Nel calcio italiano dei divieti, delle limitazioni e della discriminazione territoriale come criterio vigente per la vendita dei biglietti, lunedì prossimo si consumerà un vero e proprio evento: i tifosi romanisti, ovviamente muniti di Privilege Card o Card Away (le due carte di fidelizzazione emesse dalla società giallorossa) potranno andare a Marassi per assistere alla sfida contro il Genoa. Fossimo in un Paese che non si basa su principi di spostamento interni e controllo delle masse di stampo medievale, non ci sarebbe nulla di strano. Non fossimo in un luogo che spesso ha disegnato strane parabole per coglierne i frutti più distorti, ci sarebbe da esultare, intuendo un percorso di normalizzazione. Eppure, alcuni quesiti sono più che logici.

Dal 2007, anno in cui il Genoa è tornato in massima divisione, ai romanisti non è mai stato consentito di effettuare suddetta trasferta. Diverse le motivazioni, di anno in anno. Dalla morte di Gabriele Sandri (avvenuta qualche giorno antecedente al primo Genoa-Roma e, in seguito ai gravi incidenti verificatisi nella Capitale, seguita dalla chiusura dei settori ospiti per i tifosi romanisti e laziali), all’inserimento della tessera del tifoso, cui buona parte dei supporter giallorossi non aderì, alla chiusura del settore ospiti perché ritenuta gara a rischio, fino al divieto imposto negli ultimi due anni, dopo la morte di Ciro Esposito, per la storica amicizia che lega la Nord genoana ai tifosi partenopei.

Vivendo nel Paese della conclamata dietrologia e del “a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina“, in molti hanno individuato tale decisione come “trappola finale“. Perchè? Innanzitutto ciò che risulta strano è il divieto piovuto sulla tifoseria romanista in occasione della partita disputata contro l’Atalanta, incastonata in un orario, le 12,30 di domenica, che rendeva più facile il flusso di tifosi e il loro controllo, giocandosi di giorno, rispetto al match di Marassi fissato di lunedi alle 19. In più, i supporter giallorossi, nelle precedenti sfide, non si erano macchiati di nessun comportamento ai limiti della legalità, non dovendo così incorrere nelle ormai accademiche sanzioni, poste in essere dagli Osservatori e Casms di turno, più che per reali motivi di sicurezza, per punire e dare un segnale all’opinione pubblica di come l’Italia riesca ad utilizzare il pugno di ferro.

Di sicuro, stando così le cose, a fine campionato le istituzioni capitoline dovrebbero quanto meno intessere un dialogo con le società, per cercare di scardinare l’affaire Olimpico, che ormai vede l’impianto romano perennemente semivuoto e silente e rappresenta un ingente danno per le società, financo per il calcio italiano. Oltre al palese abuso nei confronti dei tifosi. Sappiamo bene che eventuali disordini contribuirebbero a ridare linfa a una campagna criminalizzante dei supporter, giustificando qualsiasi decisione nei loro confronti. Dalle barriere a ulteriori limitazioni per l’accesso negli stadi. Inoltre non è passata inosservata la concomitanza di taluni fattori dopo il discusso incontro in Senato tra alcuni esponenti delle tifoserie organizzate. Esattamente come successe due anni fa. Peraltro sempre con le elezioni alle porte. Dopo un altro incontro tra tifosi e rappresentanti delle istituzioni, a cui seguì, a distanza di poche settimane, la morte di Ciro Esposito in cui, oltre alla follia di chi creò quella tragica situazione, pesano moltissimo le negligenze degli organizzatori, i quali non seppero controllare al meglio il flusso di tifosi in entrata nella Capitale, ignorando totalmente posizioni strategiche in cui farli transitare e sostare.

A voler fare un po’ di sana cospirazione, ci sarebbero tutti gli ingredienti adatti. La cosa malsana è l’iter mentale che porta molti a compiere questa operazione. Anche negli ultimi giorni, peraltro, abbiamo assistito inermi a penosi teatrini, talmente assurdi e all’ordine del giorno, che ormai non sembrano provocare nessuna reazione da parte dei media mainstream. In ordine cronologico ci preme segnalare la settimana che ha preceduto proprio Roma-Napoli, costellata da allarmismi e pressioni psicologiche, corroborate anche e soprattutto dalla stampa, su una fantomatica invasione di 5.000 napoletani. Che poi, con il passare dei giorni sono diventati 1.000. Ma che, alla realtà dei fatti, basta consultare una qualsiasi foto della partita, non erano più di cento nel settore ospiti. Sempre in virtù del divieto di vendita ai residenti in Campania (anche se tesserati). Un tourbillon di inesattezze che contribuisce a gettare terrore nella mente del cittadino, favorendo, chiaramente, quei famosi interventi di repressione e abuso di cui sopra.

Da meno non è stata la situazione di Bergamo, con la Questura che, su indicazione del Casms, è arrivata addirittura a chiudere la Curva Nord ai non possessori di tessera del tifoso in occasione della tranquillissima sfida col Chievo. Una situazione che ha creato lo sdegno di tutta la tifoseria orobica, che in quella giornata avrebbe omaggiato la famiglia di Yara Gambirasio con una coreografia e varie iniziative all’esterno dello stadio, e alla quale la società lombarda ha risposto mettendo in vendita i tagliandi dell’incontro a un Euro. La Questura è ritornata sui propri passi il sabato pomeriggio, ma a quasi tutti è sembrata una provocazione bella e buona, in seno a una guerra che i governanti bergamaschi, e non solo, hanno dichiarato al tifo organizzato della Dea. Colpevole, è vero, di qualche eccesso di troppo. Eccessi ai quali, tuttavia, non si dovrebbe rispondere in maniera altrettanto bieca. Anche e soprattutto tenendo conto dell’importanza aggregativa e sociale che gli ultras atalantini hanno in città.

Altro capitolo, che attesta fedelmente il livello di controllo mentalmente medievale, oltre che il potere quattrocentesco conferito a Questure e Prefetture locali, è quello di Palermo. Proprio ieri la Prefettura del capoluogo siciliano ha notificato al club un’ordinanza con la quale si prescrive la vendita dei tagliandi ai soli possessori di tessera del tifoso per la partita con la Sampdoria. Dopo gli incidenti con la Lazio, i rosanero hanno già scontato un turno a porte chiuse e, anche in questo caso, la decisione appare più una ripicca contro club e tifoseria che una decisione adottata per la salvaguardia dell’ordine pubblico. Zamparini ha annunciato che farà ricorso al T.A.R., tuttavia ci si chiede come sia possibile, di fronte a fatti che spesso si svolgono a centinaia di metri dallo stadio o che coinvolgono poche persone, chiudere interi stadi o selezionare l’ingresso in un luogo pubblico in base al possesso di una tessera?

Più che una battaglia alla violenza negli stadi, il tutto sembra rientrare in un percorso di modificazione genetica, che tenda a riportarci al passato attraverso strumenti del futuro. Viviamo l’era della connessione veloce e dei social network che ci mettono in contatto con tutto il mondo in pochi minuti, ma non possiamo andare da Roma a Genova per vedere una partita senza la tessera del tifoso, e spesso non basta neanche quella, oppure non possiamo accedere negli stadi della nostra città per un episodio di violenza successo mesi prima e spesso circoscritto. Un po’ come se, dopo una strage del sabato sera sulle strade, si optasse per la chiusura di tutti i caselli autostradali. Se ci fosse una volontà di crescere e abbracciare veramente un’idea progressista, tutte le barriere, mentali e fisiche, andrebbero abbattute istaurando un percorso difficile, certo, ma lungimirante, in cui ognuno dovrebbe essere in grado di prendersi le proprie responsabilità senza la voglia di sopraffare.

Ma l’Italia dei Comuni, evidentemente, non è mai finita. Anzi, è tornata di moda. E anche le nostre menti, pian piano, lo stanno sempre più accettando. “Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!.

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