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Creed: dallo schermo alla realtà

Marco Fiocchi

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Esce nella sale italiane il film sul figlio di Apollo Creed, celebre personaggio del Rocky Balboa di Sylvester Stallone.  E ci sono anche i pugili veri.

Creed – Nato per combattere’, non è solo il “nuovo”, ultimo, capitolo della saga Rocky. Nel film c’é molto di più. Il giovane talentuoso regista Ryan Coogler ha rivelato la sua passione per la storia riprendendo lo spirito originale del primo film del 1976 che consacrò Stallone sul grande schermo.

Rocky è entrato talmente nell’immaginario del pubblico che ormai si fa fatica a distinguere dove finisce il personaggio cinematografico (“l’amico immaginario” come lo chiama lo stesso Sly, mentre ringrazia per il Golden Globe appena vinto quale miglior attore non protagonista, antipasto di un possibile, probabile Oscar) e comincia quello sportivo, ricco di riferimenti autentici, a cominciare ovviamente da quel Rocky Marciano, campione epico della boxe.

rocky 1

foto di Bobak Ha’Eri

Rocky Balboa ha perfino una robusta statua nella “sua” Philadelphia.  Il film vinse tre statuette d’oro, tra cui quella per il miglior film e miglior regia. Grazie a Rocky, Stallone, che all’epoca era un attore sconosciuto con un dubbio curriculum, divenne il terzo uomo nella storia del cinema, dopo Chaplin e Welles, a ricevere la nomination all’Oscar sia come sceneggiatore che come attore per lo stesso film. Ci sono scene che ancora oggi emozionano per questa sua affinità con il personaggio.

https://www.facebook.com/iogiocopulito/videos/1670701549858073/

Realizzato nemmeno in un mese con un minimo budget sbancò i botteghini, diventando un successo di pubblico e di critica tale da costringerci a tornare ben cinque volte al cinema per vedere i sequels. Nessuno all’altezza del primo, ma almeno fino al quarto, una vera esigenza per gli appassionati di boxe.

Il segreto del successo di Rocky fu infatti proprio l’ingrediente del neorealismo nel mondo oscuro del pugilato. Rino Tommasi, grande esperto e conoscitore dell’ambiente più tossico e sanguinoso del mondo dello sport, ripeteva spesso:

“Rocky ha una strepitosa sceneggiatura, un grande spaccato della realtà del pugilato, dai bassifondi sino alla gloria. Certo, fino all’incontro finale, quando poi diventa impossibile fiction spettacolare”.

Ecco, Creed ricalca quel canovaccio con grande attenzione. Adonis Creed, figlio di Apollo, figlio del regista figlio di un Rocky-fan, che ammette candido:

Sono cresciuto guardando i film di Rocky con mio padre; era un momento tutto nostro (…) Ero un atleta e lui mi accompagnava a fare football, arti marziali e basket. Quando mi aspettava un incontro importante, ci sedevamo uno accanto all’altro e guardavamo Rocky II. E’ stato questo il modo in cui ho conosciuto il personaggio e la storia. Poi li abbiamo visti tutti e io me ne sono innamorato”.

Ancora il rapporto col padre. Capite come questo film abbia qualcosa di profondamente terapeutico. Per non dire freudiano.

La trama sarebbe quasi banale, se non fosse che si va a scavare nel passato di un personaggio di “secondo piano” quale Apollo Creed, il rivale di Rocky, interpretato da Carl Weathers, ex giocatore di football americano, ispirato a Muhammad Alì (come dichiarato dallo stesso Stallone: il personaggio di Balboa nacque osservando un vero incontro di boxe che venne disputato nel 1975 fra Chuck Wepner e Alì).

Il figlio, Adonis, interpretato dal bravo e meticoloso Michael B. Jordan, che mai conobbe il padre perché frutto di una relazione clandestina, ha un talento naturale per la boxe, anche se la matrigna (la ex signora Robinson, quella nera però, che decide di crescerlo recuperandolo dalle prigioni minorili) non vuole che la pratichi. Tuttavia il ragazzo, nonostante l’evoluzione da Principe di Bel Air che capita nella sua vita, non molla. Combatte di nascosto nei peggiori locali messicani, perché a L.A. nessuno lo vuole allenare (questa è l’unica cosa che stride nella logica della sceneggiatura).

Decide così di cominciare una nuova vita anonima nella città del grande avversario e amico del padre: Rocky. L’incontro fra i due è roba per maniaci dell’aneddotica cinematografica. Balboa è colui che non ha gettato la spugna nel famoso incontro letale di Creed contro Ivan Drago (Rocky IV).

Ma poi Rocky ormai chi è? Non ci sono più Adriana e Paulie, restano solo le tartarughe e la solitudine di quel giovane “bullo di periferia”, puro e un po’ tonto, ora anziano e malato, quasi rassegnato che capisce sempre meno il mondo che lo circonda, ma che riconosce subito il potenziale del figlio del suo vecchio compagno. E accetta di ricostruire un’insolita nuova famiglia, per non arrendersi.

Si torna così a rincorrere galline, correre nelle albe gelide e saltellare nelle palestre sporche e mal frequentate di Philadelphia, dove ragazzi perduti sognano la giovinezza sprecata sulle moto e per la strada.

https://www.facebook.com/iogiocopulito/videos/1675776482683913/?permPage=1

Proprio come nel primo film, ma con un taglio decisamente black (a cominciare dalla colonna sonora fino alla storia d’amore), quasi fossimo dall’altra parte del quartiere, e rovesciando completamente i ruoli. Adonis è ricco fra i poveri. E nasconde il suo vero nome, vergognandosi orgogliosamente di essere un figlio di papà.

Si arriverà fino allo scontro decisivo. Costruito a tavolino, come sempre, dove l’outsider ha tanto da perdere ma anche tutto da guadagnare. E la fine è scritta. Perché la vittoria (questa fu l’altra grande invenzione del primo Rocky) spetta poi solo agli dei come Achille (non sono un caso i nomi mitologici). Coloro che li sfidano sono umani come Ettore. Perdono perché sono mortali. Eppure restano in piedi, e diventano eroi.

L’aspetto che ci appassiona davvero, nel film cucito con nitida semplicità, è poi l’utilizzo dei pugili professionisti nel cast: Anthony Bellew, Andre Ward e Gabriel Rosado.

E’ molto curioso notare come l’attore Jordan, dal fisico atletico, tradisca la nostra idea del pugilato. Quelli veri ci sembrano molto meno prestanti, eppure più cattivi. Più crudi.

Nella realtà sono atleti autentici, ma c’è una bella differenza tra boxare veramente e boxare davanti alla macchina da presa. I pugili, soprattutto in tale categoria, sono essenziali, non tirano pugni in modo plateale come appare nel film.

La maggior parte delle volte si muovono così rapidamente e con tale efficacia che la macchina da presa non riesce nemmeno a seguirli, quindi hanno dovuto imparare come mostrare i colpi, evidenziando i movimenti.

È stato piuttosto pericoloso per Mike, il protagonista (soprannominato ‘Hollywood’, tanto per dare un’altra pillola di meta-cinema), perché se ti colpiscono dei pro, possono farti davvero molto male.

L’inglese Anthony Bellew interpreta Pretty Ricky Conlan, Bellew sostiene che lui e il suo personaggio hanno molto in comune.

rocky 2

“Ricky è di Liverpool, come me. È un grande tifoso dell’Everton, lo è sempre stato, come me. Ha avuto successo, ma non ha mai dimenticato da dove viene”.

Bellew fa il pugile da quando era un adolescente. E’ rimasto molto sorpreso quando ha ricevuto una telefonata dal produttore di Creed, che gli chiedeva di recitare nei film.

“Ho subito pensato che fosse un amico che mi faceva uno scherzo, qualcuno che si faceva passare per Kevin King per prendersi gioco di me. Ho chiesto a mia moglie di guardare su internet e lei mi ha detto che era proprio lui, era la stessa persona, aveva la stessa voce (…) I film di Rocky  parlano molto di quello che deve affrontare un un combattente non solo fisicamente. Sylvester Stallone ha contribuito a mostrare i pugili per quello che sono veramente: nobili, onesti e gentiluomini. Ok, ci sono personaggi cattivi nella boxe, come nella vita, ma molti di noi sono persone intelligenti, acute, che sanno parlare”.

Andre Ward interpreta Wheeler.

“Sono letteralmente cresciuto guardando i film di Rocky e ascoltandone la colonna sonora. Adoro le scene dei combattimenti, ma ho amato anche Ia preparazione, tutto quello che succede prima di salire sul ring, sono un pugile, quindi sono cose che ho fatto tutta la vita. Uno dei motivi per cui ho voluto essere nel film é che gli appassionati di pugilato non hanno la possibilità di vedere coda succede dietro Ie quinte, mentre Creed fornisce una visione chiara dell’ambiente, bel bene e bel male. E il fatto she Ryan abbia portato tanti pugili veri ha accentuato l’autenticità”.

L’ultimo pugile è Gabriel Rosado che interpreta Leo “the Lion” Sporino.

Rocky significa molto per Philadelphia. Sono un pugile che viene da quell’ambiente, ho lavorato di notte a costruire condotte prima di riuscire ad affermarmi, so quanta si debba lottare. Lo so io e lo santo tanti altri, quindi é stato magnifico far parte di questo film”.

Tutti e tre gli atleti hanno riconosciuto il grande lavoro dietro la produzione del film, magari non potranno dire che i pugni veri non ti permettono di rialzarti da un k.o. come se nulla fosse. Ma come diceva Tommasi, fa parte del Cinema. Il resto è solo un grande omaggio alla boxe. Che mai come oggi ne ha davvero bisogno.

Molto interessante anche notare come il film abbia subito coinvolto personaggi famosi del mondo sportivo, soprattutto portando un messaggio (#NatoperCombattere) etico per uno sport più coraggioso e più pulito.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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