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Calcio

Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Stefano Pagnozzi

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Crowdfunding, Azionariato Popolare e Supporters’ Trust sono le modalità simili, ma strutturalmente diverse, che maggiormente si sono diffuse negli ultimi anni, in Italia come in Europa, con cui tifosi e appassionati hanno cominciato a contribuire direttamente al capitale sociale dei propri club. Tre differenti vie con cui si è creato un canale di finanziamento aggiuntivo da parte della base dei supporters che si è andato ad aggiungere al ‘consueto’ contributo alle finanze dei club derivanti dalle fonti classiche dirette: biglietti, abbonamenti e merchandising e quelle indirette: diritti TV e sponsorizzazioni e che ha aperto ad un nuova fase di relazione con i tifosi.

Contribuzione diretta agli aumenti di capitale, fondi destinati al finanziamento della squadra, progetti specifici per stadi e strutture sportive, specifici interventi di riqualificazione, opere celebrative ecc.. la destinazione dei progetti finanziati direttamente dai tifosi ha preso le strade più varie e fare il punto sulle diversità tra questi meccanismi è forse utile a comprendere come iniziative, a prima vista simili, spesso abbiamo un impatto diverso sulla seconda fase successiva alla raccolta, quella dello sviluppo del progetto/obbiettivo: vengono gestite in maniera opportuna queste nuove risorse? Si crea una vera partecipazione?

Le risposte a questi quesiti devono necessariamente partire dal chiarimento che queste nuove vie di contribuito diretto ai club hanno portato con sé anche l’acquisizione da parte degli appassionati di diritti specifici legati alla partecipazione al capitale sociale dei club, lì dove si acquistano quote, o a particolari poteri speciali nei confronti del board dirigenziale. Come ci sono anche casi in cui l’apporto si limita ad un contributo ‘una tantum’ senza acquisizione di diritti speciali. Ciascuna forma di contributo deve essere analizzata partendo in primis dal format con cui viene proposta e congiuntamente dal soggetto proponente: lo strumento utilizzato (Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare) e l’origine della proposta: Club, istituzioni, imprenditore o gruppo, base del tifo.

Ovviamente in questa fase ballano interessi divergenti, proposte che partono dai club o da fonti istituzionali generalmente hanno spesso il fine primario di far quadrare i conti piuttosto che favorire una partecipazione attiva concreta, operazioni di ultima istanza, spesso velleitarie, che rischiano di compromettere ‘l’immagine’ pubblica delle iniziative analoghe che però parto dalla base. Infatti, al contrario, le iniziative che partono dalla comunità del tifo tendono ad essere più efficaci e coinvolgenti, avendo già mobilitato parte dei destinatari della campagna, riuscendo spesso a garantirne il successo e l’instaurazione di un rapporto di cooperazione più forte tra società e tessuto locale.

Vediamo quindi come funzionano questi differenti tipi di finanziamento con particolare attenzione ai meccanismi e ai diritti, dove ve ne sono, che garantiscono un controllo diretto sia del finanziamento specifico sia che consentano l’accesso a specifici poteri di influenza della governance.

Crowdfunding

E’ una pratica di raccolta di fondi che si è sviluppata parallelamente alla crescita esponenziale negli ultimi 30 anni dei fruitori di Internet e dei Social Network, la diffusione della rete ha consentito la creazione di portali web che svolgono professionalmente il ruolo di intermediari per favorire, attraverso i propri canali e sponsor, il reperimento di risorse rivolgendosi ad un ampio bacino di pubblico. Nati per finanziare le start up, principalmente del settore tecnologico e della sostenibilità ambientale, hanno trovato facile diffusione anche per progetti no profit legati al sociale e per finanziare piccole opere proposte da singoli o organizzazioni.

Partecipando alla campagna si effettua una contribuzione, principalmente online e con quote spesso prestabilite, che può configurarsi come semplice donazione, oppure includere una specifica ricompensa per la cifra conferita, in entrambi i casi non segue un’acquisizione di diritti particolari o poteri di influenza. Si profila quindi più un caso di contribuzione di solidarietà basata su di un rapporto di ‘fiducia’ e non si può quindi parlare di ‘partecipazione attiva’, né si hanno strumenti di controllo dell’effettivo uso corretto dei fondi ricevuti.

 

L’operatività dei portali web che conducono tali operazioni, che possono o meno prevedere delle commissioni d’intermediazione nell’ordine del 5-10%, non è generalmente soggetta a regolamentazioni specifiche, operano in materia di appello al pubblico risparmio, servizi di pagamento ecc… osservando i regolamenti già esistenti per ciascun Paese dove hanno sede legale.

Discorso diverso invece per la pratica dell’Equity Crowdfunding, che sfrutta le medesime strutture e modalità di diffusione dei precedenti casi, dove invece l’oggetto dell’acquisto è una quota di azioni vera e propria. In questo scenario chi contribuisce al progetto acquisisce il complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’organizzazione e in Italia questo tipo di operazioni sono regolamentate dal “Decreto crescita bis” e dal Regolamento CONSOB. In questo caso si acquisisce capitale di rischio di società non quotate sui mercati e chi contribuisce ha una ‘partecipazione attiva’ con diritto di voto in ragione del numero di azioni in possesso. Si ha possibilità di influenza che però resta limitata in quanto: 1) spesso c’è un limite ai pacchetti acquistabili; 2) il limite alle quote determina la conseguenza che l’influenza potenziale dei piccoli azionisti tende inevitabilmente a disperdersi, a meno di patti parasociali e raccolta delle deleghe che però la natura dell’operazione rende particolarmente complessi. Il contatto e il coordinamento tra piccoli azionisti risultano particolarmente difficoltosi, rendendo poco efficace lo strumento se l’obbiettivo è avere una partecipazione concreta.

Le piattaforme di crowdfunding sono usato anche per raccogliere risorse attraverso l’uso di strumenti di debito, es. Mini-bond, in questo scenario chi contribuisce riceve un interesse prestabilito a fronte di una quota versata, in alcuni casi sono previste speciali agevolazioni per i prodotti del club, e il rimborso del contributo a scadenza come una semplice obbligazione. Nessun diritto in materia di governance ma maggiore sicurezza dell’investimento rispetto a quello azionario, anche se in entrambi i casi va attentamente analizzata la situazione societaria, il rischio zero non esiste, sopratutto nel calcio e sopratutto in quello italiano.

Quelle elencate sono tutte operazione estremamente versatili e facilmente applicabili ad un numero infinito di progetti, nel mondo del calcio sono state finanziate con successo diverse opere specifiche, salvataggi e acquisizioni di club, alcuni esempi in Europa: l’Academy delle giovanili del Portsmouth FC, la standing area che realizzerà lo Shrewsbury Town FC, il salvataggio dell’Austria Salzburg, l’acquisizione del Bath City FC ecc. In Italia: il Museo del Parma, la Fanzone del Carpi, il contributo allo Stadio Filadelfia, e in queste settimane anche Atalanta e Frosinone stanno studiano progetti simili. Resta il nodo della mancanza di influenza che caratterizza questo tipo di operazioni, che rischiano di essere un mezzo per sfruttare nell’ennesima maniera la passione dei supporters.

Azionariato Popolare

Tra i tre casi in analisi quello dell’Azionariato Popolare presenta le caratteristiche strutturali più vaghe e disordinate. Le parole ‘azionariato popolare’ sono troppo generiche e i casi troppo variegati per poterne dare una rappresentazione organica. Per come è si sviluppato in Italia ha rappresentato spesso l’appello di ultima istanza per raccogliere risorse dalla base dei tifosi. Generalmente su iniziativa della società stessa, vengono venduti pacchetti di azioni del club, senza particolari limiti sulle quantità acquistabili o diritti speciali, che vanno a creare un azionariato diffuso.

In questo scenario la proprietà del club è divisa tra tanti piccoli azionisti ognuno con potere di influenza, controllo e diritto di voto commisurato alle quote detenute ma, analogamente al contesto che si crea con l’Equity Crowdfunding, si pongono dei problemi operativi per la tutela del complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione, aprendo margini ampi per un uso distorto delle risorse conferite.

Anche in questo caso il contributo si basa sul rapporto di fiducia tra la base e il soggetto che propone l’operazione e per poterne valutare l’efficacia è necessario aver chiara la situazione del club di riferimento, la quantità di azioni immesse, un’idea di quella che sarà la composizione dell’azionariato successivo all’operazione, e la programmazione concreta dell’utilizzo che sarà fatto delle risorse. L’azionista di maggioranza farà i suoi interessi e l’azionariato diffuso per incidere deve necessariamente coordinarsi per poter influenzare concretamente l’andamento della società, dinamiche e costi della comunicazione tra piccoli azionisti non devono essere sottovalutati perchè rappresentano un ostacolo consistente per avere un impatto sul club.

Azionariato Popolare e Crowdfunding quindi tendono quasi a sovrapporsi nelle dinamiche che si vengono a creare e perchè rappresentano entrambe un finanziamento ‘una tantum’, slegato quindi da una prospettiva di partecipazione attiva e articolata su di un orizzonte temporale più ampio. Un aspetto che li differenzia può essere ravvisato sul pubblico a cui si rivolge la proposta di acquisto: mentre le iniziative di Azionariato Popolare, anche se lo sviluppo dei Social media sta lentamente colmando la distanza, hanno un target locale e circoscritto, derivante dalle modalità di sottoscrizione fisica e di diffusione mediatica, il Crowdfunding apre ad un pubblico più ampio, potenzialmente il Mondo intero. Fattore che amplia le possibilità di raccolta e anche il ritorno di immagine, che però incide sulla minore motivazione a contribuire rispetto ad un soggetto localmente in contatto con la società. In questo senso le possibilità di controllo del contributo sono più incisive per l’Azionariato Popolare rispetto al Crowdfunding per la naturale maggioranza di sottoscrittori vicini al club e per il conseguente maggiore interesse alla supervisione.

Le due vie sono quindi sia alternative che complementari per sviluppare dei canali aggiuntivi di finanziamento a breve-medio termine da parte dei club, pur conferendo limitati diritti di influenza, se non totale assenza nei progetti legati alla realizzazione di una specifica opera. Strumenti interessanti ed efficaci se presentati chiaramente e elaborati attraverso consultazioni con la base per poter definire campagne ‘su misura’ per ciascuna realtà sportiva che presenta inevitabilmente caratteristiche uniche in termini di seguito, pubblico ai match, ciclo economico locale, radicamento territoriale, categoria ecc..

Supporters’ Trust

Per bypassare i limiti di influenza che i due precedenti metodi incorporano sia in materia di tutela concreta dell’investimento sia del proprio club, grazie all’esperienza anglosassone, si sono diffusi i Supporters’ Trust, entità giuridiche indipendenti e regolate democraticamente che operano come canalizzatori di risorse economiche e competenze dalla base del tifo organizzandole in un’azione corale coordinata con un prospettiva operativa pluriennale. Un corpo intermedio aperto e regolato dal principio ‘una testa, un voto’ che convoglia il punto di vista dei tifosi in un’unica voce e destina le risorse economiche in progetti condivisi e partecipati, con procedure decisionali regolate da meccanismi democratici(se ne parlava qui).

In questa ottica le associazioni di tifosi possono svolgere un ruolo di intermediazione e coordinamento lì dove vi sono club con un elevato numero di azionisti, ad esempi attraverso la raccolta delle deleghe e o partecipando direttamente al capitale del club. In questo caso chi contribuisce versa una quota ad una entità no profit giuridicamente riconosciuta diversa dal club, ma la cui destinazione finale, sotto certi vincoli e in funzione delle scelte dell’assemblea degli associati, è però il club stesso. Il contributo però è maggiormente tutelato rispetto agli strumenti precedentemente trattati in quanto sfrutta l’opera attiva di un’organizzazione preposta al controllo della partecipazione e della gestione societaria, e il fattore aggregativo può rendere le quote disperse tra i piccoli azionisti invece decisive per influenzare la governance. La contribuzione in alcuni casi addirittura non è prevista, e comunque la forza economica non necessariamente è indispensabile affinchè l’associazione collabori e incida concretamente sulle sorti del club, sono diversi i casi dove pur non essendoci una partecipazione al capitale sociale i Supporters’ Trust svolgono un ruolo di referente primario, ad esempio il Manchester United Supporters Trust e lo Spirit of Shalkly, o possano esprimere rappresentanti riconosciuti all’interno dei quadri del club.

Potenziali limiti possono arrivare dagli aspetti organizzativi interni: un’associazione con quote rilevanti e o responsabilità all’interno del club ha la necessità di ‘forza lavoro’ per svolgere i propri compiti in maniera efficiente e le attività prestate dai volontari, su cui si basano queste iniziative, rischiano di non essere adeguate alla sfida. Un fattore questo necessariamente da prendere in considerazione nella pianificazione di qualunque progetto che si propone il coinvolgimento dei tifosi ad un livello così ambizioso.

Un altro elemento distintivo è fattore temporale, con l’impegno dell’associazione che si sviluppa nel medio-lungo periodo, che è indubbiamente un altro degli elementi che separano i Supporters’ Trust dalle operazioni ‘spot’ che coinvolgono l’Azionariato Popolare e il Crowdfunding. L’attività e l’impegno non si esauriscono con la singola contribuzione ma sono seguiti da un contatto costante tra la base e il club per ampliare le opportunità di collaborazione e di contribuzione. Se questo tipo di rapporto è genuino e costruttivo può rappresentare un strumento fondamentale per saldare le relazioni tra società e tifoseria attraverso il confronto costante e un mezzo per ampliare, grazie alla passione stessa dei supporters, l’intera base con potenziali positive ricadute anche sotto l’aspetto economico.

In virtù della sua natura di mezzo di intermediazione è conseguente che lo stesso Supporters’ Trust ha potenzialmente a disposizione proprio gli strumenti del Crowdfunding e dell’Azionariato Popolare, o meglio dei piani di ‘Community Share’ di matrice anglosassone, per sviluppare campagne di contribuzione per il proprio club. Questa combinazione ha la possibilità di migliorare a più riprese e su diversi aspetti l’efficacia del progetto sia nel ambito della fase di pianificazione, attraverso consultazioni e sondaggi veicolati nei canali giusti del tifo che consentano di definire le soluzioni più interessanti e gradite, sia nell’implementazione e diffusione della campagna. In questo caso infatti nascono interessanti sinergie per quanto riguarda i canali di diffusione dei progetti, se prima si distingueva in pubblico locale(Azionariato Popolare) e aperto(Crowdfunding), l’associazione ha il potenziale sia di attingere da entrambi i bacini, sia di aggiungere il proprio canale costituito dalla rete di condivisione con le centinaia di altri Supporters’ Trust(se ne parlava qui), a livello europeo è sempre più diffusa e ampia, composta da un target di soggetti particolarmente propensi a contribuire a progetti simili e a campagne di solidarietà.

Queste tre strade come evidente sono particolarmente idonee ad essere intrecciate e adattate alle infinite esigenze e sfaccettature che può assumere ogni club, indipendentemente dalla categoria. La chiave sta nel comprenderne le dinamiche effettive perché in un calcio così commercializzato è molto sottile la differenza, come si può vedere, tra la partecipazione attiva e un mero contributo di solidarietà affidato all’ennesimo bancarottiere di turno, come è sottile la differenza tra dare un vero contributo e gettare via i soldi.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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