Parafrasando Totò, “la palla ‘o ssaje ched’e?  Una livella”. Non esiste gioco più “comunista” del calcio, nel suo unire, nel suo tirar fuori da favelas e a volte da fantasmi. Sì, proprio così. Tutti gli psicologi, quando si soffre d’ansia, dicono di dedicarsi ad uno sport, una passione. Scaccia spettri brutti. Perchè non c’è nulla di peggio che stare ore ad ascoltare il proprio cervello che rimugina. Ci sono persone che hanno il vuoto negli occhi, che lo stanno riempiendo con il calcio. Perchè se è vero che un giocatore lo vedi dal coraggio, a volte quello che chiamavano pazzia, diventa fantasia.

Santo Rullo è uno psichiatra di quelli che si sporca le mani, che lavora in mezzo al male e nuota tra le onde dello stesso, ha avuto già una bellissima idea, il progetto “quarta categoria”. Un torneo di calcio tra otto squadre composte da persone con disabilità psichiche, ora si è spinto oltre. Ha creato una vera e propria nazionale di calcio a 5, protagonista di un docufilm intitolato “Crazy for Football”. Lo staff è composto da un ex calciatore, Enrico Zanchini come allenatore e da uno che se non corri sono guai. L’ex pugile Vincenzo Cantatore. Le selezioni sono state per una squadra vera, con gente che aveva un filo comune. La leggerezza di rendere la follia un’arma e non un limite.

E così Sandrone, smette di sentire le voci. Poliziotto che fece la scorta a Cossiga, cominciò a stare sempre peggio e a non riuscire a spiegare che il suo male era un esaurimento nervoso sempre più impietoso e usurante. Perchè in questo mondo, non puoi permetterti di rallentare. Specie per qualcosa di invisibile, fa più pietà una gamba rotta. Adesso Sandro guarda i suoi avversari negli occhi e non ha paura. C’è Ruben che ne è il capitano. Per una malattia brutta del padre, bruciò tutti i terminali nervosi. Come se avesse staccato il corpo da ogni apparato razionale. Oppure Sam, che aveva cominciato a sentire voci oscure dentro la sua testa e a guardarlo sembra Balotelli. Il docufilm è stato girato durante il quadrangolare ad Osaka che ha visto protagonisti proprio l’Osaka, il Giappone e il Perù. Oltre ai nostri.

Un modo per portare una corrente nuova, convincere chi sta male per un disagio psichico che il mondo può essere libertà, che le porte si aprono verso la gioia di volersi bene, dopo essersi fatti tanto male. Perchè ogni difficoltà ha bisogno di un’arma che la contrasti. A volte può essere benissimo una palla. Ovvero una sorta di livella. Già. Perchè ditemi che differenza trovate tra un giocatore della nazionale, Sandrone o Ruben, o noi da bambini quando entravamo in campo, magari con le divise uguali e con quell’odore di nuovo e solenne. Nessuna, nessuna di cuore, nessuna di piedi, e perchè no, nessuna di testa. “la palla ‘o ssaje ched’e?  Una livella”.

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