“Alla velocità a cui si gioca oggi ci vuole grande, grande tecnica. Questo è emerso chiaramente al Mondiale. Invece mi capita di vedere allenatori che a bambini di dieci, undici anni, insegnano la tattica. Penso che questi personaggi andrebbero messi in prigione, perché ai piccoli devi insegnare la parte ludica facendo sì che migliorino nella tecnica […] Ecco il vero problema del settore giovanile”. Così parlò Fabio Capello sulle ragioni della débâcle dell’Italia al mondiale in Brasile. Secondo lui, la crisi del nostro calcio è dovuta a una mancanza di talenti ed è da imputare a quegli allenatori dei settori giovanili che sono interessati unicamente a vincere, fosse anche un campionato della categoria “Esordienti”, e che dimenticano di non avere a che fare con Batistuta o Raul, ma con i possibili calciatori del domani. Giovani da formare e costruire, non da punire per un gol sbagliato o una sconfitta.

La valutazione del tecnico friulano si ritrova anche nel pensiero di un altro allenatore italiano di successo, Alberto Zaccheroni (uno scudetto col Milan, una coppa d’Asia col Giappone):“Gli allenatori dei nostri grandi settori giovanili così come quelli delle piccole squadre di provincia pensano soprattutto a vincere e così facendo spesso cancellano il processo fondamentale della crescita dei ragazzi. Mi fermo anche a vedere gli allenamenti nei campi in provincia di Cesenatico e vedo ragazzini di dodici anni fare allenamento sui gradoni e saltare con i pesi in spalla. È roba da matti”.

Denunce tanto autorevoli fanno però sorgere un interrogativo: ma se il calcio italiano è avaro di talenti, la responsabilità è davvero soltanto di alcuni cattivi maestri che, con una tuta indosso, si appropriano senza diritto del ruolo di allenatori? Non è che la mentalità del successo a tutti i costi contagia anche i dirigenti e si riflette in strategie tecnico-sportive che, all’esigenza di assicurare nuova linfa al movimento, antepone il risultato (sportivo ed economico) a ogni costo e da perseguire con ogni mezzo? Per esempio, immettendo ragazzi di altre nazionalità nei vivai delle squadre di serie-A e serie-B perché più vantaggiosi da acquistare e, di conseguenza, più redditizi al momento di un’eventuale cessione.

Secondo gli attuali dati di transfermarkt.it, escludendo gli atleti con la doppia nazionalità di cui una italiana, il 20,8% degli attuali organici del campionato “Primavera” è composto da stranieri. In teoria, è come se ce ne fossero due per ogni formazione. Ma la realtà è ben diversa. E ben più fosca. Per Empoli e Atalanta che non superano i 5 ragazzi (su 53 complessivi), i dati di Inter (11 su 27), Lazio e Juventus (10 su 27 per entrambe) confermano quanto detto da Arrigo Sacchi – uno che in carriera, col Milan, è salito due volte in cima al mondo e ha valorizzato giovani come Mussi, Costacurta, Donadoni, Fontolan, Fuser e Stroppa – a margine del Torneo di Viareggio del 2015 – “L’Italia è ormai senza dignità né orgoglio perché fa giocare troppi stranieri anche nelle Primavere”ed evidenziano la gravità del problema, la cui analisi investe chi sta sopra le società. Ovvero la federazione. Perché a via Allegri non deliberano politiche precise a tutela del serbatoio calcistico nostrano?  La regola di quest’estate – in rosa, quattro giocatori cresciuti nel vivaio – è gattopardesca: vuoi perché quei quattro possono essere anche arrivati in Italia, da un altro Paese, a tredici anni; e vuoi perché, anche se italiani, la partita possono guardarsela dalla panchina (tutti stranieri i titolari della Roma nel 4-0 all’Udinese lo scorso 20 agosto). Dunque, quanto sta a cuore, alle eminenze del pallone italiano, la competitività futura della Nazionale? Nelle loro decisioni, quanta importanza ancora attribuiscono alla passione, cioè colei che non pensa alla plusvalenza dell’oggi, ma alla fabbricazione degli azzurri del domani?

Di lei, della sua sempre più perdurante latitanza, ha scritto mister Ezio Glerean nel suo libro “Il calcio e l’isola che non c’è”. Troppi ragazzi oggi smettono già a dieci anni perché non si divertono a causa di allenatori e dirigenti che prosciugano la voglia di stare insieme divertendosi fin da quando giocano nei “Pulcini”. E se ha invaso la provincia, da sempre culla di favole e sogni, significa che più su, nella “stanza dei bottoni”, la mancanza di passione ormai è di casa.

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