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Da Genoa-Roma, passando per Bergamo e Palermo. Dietrologia o realismo?

Simone Meloni

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Nel calcio italiano dei divieti, delle limitazioni e della discriminazione territoriale come criterio vigente per la vendita dei biglietti, lunedì prossimo si consumerà un vero e proprio evento: i tifosi romanisti, ovviamente muniti di Privilege Card o Card Away (le due carte di fidelizzazione emesse dalla società giallorossa) potranno andare a Marassi per assistere alla sfida contro il Genoa. Fossimo in un Paese che non si basa su principi di spostamento interni e controllo delle masse di stampo medievale, non ci sarebbe nulla di strano. Non fossimo in un luogo che spesso ha disegnato strane parabole per coglierne i frutti più distorti, ci sarebbe da esultare, intuendo un percorso di normalizzazione. Eppure, alcuni quesiti sono più che logici.

Dal 2007, anno in cui il Genoa è tornato in massima divisione, ai romanisti non è mai stato consentito di effettuare suddetta trasferta. Diverse le motivazioni, di anno in anno. Dalla morte di Gabriele Sandri (avvenuta qualche giorno antecedente al primo Genoa-Roma e, in seguito ai gravi incidenti verificatisi nella Capitale, seguita dalla chiusura dei settori ospiti per i tifosi romanisti e laziali), all’inserimento della tessera del tifoso, cui buona parte dei supporter giallorossi non aderì, alla chiusura del settore ospiti perché ritenuta gara a rischio, fino al divieto imposto negli ultimi due anni, dopo la morte di Ciro Esposito, per la storica amicizia che lega la Nord genoana ai tifosi partenopei.

Vivendo nel Paese della conclamata dietrologia e del “a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina“, in molti hanno individuato tale decisione come “trappola finale“. Perchè? Innanzitutto ciò che risulta strano è il divieto piovuto sulla tifoseria romanista in occasione della partita disputata contro l’Atalanta, incastonata in un orario, le 12,30 di domenica, che rendeva più facile il flusso di tifosi e il loro controllo, giocandosi di giorno, rispetto al match di Marassi fissato di lunedi alle 19. In più, i supporter giallorossi, nelle precedenti sfide, non si erano macchiati di nessun comportamento ai limiti della legalità, non dovendo così incorrere nelle ormai accademiche sanzioni, poste in essere dagli Osservatori e Casms di turno, più che per reali motivi di sicurezza, per punire e dare un segnale all’opinione pubblica di come l’Italia riesca ad utilizzare il pugno di ferro.

Di sicuro, stando così le cose, a fine campionato le istituzioni capitoline dovrebbero quanto meno intessere un dialogo con le società, per cercare di scardinare l’affaire Olimpico, che ormai vede l’impianto romano perennemente semivuoto e silente e rappresenta un ingente danno per le società, financo per il calcio italiano. Oltre al palese abuso nei confronti dei tifosi. Sappiamo bene che eventuali disordini contribuirebbero a ridare linfa a una campagna criminalizzante dei supporter, giustificando qualsiasi decisione nei loro confronti. Dalle barriere a ulteriori limitazioni per l’accesso negli stadi. Inoltre non è passata inosservata la concomitanza di taluni fattori dopo il discusso incontro in Senato tra alcuni esponenti delle tifoserie organizzate. Esattamente come successe due anni fa. Peraltro sempre con le elezioni alle porte. Dopo un altro incontro tra tifosi e rappresentanti delle istituzioni, a cui seguì, a distanza di poche settimane, la morte di Ciro Esposito in cui, oltre alla follia di chi creò quella tragica situazione, pesano moltissimo le negligenze degli organizzatori, i quali non seppero controllare al meglio il flusso di tifosi in entrata nella Capitale, ignorando totalmente posizioni strategiche in cui farli transitare e sostare.

A voler fare un po’ di sana cospirazione, ci sarebbero tutti gli ingredienti adatti. La cosa malsana è l’iter mentale che porta molti a compiere questa operazione. Anche negli ultimi giorni, peraltro, abbiamo assistito inermi a penosi teatrini, talmente assurdi e all’ordine del giorno, che ormai non sembrano provocare nessuna reazione da parte dei media mainstream. In ordine cronologico ci preme segnalare la settimana che ha preceduto proprio Roma-Napoli, costellata da allarmismi e pressioni psicologiche, corroborate anche e soprattutto dalla stampa, su una fantomatica invasione di 5.000 napoletani. Che poi, con il passare dei giorni sono diventati 1.000. Ma che, alla realtà dei fatti, basta consultare una qualsiasi foto della partita, non erano più di cento nel settore ospiti. Sempre in virtù del divieto di vendita ai residenti in Campania (anche se tesserati). Un tourbillon di inesattezze che contribuisce a gettare terrore nella mente del cittadino, favorendo, chiaramente, quei famosi interventi di repressione e abuso di cui sopra.

Da meno non è stata la situazione di Bergamo, con la Questura che, su indicazione del Casms, è arrivata addirittura a chiudere la Curva Nord ai non possessori di tessera del tifoso in occasione della tranquillissima sfida col Chievo. Una situazione che ha creato lo sdegno di tutta la tifoseria orobica, che in quella giornata avrebbe omaggiato la famiglia di Yara Gambirasio con una coreografia e varie iniziative all’esterno dello stadio, e alla quale la società lombarda ha risposto mettendo in vendita i tagliandi dell’incontro a un Euro. La Questura è ritornata sui propri passi il sabato pomeriggio, ma a quasi tutti è sembrata una provocazione bella e buona, in seno a una guerra che i governanti bergamaschi, e non solo, hanno dichiarato al tifo organizzato della Dea. Colpevole, è vero, di qualche eccesso di troppo. Eccessi ai quali, tuttavia, non si dovrebbe rispondere in maniera altrettanto bieca. Anche e soprattutto tenendo conto dell’importanza aggregativa e sociale che gli ultras atalantini hanno in città.

Altro capitolo, che attesta fedelmente il livello di controllo mentalmente medievale, oltre che il potere quattrocentesco conferito a Questure e Prefetture locali, è quello di Palermo. Proprio ieri la Prefettura del capoluogo siciliano ha notificato al club un’ordinanza con la quale si prescrive la vendita dei tagliandi ai soli possessori di tessera del tifoso per la partita con la Sampdoria. Dopo gli incidenti con la Lazio, i rosanero hanno già scontato un turno a porte chiuse e, anche in questo caso, la decisione appare più una ripicca contro club e tifoseria che una decisione adottata per la salvaguardia dell’ordine pubblico. Zamparini ha annunciato che farà ricorso al T.A.R., tuttavia ci si chiede come sia possibile, di fronte a fatti che spesso si svolgono a centinaia di metri dallo stadio o che coinvolgono poche persone, chiudere interi stadi o selezionare l’ingresso in un luogo pubblico in base al possesso di una tessera?

Più che una battaglia alla violenza negli stadi, il tutto sembra rientrare in un percorso di modificazione genetica, che tenda a riportarci al passato attraverso strumenti del futuro. Viviamo l’era della connessione veloce e dei social network che ci mettono in contatto con tutto il mondo in pochi minuti, ma non possiamo andare da Roma a Genova per vedere una partita senza la tessera del tifoso, e spesso non basta neanche quella, oppure non possiamo accedere negli stadi della nostra città per un episodio di violenza successo mesi prima e spesso circoscritto. Un po’ come se, dopo una strage del sabato sera sulle strade, si optasse per la chiusura di tutti i caselli autostradali. Se ci fosse una volontà di crescere e abbracciare veramente un’idea progressista, tutte le barriere, mentali e fisiche, andrebbero abbattute istaurando un percorso difficile, certo, ma lungimirante, in cui ognuno dovrebbe essere in grado di prendersi le proprie responsabilità senza la voglia di sopraffare.

Ma l’Italia dei Comuni, evidentemente, non è mai finita. Anzi, è tornata di moda. E anche le nostre menti, pian piano, lo stanno sempre più accettando. “Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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