Rule, Britannia. La Gran Bretagna ha visto la sua delegazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro rendersi artefice di un’impresa straordinaria, innalzandosi di un gradino sul podio del medagliere dei Giochi a scapito della Cina, conquistando il secondo posto alle spalle dei soli Stati Uniti. Il sorpasso inatteso sulla Repubblica Popolare certifica una volta di più l’avvenuto ritorno del Regno Unito nel ristretto rango delle superpotenze olimpiche e le 67 medaglie conquistate dagli atleti britannici a Rio, pur non rappresentando un record assoluto per la delegazione di Sua Maestà, ponderate al netto dell’elevata competitività e della ramificata strutturazione delle Olimpiadi contemporanee attestano le dimensioni di un’impresa ragguardevole e il definitivo coronamento di un progetto sportivo avviato vent’anni fa.

Il 1996 segnò infatti il punto più basso della storia sportiva d’Oltremanica: le Olimpiadi di Atlanta videro i 300 atleti britannici raccogliere soltanto 15 medaglie. Il fiasco fu clamoroso e, accanto a 8 argenti e 6 bronzi, solo il canottaggio garantì la gioia piena dell’oro al Regno Unito, grazie al successo nel due senza dell’armo guidato dal leggendario Steve Redgrave, al cui fianco pagaiava l’ottimo Matthew Pissent.

Grazie alla vittoria del suo equipaggio, la delegazione britannica riuscì a rimanere l’unica capace di conquistare una medaglia d’oro in ognuna delle edizioni dei Giochi; tuttavia, il trentaseiesimo posto finale nel medagliere olimpico certificò il peggior risultato mai raggiunto dal Regno Unito e portò a una radicale rivoluzione nella gestione e nel finanziamento delle associazioni sportive, che nel lungo tempo ha pagato lauti dividendi in fatto di allori e trionfi agonistici. Decisiva in tal senso fu la scelta di devolvere al finanziamento delle federazioni incaricate di gestire gli sport olimpici una parte dei consistenti introiti garantiti dalla National Lottery: per effetto di una norma votata dal Parlamento durante il governo di John Major, infatti, il 28% del denaro incassato dalla Camelot Group, la società incaricata di gestire la lotteria, deve essere annualmente devoluto al sostegno delle cosiddette “buone cause”. Accanto a investimenti nella cultura, nell’arte, nell’ambiente e nella salute, a partire dal 1997 tra queste “buone cause” trovò posto anche lo sport, incentivato profondamente per cogliere il duplice risultato di migliorare i livelli degli atleti britannici in termini di risultati e di promuoverne la funzione di strumento di integrazione sociale.

Ben 60 milioni di sterline vennero riversati per la costruzione di impianti, la formazione di tecnici e l’organizzazione di tornei nel solo lasso di tempo che separò i Giochi Olimpici di Atlanta dalla successiva edizione di Sidney disputatasi nel 2000. Tra le discipline che ricevettero i maggiori benefici si segnalarono sin dall’inizio il ciclismo su pista, il pugilato, la vela e il nuoto, mentre sotto l’impulso della popolarità di Redgrave (unico britannico capace di vincere un oro in cinque edizioni consecutive) anche il canottaggio conobbe una repentina espansione. I risultati non tardarono ad arrivare: le Olimpiadi di Sidney videro il Regno Unito conquistare 28 medaglie (tra cui 11 ori) e rientrare tra le prime dieci nazioni del medagliere dopo vent’anni, mentre le successive svoltesi ad Atene nel 2004 portarono a una conferma dei risultati precedenti. Dal 2004 in avanti, la maturazione dello sport britannico giunse a compimento, e proprio le citate discipline videro un incremento repentino della competitività degli atleti di Sua Maestà, aiutati dalla maggiore organizzazione complessiva di un movimento interessato da un flusso costante di investimenti a cui si accompagnava una promozione sempre maggiore di sport troppo a lungo considerati “minori” nelle Isles.

Pechino 2008 segnò sicuramente un definitivo strappo con il passato: la macchina olimpica funzionava oramai a pieno regime, e l’ottimismo dei dirigenti sportivi britannici fu ampiamente ripagato dalla conquista di 47 medaglie. 19 ori, 13 argenti e 15 bronzi portarono la Gran Bretagna alla migliore prestazione degli ultimi cento anni, seconda solo all’inarrivabile bottino di 146 medaglie vinte nei giochi di Londra 1908 caratterizzati dalla scarsa presenza di atleti extrabritannici in svariate discipline. 8 ori furono frutto della trionfale campagna dei ciclisti su pista, con in prima fila i futuri baronetti Chris Hoy, Jason Kenny e Bradley Wiggins destinati a diventare gli atleti britannici più medagliati della storia; al tempo stesso, gli eredi di Redgrave contribuirono ad amplificare le misure del successo britannico grazie ai primi colpi di atleti come Pete Reed e Andrew Triggs Hodge. Il quarto posto nel medagliere conclusivo offrì la migliore base di partenza possibile per la preparazione dei Giochi Olimpici casalinghi di Londra 2012. La possibilità di estendere il numero di atleti da 311 a 541 grazie alla qualificazione automatica garantita ai concorrenti del paese ospitante fu il presupposto ideale per un nuovo exploit: 29 ori, 17 argenti e 19 bronzi, 65 medaglie contro le 48-50 accreditate alla Gran Bretagna dai pronostici dei media nazionali, nonché il ragguardevole risultato di 17 discipline capaci di garantire podi. L’esplosione del fenomeno Mo Farah e il trionfo nello Wimbledon olimpico di Andy Murray garantirono graditi allori anche in atletica e tennis, mentre a fare la parte del leone furono sempre, con 12 ori e 21 medaglie complessive, il ciclismo su pista e il canottaggio. Il sorpasso sulla Russia portò la Union Jack sul podio finale delle Olimpiadi 92 anni dopo l’ultima volta, alle Olimpiadi di Anversa 1920.

L’obiettivo di fondo della strategia di sviluppo ideata nel 1996 dopo il flop di Atlanta era dunque stato conseguito: non solo infatti il Regno Unito era stato in grado di diventare sempre più competitivo in un’ampia gamma di discipline, ma ai successi di Team Great Britain erano corrisposte una penetrazione sempre più radicata dello sport nel sistema educazionale e scolastico, influenzate ad ogni livello in maniera proficua.

Rio non poteva non rappresentare il coronamento di un progetto vincente: la contrazione nel numero degli ori, passati da 29 a 27, ha avuto il suo contraltare nel sorpasso sulla Cina e nell’aumento delle medaglie complessive, giunte alla ragguardevole cifra di 67. Tutto ciò, con una delegazione ridottasi di un terzo (366 atleti), ha dell’incredibile: il Regno Unito, più del resto d’Europa, mostra di essere l’unica nazione capace di inserirsi e mantenersi stabilmente nel pantheon sportivo planetario. 19 discipline hanno fruttato medaglie, 15 hanno portato ori: ginnastica artistica ed equitazione si sono aggiunte alle discipline divenute oramai “tradizionali” nell’albo della gloria olimpica britannica portando in dote preziose e inaspettate vittorie. Con il risultato di Rio, la Gran Bretagna ha inoltre stabilito due primati: per la prima volta, infatti, è riuscita ad accrescere il numero complessivo di medaglie nell’edizione successiva a quella ospitata; inoltre, assieme all’Azerbaijan è divenuta la prima nazione ad aver incrementato il proprio numero di medaglie per cinque Olimpiadi consecutive.

Da Atlanta a Rio, un lungo volo durato vent’anni ha ridato lustro agli offuscati blasoni olimpici britannici e diffuso a livello generalizzato un’approfondita cultura sportiva all’interno del paese, sulla scia delle imprese di Wiggins, Farah, Murray e compagni, portabandiera di un movimento che nei prossimi Giochi di Tokyo sarà chiamato alla più ardua delle imprese: confermarsi, perlomeno, o cercare di migliorare l’ennesimo risultato da record ottenuto a Rio de Janeiro, prospettiva che sembra tutt’altro che remota dato che dell’espansione impetuosa dell’influenza britannica in campo olimpico non si possono ad oggi prevedere con certezza né i limiti temporali né quelli relativi ai risultati conseguibili.

 

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