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Calcio

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Simone Nastasi

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Vorrei soltanto dormire e risvegliarmi a cose fatte”. Avrebbe detto proprio così a qualcuno dei suoi  collaboratori Silvio Berlusconi a proposito della vendita del Milan. Il suo Milan. Quello che prese sull’orlo del fallimento un giorno del 1986 e in pochi anni portò sulla vetta del mondo. Parlano i numeri, per la sua storia di presidente: 29 trofei vinti in 30 anni, di cui 7 scudetti e 5 Champions League (una volta si chiamavano Coppe dei Campioni). Mai nella storia del calcio italiano, un presidente è riuscito a vincere tanto. Mai nella storia, un presidente è rimasto tanto a lungo nella vita di una società di calcio. Ma la storia di Silvio Berlusconi con il Milan, non è stata soltanto una storia di trofei vinti. E’ stata prima di tutto una storia d’amore, un idillio durato 30 anni. Il “matrimonio” più lungo in tutta la sua vita. Una di quelle storie che ci ricordano che il calcio, anche nell’era delle Pay-Tv, delle plusvalenze, e dei grandi affari, può essere ancora una questione di cuore.

E adesso che anche Silvio Berlusconi ha venduto, il calcio italiano ha perso forse, il suo ultimo grande presidente tifoso. L’ultimo di un’intera generazione. Come lui prima di lui, ce ne sono stati tanti. Genova, sponda blucerchiata ricorda ancora Paolo Mantovani. Quello del primo ed unico  scudetto del 1991. Colui che portò Vialli e Mancini sotto la Lanterna. Il presidente più amato dai tifosi sampdoriani. Ma anche la Milano nerazzurra ha avuto i suoi presidenti tifosi. Massimo Moratti per esempio. Innamorato dell’Inter fin da bambino, quando il presidente era suo padre Angelo. Anche lui, molti anni più tardi, dopo aver rilevato la quota di maggioranza da Ernesto Pellegrini, porterà la sua Inter prima sul tetto d’Europa e poi sulla vetta del mondo. E anche lui proprio come Berlusconi venderà ai cinesi di Suning la partecipazione residua che aveva nella Beneamata (la quota di maggioranza era stata venduta nel 2013 ad Erik Thohir). Se la Milano del pallone è diventata ormai una piccola “colonia” di Pechino, non è l’unica realtà in Italia, passata sotto mani straniere. La Roma per esempio. Diventata “americana” nel 2011 dopo che per quasi vent’anni era stata di proprietà della famiglia Sensi. Prima Franco,presidente fino alla morte avvenuta nel 2008 e poi con la figlia Rosella. Franco Sensi è entrato di diritto nella storia della Roma per essere stato il presidente del terzo scudetto vinto nel 2001. Diciotto anni dopo, l’altro storico tricolore vinto nel 1983. Quando sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm e il presidente era Dino Viola. Forse il presidente più amato dai tifosi giallorossi. Un altro dei grandi presidenti tifosi del calcio italiano. Che dopo aver portato la Roma sulla vetta d’Italia è andato ad un passo dalla conquista dell’allora Coppa dei Campioni persa ai rigori, nella finale contro il Liverpool nel 1984.

Dieci anni dopo il primo storico scudetto vinto sull’altra sponda del Tevere, quella biancoazzurra. Che ne ha avuti di presidenti tifosi. Perché se la Roma giallorossa ha avuto Dino Viola, quella biancoazzurra ha avuto Umberto Lenzini. Americano di nascita ma laziale d’adozione proprio come Giorgio Chinaglia. Storico centravanti di quella Lazio e poi presidente negli sfortunati (per la Lazio) anni Ottanta. Lenzini e Chinaglia sono stati forse gli ultimi presidenti tifosi nella storia della Lazio. Vinceranno poco, come i loro immediati successori. Prima Chimenti (che vincerà nulla) e poi Gianmarco Calleri, che legherà comunque il suo nome a quello della Lazio per essere stato il presidente nell’anno più difficile nella storia della prima squadra della Capitale: la stagione 1986-87 quando la Lazio, riuscì a salvarsi nel campionato di serie B, dopo essere partita con 9 punti di penalizzazione. Fino all’arrivo del più grande presidente della storia laziale cioè Sergio Cragnotti. “L’imperatore” come venne definito dai tifosi della Curva Nord. Un amore quello nutrito dai tifosi per Cragnotti, non sempre ricambiato dal presidente. Il quale, arriverà a definire i tifosi della Lazio come i primi “clienti” della sua società. Sarà proprio Cragnotti in Italia, il primo a cambiare il modo di gestire le società di calcio. A portare per la prima volta nella storia, una società di calcio a quotarsi in Borsa. A parlare dell’importanza delle plusvalenze. A decidere di vendere calciatori come Beppe Signori (incoronato Re di Roma dai tifosi laziali che eviteranno la cessione scendendo in piazza) e Cristian Vieri (in quel momento il più forte attaccante italiano venduto all’Inter) di fronte ad offerte miliardarie. Per Cragnotti il calcio più che una questione di cuore era una questione di business. Vinse tanto però e questo lo rese amato dai tifosi biancocelesti. Più che un presidente tifoso la storia lo ricorderà come un visionario. Aveva capito prima degli altri in quale direzione sarebbe andato il calcio.

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Calcio

Calcio, Fede e Discriminazione: in Egitto puoi essere Ronaldo basta che non sei Cristiano

Emanuele Sabatino

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Come ti senti quando ti chiedono di cambiare nome perché con quel nome, chiaramente cristiano, non potrà mai giocare a calcio come professionista?

La storia è quella dell’egiziano Mina Bendary da Alessandria, 22 anni, ex giocatore di calcio che ha dovuto abbandonare il suo sogno di essere un calciatore professionista a causa di quella che lui ha percepito come una discriminazione religiosa. Il suo nome che lo definisce subito come un cristiano copto, è stato un ostacolo insormontabile che non gli ha mai reso possibile, dopo tre anni, il salto dalle giovanili alla prima squadra dell’ Al Ittihad, squadra della Premier League egiziana. “Il club mi ha detto di cambiare nome con uno musulmano per poter giocare in prima squadra. In Egitto non c’è spazio per i cristiani nel calcio professionistico.”

UNA QUESTIONE DI PERCENTUALI?

In Egitto il 90% della popolazione è di fede musulmana mentre il restante 10% cristiana. La rosa della nazionale che ha preso parte al Mondiale russo era composta interamente da giocatori musulmani. Anche in patria il discorso non è diverso con nessun giocatore cristiano attualmente in forza a nessuna delle squadre della Premier League egiziana. Non è solo un’impossibilità statistica ma un’anomalia che ha radici profonde prima nell’amministrazione del calcio egiziano e poi, allargando, nella società egiziana in generale.

Lo scorso aprile anche una ex stella del calcio egiziano come Mido, di fede musulmana, ha ammesso pubblicamente i problemi di natura discriminatoria a cui vanno incontro i giovani e talentuosi giocatori di fede cristiana: “Molti giocatori smettono da giovani a seguito delle discriminazioni da parte dei loro allenatori. Come è possibile che nella storia del calcio egiziano solo cinque giocatori di fede cristiana abbiano giocato nella massima divisione? E tra questi solo uno, Hany Ramzy, è stato l’unico cristiano ad indossare la maglia della nazionale”. Mido ha anche proposto un sistema di regole nuove con l’intento di costringere i top club egiziani ad avere in rosa una quota minima di giocatori di fede cristiana.

 

SHEHATA ED IL CRITERIO DIVINO

Hassan Shehata, ex allenatore della nazionale egiziana, di fede musulmana, che ha condotto i suoi a tre vittorie consecutive in Coppa d’Africa nel 2006, 2008 e 2010 ha sempre detto e ribadito che “Non solo le qualità tecniche saranno prese in considerazione per le convocazioni, ma anche e soprattutto il loro rapporto con Dio”.

L’ACCADEMIA “JE SUIS” A PROTEZIONE DEI CRISTIANI

 L’accademia “Je Suis” è stata fondata tre anni fa da Bendary per dare riparo ai giocatori di fede cristiana più volte respinti dai club. Qui possono giocare dai 5 ai 30 anni e migliorare le loro qualità anche insieme ai giocatori di fede musulmana e se bravi abbastanza essere pronti al salto tra i professionisti.

LA STORIA DI MINA

In questa accademia c’è Mina Samir, detto Ronaldo, per la somiglianza con il neo juventino CR7, ha 17 anni ed è già stato respinto più volte prima di entrare in questa accademia. La ragione del rifiuto sempre la stessa: il nome Cristiano. “Gioco a calcio da quando ho 12 anni. La mia esperienza è stata con El Ismaily, il mister mi ha detto che era impressionato dalle mie qualità ma quando mi ha detto che mi chiamavo Mina mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere. Non l’ho mai più risentito. L’anno scorso ho provato con il Petrojet, ero l’unico ragazzo cristiano e l’unico ad indossare una maglia gialla mentre tutti gli altri avevano quella nera. Il mister ha detto “tu, maglia gialla, come ti chiami?” e quando ho risposto Mina, lui capendo che ero cristiano ha detto che stava parlando con il ragazzo affianco a me che indossava però la maglietta nera. Lì ho capito che non ce l’avrei mai fatta”.

Anche suo fratello Abanoub Samir, ora 21 anni, quando ne aveva 16 ha provato ad entrare nella squadra Al Ittihad ma  gli chiesero di cambiare il nome in Mostafa Ibrahim, musulmano, e lui rifiutandosi disse addio al contratto.

Un esposto è stato inviato dalla comunità dei cristiani copti alla FIFA che in accordo con i suoi nuovi regolamenti non tollera nessun tipo di discriminazione. La risposta dalla FIFA ancora non è arrivata anzi la massima federazione calcistica internazionale ha chiesto più materiale, come se non bastasse, per avere ancora più chiara e nitida la situazione.

NON SOLO CALCIO

Alle ultime Olimpiadi di Rio nella delegazione egiziana di 122 atleti nessuno era di fede cristiana. Lo stesso anche quattro anni prima a Londra.

NON SOLO SPORT

Per i cristiani copti in Egitto è difficile ottenere lavoro in primis e cariche istituzionali in secundis. Nessun posto di prestigio a livello istituzionale o governativo è in mano a persone di fede cristiana. Anche volendo nascondere la propria fede non è così semplice, perché questa è ben visibile sul documento di identità.

 

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Calcio

Il primo inno della Roma era un tango

Valerio Curcio

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A più di ottant’anni dalla sua composizione, la “Canzone di Testaccio” è ancora intonata dai tifosi della Roma. È un modo per coltivare la memoria dei tempi giocati all’ombra del Monte dei Cocci, ma è anche un’esortazione rivolta agli undici in campo: tirate fuori lo spirito testaccino di un tempo. Nonostante la sua diffusione, pochi sanno che la canzone fu composta sulle note di “Guitarrita”, un tango scritto da Bixio Cherubini e Armando Fragna nel 1930.

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Il compositore Fragna e il paroliere Cherubini scrissero “Guitarrita” per la colonna sonora del film romantico-popolare “La canzone dell’amore”, diretto da Gennaro Righelli e presentato a Roma il 6 ottobre 1930. Il film, tratto dalla novella “In silenzio di Pirandello, è la prima opera cinematografica col sonoro di produzione italiana.

L’anno successivo, il paroliere e poeta Totò Castellucci compose sulle note di “Guitarrita” quella che al tempo veniva chiamata la “Canzona de Testaccio”, oggi nota anche col semplice titolo di “Campo Testaccio”. Grazie al suo contributo, l’incipit del tango (“Sotto le stelle nell’Argentina / bruna regina regnavi tu”) divenne il celebre “Cor core acceso da ‘na passione / undici atleti Roma chiamò”.  L’attività di Castellucci come autore di testi dedicati all’AS Roma non si limitò a questa occasione, tant’è che negli anni ’50 uscì addirittura un suo “Canzoniere giallorosso”.

A Roma la tradizione di ideare canti calcistici sulle note di canzoni già famose ha dunque radici che vanno ben oltre i cori ideati su “La partita di pallone” di Rita Pavone o “La notte vola” di Lorella Cuccarini. Tuttavia, non dobbiamo immaginare la “Canzone di Testaccio” come un brano frutto di quella “creatività collettiva” che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana. Castellucci infatti compose il brano per il primo film italiano dedicato al calcio: “Cinque a zero” di Mario Bonnard, uscito nel 1932, del quale oggi sarebbe rimasta una sola pellicola in lingua francese.

Il film trae ispirazione dallo storico celebre 5-0 assestato dalla Roma alla Juventus il 15 marzo 1931 e vede la partecipazione di buona parte della rosa romanista, tra cui Ferraris IV, Bernardini, Volk e Masetti, nonché di Zi’ Checco, storico custode di Campo Testaccio. Nella commedia di Bonnard le vicende calcistiche fanno da sfondo a due storie di coppia: l’amore tra il centravanti della squadra e una ballerina del varietà e il rapporto tra il presidente, interpretato dal celebre Angelo Musco, e la moglie allergica al calcio, che alla fine del film diviene una grande tifosa.

Il primo inno della Roma era dunque un tango argentino, ma al tempo non doveva risuonare come una melodia esotica. La diffusione del tango in Italia era tale che anche una canzone a Roma considerata tradizionale come “Chitarra Romana”, scritta nel 1935 da Eldo Di Lazzaro, era originariamente un tango. E non è un caso se Ettore Petrolini, grande attore e drammaturgo vissuto a cavallo dei due secoli, compose proprio in quegli anni il suo “Tango romano”. Più di tutti, però, colpisce l’aneddoto di un giovane Renato Rascel che, per guadagnarsi da vivere, si spacciava per cantante argentino nei cabaret torinesi. Si racconta che un giorno, avvistati alcuni calciatori argentini nel pubblico, li pregò di non “farlo sgamare”.

Sarebbe bello oggi poter sapere cosa pensavano del tango giallorosso i tantissimi argentini e italo-argentini che fecero grande la Roma nei suoi primi decenni di vita. Due di questi sono anche citati nella canzone: Arturo Chini Ludueña e Nicolás Lombardo.

Chini, esterno tutto dribbling e velocità, arrivò nel 1926 in Italia con una laurea in giurisprudenza. L’Alba-Audace lo soffiò alla Juventus e, quando i biancoverdi si fusero con Roman e Fortitudo-Pro Roma, divenne il primo giocatore straniero della neonata AS Roma. Nel 1934 transitò alla Lazio per poi giocare le ultime tre stagioni della sua carriera nel Trastevere. Dopo il ritiro, si dedicò alle relazioni internazionali, arrivando a lavorare come alto diplomatico a Washington DC.

Lombardo fu invece acquistato dalla Roma nel 1930, anche se la sua storia in giallorosso durò poco: nel 1932 un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a fermarsi per lungo tempo. Ma il suo ruolo nella società giallorossa era tutt’altro che esaurito: la società lo inviò in Argentina come mediatore per il calciomercato. Lì, mentre assisteva a una partita del Racing de Avellaneda, fu aggredito da un gruppo di tifosi perché colpevole di facilitare un club straniero nel “depredare” il campionato argentino.

Tuttavia, dopo aver attraversato l’oceano a bordo del piroscafo “Duilio”, il 18 maggio 1932 Lombardo approdò sul litorale romano in compagnia dei talenti oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre, comprati dalla Roma per fare il salto di qualità, arrivarono insieme nella capitale e insieme ne fuggirono nel 1935 per paura di finire a combattere in Abissinia. Furono visti entrare in una Lancia Dilamda, poi in Liguria su un treno per la Francia, dove si imbarcarono per tornare per sempre in Sud America. Non manca chi sostiene che a insinuare in loro la paura del tutto infondata di finire al fronte fu il Generale Vaccaro, gerarca fascista e presidente della FIGC, noché alta carica dirigenziale della Lazio.

La storia del primo decennio romanista ebbe dunque solo due passaporti, quello italiano e quello argentino, e queste sono solo alcune delle storie giunte fino ai giorni nostri. Negli anni successivi furono ancora numerosi gli argentini ad attraversare l’Oceano con il sogno di giocare nella Roma: Spitale, Provvidente, i futuri campioni d’Italia Allemandi e Pantò, fino ad arrivare al secondo dopoguerra con Di Paola, Peretti, Pesaola e Valle.

Ai celebri “Piedone” Manfredini e Francisco Lojacono seguì un decennio, quello dei Settanta, di chiusura delle “frontiere” calcistiche.  Negli anni Ottanta la Roma si risvegliò “brasileira”, come cantava Little Tony, e dovrà aspettare il 1993 per rivedere un argentino in squadra: è Abel Eduardo Balbo e con lui ricominciò l’unico rapporto che sia mai potuto esistere tra giallorossi e biancoazzurri, quello che su una nave collega Buenos Aires e Roma. L’apice raggiunto da questa relazione si incarna, a inizio del millennio, in una persona che è inutile nominare, perché è già venuta in mente a tutti da parecchie righe.

Si ringrazia Massimo Izzi per i preziosi consigli e per aver scritto il primo articolo in cui si cita “Guitarrita”, uscito su “Il Romanista” del 10 settembre 2008.

FOTO: asromaultras.org

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Brasile 2014: la Grande Germania nei Mondiali della contestazione

Paolo Valenti

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Nel 2014 tocca al Brasile tornare a organizzare la fase finale della coppa del mondo. Tutto l’impegno del Paese è legato all’obiettivo di cancellare il ricordo del Maracanazo del 1950 dalla mente dei tifosi locali e del resto del mondo. La squadra è competitiva, una rosa di giocatori maturi con grande esperienza internazionale: Julio Cesar, Maicon, Dani Alves, Marcelo, Thiago Silva, Fernandinho, Paulinho, Fred sono la base di una piramide al cui vertice si posiziona Neymar, ritenuto capace di dare alla Selecao quel colpo di classe imprevedibile e incontenibile necessario per allungare le mani sulla vittoria.

Il processo di avvicinamento al mondiale non è dei più sereni: il governo brasiliano deve fronteggiare numerose manifestazioni di protesta interne sollevatesi contro le ingenti spese stanziate per organizzare il torneo mentre una buona fetta della popolazione deve affrontare i morsi della crisi economica. I lavori, poi, vengono finiti a ridosso dell’inizio del torneo, in alcuni casi in maniera approssimativa, come dimostra il cedimento di un cavalcavia a Belo Horizonte che causa la morte di due persone oltre ad alcuni feriti. Lo show, però, deve andare avanti e proprio a due passi dal sogno di cancellare il Maracanzo, la nazionale verde-oro incappa in una sconfitta di portata colossale, sportivamente molto più pesante di quella accusata sessantaquattro anni prima contro la Celeste di Schiaffino e Ghiggia anche se meno sentita per non essere arrivata in occasione della finale. O, più semplicemente, per avere proporzioni tali da rendere impensabile la possibilità di vincere il mondiale, diminuendo quindi la dimensione del rammarico. L’1-7 rimediato dalla Selecao a Belo Horizonte l’8 luglio batte una serie di record negativi che fanno vergognare Felipe Scolari e i suoi ragazzi che, intontiti dai colpi presi, chiudono al quarto posto perdendo male anche la finalina contro l’Olanda. E’ la Germania a salire per la quarta volta sul tetto del mondo, vincendo la tenace resistenza di un’Argentina che non riesce a trovare in Leo Messi il genio della lampada capace di trascinarla dove manca da tanto tempo. La squadra di Low vince sei partite su sette, lasciando sul campo l’impressione di una squadra solida, capace di combinare al meglio qualità tecnica e forza fisica.

Una mesta parentesi meritano gli azzurri di Prandelli, incapaci per la seconda volta di fila di superare il girone eliminatorio, pur avendo cominciato bene l’avventura con una buona vittoria ottenuta contro l’Inghilterra. La sconfitta con la sorprendente Costa Rica ci costringe a non dover perdere contro l’Uruguay di Mastro Tabarez e del duo delle meraviglie Suarez-Cavani. La disfatta, invece, puntualmente arriva, seppur intrisa di recriminazioni legittime: una severa espulsione di Marchisio lascia l’Italia in dieci a mezz’ora dalla fine mentre un morso cannibale del Pistolero Suarez a Chiellini, nell’ultimo mondiale senza VAR, rimane impunito nel corso della partita. L’eliminazione istantanea sembra diventata uno standard nelle performance della nazionale. Prandelli e il presidente federale Abete ne traggono le dovute conseguenze, lasciando ad altri il compito di riportare ai livelli che gli competono un calcio che sembra destinato a vivere uno dei periodi più bui della sua storia.



I RISULTATI

Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Brasile 2014

LE CURIOSITA’

Il Gotha del calcio

La ventesima edizione della coppa del mondo si presenta tirata a lucido: come già avvenuto anche in Sudafrica quattro anni prima, alla fase finale in Brasile partecipano tutte le nazionali che hanno scritto il loro nome nell’albo d’oro dei vincitori. In ordine strettamente cronologico si tratta di: Uruguay, Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna.

Largo alla tecnologia

Brasile 2014 passa agli annali come il primo campionato del mondo nel quale viene utilizzata la goal line technology. Sperimentata con successo nella Confederations Cup 2013, questa tecnologia consente agli arbitri di ricevere una segnalazione acustica quando il pallone oltrepassa completamente la linea di porta, secondo i termini richiesti dal regolamento. Per ottenere tale effetto, è necessario che il pallone di gara sia dotato di un microchip che, nel momento in cui la sfera varca la linea di porta, invii il segnale al direttore di gara.

Il time-out

Data per certi versi storica quella del 29 giugno 2014: nella partita Olanda-Messico, valida per gli ottavi di finale, venne fischiato per la prima volta il time-out durante una partita dei mondiali. A causa delle alte temperature, infatti, la FIFA aveva stabilito che, nelle partite con inizio alle ore 13 locali, l’arbitro avrebbe potuto decidere di sospendere le gare per tre o quattro minuti alla mezz’ora di ciascun tempo di gioco, per consentire ai giocatori di idratarsi e recuperare energie. Una disposizione che veniva incontro alle esigenze dei calciatori, messi in passato a dura prova quando costretti a scendere in campo con temperature troppo elevate in funzione delle esigenze televisive.

Il morso di Suarez

Finisce anzitempo il mondiale per Luis Suarez, attaccante dell’Uruguay che, nella partita decisiva contro l’Italia, morde Giorgio Chiellini senza che l’infrazione venga rilevata dall’arbitro. Suarez può finire la gara ma non sfugge alle sanzioni della FIFA che, dopo il gesto inconsulto, lo squalifica per le successive nove partite della nazionale e per quattro mesi da ogni attività calcistica, oltre a multarlo di una cifra pari a 100.000 franchi svizzeri. Non è la prima volta che Suarez cade vittima di questa “particolare” abitudine: nella stagione precedente, infatti, era stato costretto a saltare sei partite col suo club di appartenenza, il Liverpool, per scontare una squalifica conseguita per lo stesso motivo.

Schiuma e barriere

Dopo un periodo di sperimentazione, nei mondiali del 2014 la FIFA autorizzò l’utilizzo da parte degli arbitri di una schiuma dissolvente che i direttori di gara avrebbero potuto usare per segnalare la linea di demarcazione oltre la quale, ai giocatori in barriera sui calci di punizione, non sarebbe stato consentito avanzare. La novità si rivelò efficace, riducendo i tentativi dei calciatori di accorciare la distanza dal punto di battuta e consentendo agli arbitri di intercettare eventuali infrazioni in materia nei momenti in cui davano le spalle agli uomini della barriera.

Top scorer

Aria di festa negli spogliatoi della Germania, non solo per la vittoria della coppa del mondo. Miroslav Klose, infatti, con i due gol segnati durante la competizione stabilisce il record di miglior marcatore di sempre nelle fasi finali della coppa del mondo con sedici gol, superando il brasiliano Ronaldo. Non è il solo record che Klose stabilisce, visto che eguaglia anche quello di quattro edizioni consecutive dei mondiali con almeno una rete all’attivo, come Pelè e Uwe Seeler.  Altro dato di rilievo: ogni volta che ha segnato con la nazionale, la Germania non ha perso.

Non solo campioni

La nazionale verde-oro scende in campo per riuscire a vincere la sua sesta coppa del mondo: in qualità di paese ospitante e con la stella Neymar pronta a consacrarsi, l’aspettativa sembra ben riposta. Almeno fino all’approdo alle semifinali, quando la Selecao va incontro a una debacle che al confronto il Maracanazo del 1950 impallidisce. La sconfitta rimediata contro i futuri campioni della Germania (1-7) raccoglie una serie di record che, anche nelle successive edizioni, sarà difficile eguagliare: maggior passivo mai patito da una nazionale ospitante; maggior numero di gol subiti in una sola partita dalla rappresentativa del paese organizzatore; più alta differenza reti mai avuta in una semifinale. Inoltre, il parziale di 0-5 accusato alla fine del primo tempo è il maggior scarto mai registrato in un match a eliminazione diretta. La miglior condizione dei tedeschi e, probabilmente, la non ottimale gestione della pressione, portarono il Brasile a comparire anche nell’albo dei record negativi della coppa del mondo.     

LA FINALE

Cinque mondiali nella bacheca virtuale della finale di Brasile 2014: ai tre della Germania rispondono i due conquistati dall’Albiceleste, che ha quindi la possibilità di raggiungere i tedeschi nell’albo d’oro. Le due nazionali arrivano con modalità differenti all’appuntamento decisivo: i ragazzi di Low hanno fatto fuoco e fiamme devastando il Brasile con un 7-1 di proporzioni bibliche mentre Messi e compagni, nel remake della finale del 1978, sono riusciti a dare la spallata definitiva all’Olanda solo ai calci di rigore. Anche Argentina-Germania è il remake di un’altra partita epica per i sudamericani: quella della vittoria dell’86 in Messico. Allora fu Maradona a prendere per mano una nazionale di valore ordinario. Oggi tocca a Messi dimostrare di essere il degno erede del Pibe de Oro. Per i tedeschi vale il positivo ricordo di Italia 90.

Si comincia, senza troppe reverenze, con due squadre che provano a creare le proprie occasioni evitando di prestare il fianco alle offensive avversarie. Sui piedi di Higuain e la testa di Hoewedes capitano le occasioni più clamorose dei tempi di gioco: il centravanti argentino spreca malamente la fortuna di un retropassaggio malriuscito della retroguardia tedesca mettendo a lato di Neuer la sua conclusione, mentre il colpo di testa su calcio d’angolo del difensore dello Schalke 04 trova nel palo alla sinistra di Romero un ostacolo insormontabile. Si arriva così ai supplementari di una partita che non è noiosa ma, nonostante le occasioni, non riesce a trovare il colpo del tie-break fino al 113° minuto quando Mario Goetze, subentrato a Miro Klose a due minuti dal 90°, raccoglie un cross dalla sinistra, stoppa di petto a seguire e insacca con un diagonale incrociato che abbatte i sogni di gloria di tutti gli argentini che, come già a Montevideo nel 1930, avevano raggiunto Rio de Janeiro con tutti i mezzi a disposizione per riuscire a festeggiare un mondiale in casa d’altri. La Germania è la prima squadra europea a vincere una coppa del mondo nel continente americano.

I PROTAGONISTI

Lionel Messi – E’ lui l’emblema dell’Argentina finalista che nemmeno in Brasile riesce a tornare a vincere per interrompere un digiuno che dura dall’ormai lontano 1993, quando l’Albiceleste conquistò la sua ultima Coppa America. La Pulce, unico vero antagonista contemporaneo di Cristiano Ronaldo e, quanto al passato, di Diego Armando Maradona, nel 2014, al suo terzo mondiale, comincia col piede giusto: quattro gol nel girone eliminatorio, giocate fluide ai livelli di quelle sciorinate abitualmente indossando la maglia blaugrana, sembrano proiettarlo verso un torneo finalmente all’altezza delle aspettative che lo circondavano già in Sud Africa quattro anni prima. L’opinione pubblica mondiale ansima per vederlo sollevare la coppa del mondo come fece il suo celeberrimo connazionale in Messico nel 1986: è l’unica cosa che manca allo sterminato palmares di Leo per documentare definitivamente la legittimità delle affermazioni che lo riconoscono come unico erede del Pibe de Oro. In Argentina, poi, l’attesa è amplificata dalla quasi inspiegabile mancanza di vittorie a livello internazionale che si protrae da un ventennio. Quando, al fischio di chiusura del mondiale, l’onnipotente Germania lo getta nel burrone degli sconfitti, le domande amletiche relative al livello di grandezza sul quale Messi vada posizionato tornano prepotentemente alla ribalta, allungando i propri strascichi anche ai nostri giorni senza che abbiano trovato una risposta definitiva, che probabilmente solo la storia riuscirà a dare.

Manuel Neuer – Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, nella cultura popolare aveva preso piede la fantasia di immaginare come sarebbero stati gli inizi del nuovo millennio. Astronavi, vite su altri mondi, ambienti urbani reimpostati alla luce di tendenze di là da venire riempivano pagine di libri, programmi televisivi e pellicole cinematografiche. Anche per il calcio si ipotizzava il prototipo del calciatore degli anni Duemila senza immaginare che avrebbe indossato maniche lunghe anche d’estate e guantoni alle mani. Si, perché se si deve pensare a chi ha maggiormente stravolto il modo di interpretare un ruolo di campo nei primi anni del nuovo secolo, non si può non pensare a Manuel Neuer, il portiere della Germania campione del mondo 2014. Qualcosa di più di un ottimo portiere: un atleta completo, un calciatore a tutto tondo, imperforabile tra i pali e capace di disimpegni anche fuori dall’area di rigore degni di un regista arretrato. Nonostante un fisico imponente (193 centimetri per 92 chili) è dotato di un’agilità nei movimenti inusuale, anche se la peculiarità che lo rende unico e atipico è la capacità di giocare coi piedi il pallone. Un elemento di tranquillità per tutto il reparto arretrato che, in nazionale come nel Bayern Monaco, trova in lui un riferimento determinante nell’alzare la linea difensiva a ridosso del centrocampo e nel disbrigo del palleggio d’impostazione quando gli attaccanti avversari esercitano il pressing alto. Non è un caso che il selezionatore tedesco Low nutre la convinzione che Manuel potrebbe giocare tranquillamente a centrocampo. Insomma, un mix di qualità che trasmettono a Neuer una leadership quasi sfrontata, determinante nel costruire la mentalità vincente della Germania campione 2014.

 

 

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