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Crisi Cagliari: Rastelli merita l’esonero?

Antonio Casu

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I problemi strutturali stanno emergendo con la forza di un uragano, trasformando il paradosso in una triste normalità. Aver la peggior difesa d’Europa non poteva non portare ad una classifica sempre più deficitaria e far risuonare con più insistenza un campanello d’allarme scongiurato finora dal rendimento disastroso delle squadre che lottano per non retrocedere. La sconfitta subita dal Cagliari contro l’Empoli, quartultima forza della A e peggior attacco del torneo, è la conseguenza naturale di un loop autodistruttivo nel quale sono entrati i sardi da nove partite a questa parte, e rappresenta ad oggi il punto più basso toccato in una stagione dalle mille contraddizioni. Massimo Rastelli, tecnico degli isolani, è finito sul banco degli imputati e il ritiro punitivo imposto ai suoi uomini fino a giovedì prossimo potrebbe non bastare per garantirgli la famigerata consumazione del panettone natalizio.

I 39 gol incassati dal Cagliari, capace di prenderne 2 anche dall’Empoli, squadra che ne aveva segnati 7 in 16 partite (4 dei quali a Pescara, fanalino di coda con la seconda peggior difesa del campionato), raccontano solo in parte la realtà surreale che sta vivendo la squadra di Giulini, protagonista di un’involuzione tangibile che rischia di avere delle conseguenze peggiori rispetto a quanto dica attualmente la classifica (il Cagliari ha 20 punti, 11 di vantaggio sulle terzultime). Partire dal presupposto che la squadra si salverà per inerzia è il tranello più pericoloso nel quale potrebbe cadere e la Sampdoria della stagione 2010/11, retrocessa in B dopo aver disputato un preliminare di Champions League ed un girone di ritorno disastroso, lo dimostra. Il Cagliari non può restare tranquillo, la quota salvezza sarà molto più alta rispetto ai 21 attuali e il gruppo dovrà ritrovare al più presto l’unità di intenti che l’aveva trascinato pochi mesi verso il ritorno nella massima serie. Per farlo, è necessario capire al più presto chi possa essere l’uomo ideale per guidarlo. Il punto più alto raggiunto in stagione è la vittoria a San Siro contro l’Inter di De Boer, figlia di una rimonta che aveva portato il Cagliari nei piani alti della classifica. Dopo quel trionfo i sardi si sono persi e hanno raccolto la miseria di 7 punti in 9 gare, oltre ad una sequenza imbarazzante di figuracce. L’imbarcata casalinga contro la Fiorentina, alla quale è seguita l’umiliazione con la Lazio, hanno spezzato un incantesimo che sembrava aver proiettato il Cagliari verso obiettivi più ambiziosi della salvezza. I successi casalinghi contro Palermo e Udinese ed il deludente pareggio di Pescara, rivali dirette nella lotta per non retrocedere, sono stati equilibrati in negativo da sei sconfitte, tre delle quali arrivate con un passivo di cinque reti. Il fattore Sant’Elia, fondamentale nella scorsa stagione e nelle prime giornate del campionato in corso, è stato vanificato in parte dalle umiliazioni subite da Fiorentina e Napoli. L’incapacità cronica di far punti contro squadre potenzialmente fuori dalla portata (ad eccezione del pareggio con la Roma e la vittoria con l’Inter) è emerso con più forza nel momento in cui i rossoblù si sono rivelati incapaci di vincere anche contro le più deboli. Il solo punto raccolto nelle trasferte di Pescara ed Empoli pesano come un macigno, e rischiano in proiezione di essere ancora più decisive. Se a questo si aggiunge la minor pericolosità in zona gol, testimoniata dai 10 gol messi a segno nelle ultime 9 partite e legata principalmente al rendimento disastroso del centrocampo, incapace di supportare gli attaccanti quanto di proteggere la retroguardia, il quadro è completo e hanno fatto finire Massimo Rastelli al centro delle critiche. Il tecnico avellinese non è l’unico colpevole, ma è uno dei responsabili principali della crisi del Cagliari.

Che colpe ha? Tante, forse troppe. La questione infortuni, prima di tutto. La sequenza lunghissima di defezioni che sta condizionando oltremisura i risultati della squadra porta a pensare che lo staff tecnico, guidato dall’allenatore, debba rivedere molte cose nella preparazione fisica. Se il Cagliari avesse avuto a disposizione continuativamente elementi cardine come Ionita, Joao Pedro e Murru, probabilmente la classifica sarebbe molto diversa. La rosa, inadeguata in più parti alla massima serie (specie sulle fasce laterali e a centrocampo, come avevamo sottolineato nel focus di qualche settimana fa dedicato al rendimento difensivo del Cagliari) è stata ulteriormente indebolita, mostrando mancanza di alternative e di alcuni titolari all’altezza. Poi c’è una questione tattica fondamentale: Rastelli, ad eccezione dell’esperimento fallimentare della difesa a tre visto nella prima giornata contro il Genoa, non conosce altro modulo al di fuori del 4-3-1-2. Un’identità chiara e consolidata è indispensabile per condurre in porto una stagione tranquilla dai risultati soddisfacenti, ma d’altro canto è un rischio enorme diventare prevedibili e non riuscire ad adattarsi al gioco degli avversari. Il tecnico, inoltre, stenta nel mettere in discussione alcuni titolarissimi, primo tra tutti Storari. L’ex portiere di Juventus e Milan sta attraversando un’evidente fase calante legata ad aspetti fisici (39 anni sono tanti anche per un campione) e mentali che l’hanno portato ad essere decisivo in negativo in più di un’occasione. Perché non dare una possibilità a Rafael, protagonista di buone prestazioni ogni volta che è stato chiamato in causa? Il quesito è di difficile soluzione, almeno per Rastelli.

Una questione, tuttavia, è preponderante rispetto ai nodi tecnico-tattici esposti: il Cagliari ha un problema di mentalità. La squadra si disunisce alle prime difficoltà, mostrando mancanza di sicurezza e di convinzione nei propri mezzi. Le numerose imbarcate subite lo testimoniano e l’atteggiamento avuto in più di una circostanza lo confermano. Se una squadra non ha una mentalità vincente, è evidente che entrare nella testa dei giocatori sia  compito dell’allenatore che li guida. Questo, più di tutto, ci porta a pensare che il ritiro punitivo imposto ai giocatori fino a giovedì prossimo, quando si giocherà Cagliari-Sassuolo, sarà ancora più importante del risultato finale contro gli emiliani di Di Francesco.

I sardi dovranno reagire e dimostrare con i fatti che hanno fiducia nell’operato di Massimo Rastelli, altrimenti diventerà indispensabile ascoltare la voce dei tifosi che spingono per l’esonero del tecnico. Un ritiro, però, non è associabile ad una bacchetta magica che cancellerà all’improvviso i problemi strutturali che il Cagliari si porta dietro da mesi: la sostituzione, quindi, rischia di essere l’unica soluzione possibile. Se saltasse la panchina dell’avellinese, non mancherebbero le alternative. Edy Reja, Andrea Stramaccioni e Francesco Guidolin sarebbero ottime soluzioni per motivi diversi, ma il primo offrirebbe qualche garanzia in più: ha già allenato il Cagliari, conosce molto bene l’ambiente ed è ricordato positivamente dai tifosi grazie alla promozione in A conquistata nel 2004. Reja ha grande esperienza sia in ambito nazionale che internazionale e ha il carattere giusto per gestire la situazione difficile creatasi in Sardegna. Inoltre, a differenza di Stramaccioni e Guidolin, potrebbe incarnare alla perfezione un ruolo da traghettatore che permetterebbe al Cagliari di salvarsi tranquillamente e ripartire nella prossima stagione con un altro tecnico e un nuovo obiettivo. Il sogno dei tifosi è Claudio Ranieri, protagonista della storica doppia promozione che portò i sardi dalla C1 alla A in tre anni tra il 1988 e il 1991. Il tecnico del Leicester ha manifestato a più riprese l’intenzione di tornare a Cagliari e potrebbe dare nuova linfa al progetto di Giulini, ma il presente racconta un’altra storia: Massimo Rastelli è ancora in sella e la sfida decisiva col Sassuolo è alle porte. A prescindere da quel che riserverà il futuro prossimo, reagire al più presto è fondamentale. Per l’orgoglio, per i punti, per un Natale più sereno e per sperare in un felice anno nuovo.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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