nel settore. Opera diffusa in edicola con una collana di 30 videocassette e  relativi fascicoli. Possiamo considerarla una sorta  di celebrazione del momento d’ oro del biliardo professionistico in Italia, anche se la festa non è durata a lungo, perché il movimento «pro» si è bloccato da noi all’ alba del nuovo millennio, e da lì non si è più mosso. L’ enfasi, ovviamente, in quella collana era sul gioco dei 5 birilli, ma abbiamo celebrato anche momenti importanti della storia dello snooker, come la famosa finale del Mondiale dell’ 85 tra Steve Davis e Dennis Taylor.

FINE PRIMA PUNTATA

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Calcio

Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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