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Da Gil a Wanda Group: Atletico Madrid, tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Massimiliano Guerra

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Con la vittoria dell’Europa League contro il Marsiglia, l’Atletico Madrid si è portato a casa l’ennesimo trofeo del suo nuovo corso. Con il Cholo Simeone lo score ci racconta che nei 7 anni in cui l’ex Lazio e Inter siede sulla panchina di Griezmann e soci, la squadra ha ottenuto 6 trionfi senza contare le due finali di Champions per mano del Real Madrid.

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche tre Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorge alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) ed è più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid risalente all’estate scorsa per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai è entrata nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. E a Gennaio la fine del blocco e il ritorno di Diego Costa hanno fatto il resto. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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