In una partita di dilettanti, Eugenio Luppi dopo aver segnato ha esultato mostrando una maglietta della Repubblica Sociale, facendo il saluto romano. La partita era a Marzabotto, teatro di un’efferata strage nazista. Ma non è il primo nel mondo del calcio ad essere accostato al Fascismo.

Cosa c’entra il calcio con Benito Mussolini? Come ci raccontano gli storici (e alcuni siti di informazione tra i quali Linkiesta) l’ex Duce d’Italia era un grande appassionato di calcio. A quanto pare tifosissimo del Bologna nonostante la sua fede calcistica sia stata accostata sia alla Roma ma anche alla Lazio. Dopo la sua morte, anche nel calcio si continuerà (per vari motivi) a parlare di lui. Negli anni a venire non saranno pochi i calciatori che continueranno a mostrare “simpatie” verso di lui. Tra questi Paolo Di Canio, è certamente colui che le simpatie per il Duce non le hai volute nascondere. Quando era ancora un calciatore, una foto ha fatto il giro del mondo. L’occasione è un derby Lazio-Roma del 2005. La sua squadra la Lazio è tornata a vincere il derby dopo alcuni anni. E lui, Di Canio ha anche realizzato il primo dei 3 gol con i quali la sua Lazio ha liquidato la Roma di Totti e Cassano. A fine partita, neanche a dirlo, non è più nella pelle. Fa il giro del campo per andare a raccogliere il meritato abbraccio dei tifosi.

Ad un tratto si ferma sotto la Tribuna Tevere, uno dei settori occupati dai tifosi laziali. Alza gli occhi, come per guardarli ad uno ad uno. Poi decide di salutarli. Solleva il braccio destro e lo stende. L’indomani tutti i giornali scriveranno che “Paolo Di Canio ha fatto il saluto romano ai tifosi della Lazio”. Oltre alle inevitabili polemiche, per Di Canio arriverà pure una (seppur breve) squalifica.

Eppure, qualche anno più tardi, lo stesso Di Canio, ritornato nel calcio inglese da allenatore e attaccato duramente dal tabloid inglese The Sun proprio per le sue simpatie politiche, ammetterà di essere “di destra ma non fascista”.

Il suo, tuttavia, non sarà l’unico caso di calciatore finito sui giornali come “di destra”. Prima di lui Gianluigi Buffon allora portiere del Parma, nella stagione 1999-2000, si presenta davanti alle telecamere per le consuete interviste del dopopartita con una maglietta nella quale campeggia in bella vista la scritta “Boia chi molla”. Nota per essere un vecchio motto fascista (utilizzato come slogan anche nella sanguinosa rivolta di Reggio Calabria del 1970). L’uscita di Buffon (che disse di essersi voluto riferire ai suoi compagni di squadra) diventa inevitabilmente l’occasione per un’altra polemica politica. Anni dopo, come riporta il sito Quinews, nel suo libro “Numero Uno”, l’attuale portiere della Juventus dirà che “non è stato un errore semmai una botta di ignoranza”, per non essere stato a conoscenza della “radice storica della frase”.  L’anno successivo (stagione 2000-01), però la storia si ripete. Buffon finisce ancora nel mirino della critica. Questa volta il motivo riguarda il numero scelto sulla maglia da gioco. “Volevo il doppio 00 che è il numero delle palle ma non me lo diedero. Allora presi l’88 che di palle ne ha quattro scriverà Buffon nella sua biografia. Seguiranno nuove polemiche (insorgerà addirittura la comunità ebraica) perché l’88 è anche il numero utilizzato dai “naziskin”.

Un altro portiere Christian Abbiati (attualmente nel Milan) come riporta anche il Secolo d’Italia, farà outing nel 2008 dichiarando di condividere del fascismo gli ideali “come la patria, la religione cattolica e la capacità di assicurare l’ordine”. Sempre Il Secolo rivela anche che un giorno Fabio Cannavaro, quando giocava nel Real Madrid, venne immortalato con la bandiera tricolore con il fascio littorio al centro. Il difensore ed ex capitano della nazionale italiana campione del mondo ai Mondiali del 2006 si difenderà dicendo di “non essere un nostalgico ma neanche di sinistra”. Sempre il quotidiano di via della Scrofa parlerà delle critiche al calciatore Alberto Aquilani per alcuni busti del Duce che l’ex centrocampista della Roma (oggi allo Sporting Lisbona) avrebbe avuto dentro casa “come regalo di uno zio”.


Fuori dai confini italiani il caso più clamoroso è però certamente quello di Giorgos Katidis, centrocampista greco con una breve esperienza nel Novara. Il quale, quando nel 2013 giocava ancora nell’AEK Atene venne ripreso (la foto è finita anche sul sito del settimanale Panorama) mentre dopo aver siglato un gol, va a festeggiare sotto la curva di casa senza la maglietta e salutando con il braccio teso i suoi tifosi. L’indomani, Katidis verrà accusato di ”una grave provocazione offensiva nei confronti di tutte le vittime della bestialità del fascismo e del nazismo” e squalificato a vita da tutte le nazionali (giovanili e maggiori) greche. E non basterà il tweet di scuse con il quale l’ex calciatore dell’AEK dirà di non essere fascista e di aver fatto quel gesto “senza sapere”. Dopo quel giorno infatti, per lui sarà un lento declino. Non lo vorrà più nessuno. E attualmente risulta ancora un calciatore in cerca di una squadra.

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