I sorrisi, l’euforia, l’allenamento, le discussioni negli spogliatoi, il fare “gruppo”, un aereo e le maglie degli azzurri indossate con orgoglio: tutto questo è Crazy for Football, il docu-film di Volfango De Biasi (già regista di Iago, Come tu mi vuoi, Natale col boss) uscito nelle sale italiane lo scorso inverno e vincitore di un David di Donatello. Perché? Perché non si è solo matti per il calcio in senso metaforico ma possono essere proprio i matti a farlo, il gioco del calcio. Come? Con l’aiuto di qualcuno e con tanta buona volontà. Questi sono gli ingredienti di una pellicola che ha colpito e commosso tutti quelli che l’hanno vista, che parla di pallone sì, ma di un pallone speciale: quello della Nazionale di calcio a 5 per pazienti psichiatrici volata a Osaka per partecipare ai Mondiali.

Ne avevamo già parlato qualche mese fa sempre su Io Gioco pulito, ma è bene ritornare sull’argomento, per non dimenticare.

Parlare di malattia mentale e disturbi legati alla psiche umana, disturba più della malattia stessa. Di solito quindi, si preferisce girare la testa dall’altra parte, ignorando, scegliendo di non vedere, di far finta che certe cose non esistano. Altro comune denominatore è pensare che chi soffre di certi disturbi debba rimanere ben lontano dalle persone “normali”. Di questa ennesima forma di razzismo psico-sociale di cui la nostra società è affetta ne aveva parlato negli anni ’70 Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano, che diceva:Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…)”. Ed è proprio sulle ali di questo messaggio che si muove Crazy for Football: campioni quasi inconsapevoli ma determinati sono loro, i pazienti di diverse strutture di cura italiane riuniti in una squadra di calcio a cinque, assemblata in tutta fretta ma pronta a decollare verso una nuova avventura. Ad accompagnarli ci sono lo stesso De Biasi affiancato dall’allenatore della squadra Enrico Zanchini, dal preparatore atletico Vincenzo Cantatore e dal direttore sportivo Santo Rullo (psichiatra, ed ex giocatore di calcio a cinque di serie A).


 

Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale si batte da anni per permettere ai pazienti affetti da disturbi mentali di essere reinseriti nel tessuto nella società. Un lavoro complesso e non sempre facile ma svolto con amore e dedizione alla causa. L’argomento inclusione-esclusione, per la salute mentale, per la psichiatria è un argomento cardine. Spesso si pensa che sia la società cattiva che esclude quelli che zoppicano o che vanno piano, in realtà è chi va piano che spesso tende a escludersi. […]La gran parte dei disturbi psichiatrici inizia in età evolutiva, i numeri parlano chiaro, quindi gli allenatori delle scuole calcio dovrebbero avere un occhio sul ragazzino che si fa da parte, che non si fa la doccia con gli altri, sono indicatori clinici fondamentali, per dire riaggreghiamolo prima che sparisca, che perda il diritto allo sport e alle cose. Ne perdiamo troppi. A tutti quelli che escono dall’agonismo va data la possibilità di continuare a fare sport: queste le parole di Rullo, che in un’intervista alla Gazzetta dello Sport ricorda quanto l’esercizio fisico nutra la nostra mente, aiutandola a non perdere il contatto con la realtà e con le persone che ne fanno parte. Dopo la pellicola di De Biasi e le conferme e gli apprezzamenti arrivati da Tavecchio e FIGC, quasi un anno dopo l’uscita del film, lo scorso 25 ottobre in sala Nassirya presso il Senato della Repubblica Italiana, si è svolta la presentazione del libro “Crazy for football”. Proprio in questa occasione è stato fatto un annuncio: la volontà di partecipare ai Mondiali di calcio del 2018 a Roma. La senatrice Laura Bignami, che sin dall’inizio ha sostenuto questa iniziativa, ha confermato il suo sostegno agli azzurri, a quest’armata “brancaleone” (come loro stessi hanno sempre amato definirsi). Per la Bignami sono proprio loro la prova evidente di come il calcio e lo sport in generale possano favorire la riabilitazione e la rivincita delle persone con problemi di salute mentale.

Il magico gioco del calcio, direbbe qualcuno, che nella sua semplice e divertente capacità aggregativa permette a chi non riesce a rientrare in nessuno schema, di seguirne uno. Sulla base di questo importante concetto bisognerebbe quindi ricordarsi che la malattia mentale – come anche ogni tipo di patologia – non deve portare chi ne è affetto all’esclusione dalla società dei “sani”.La conoscenza è la chiave per superare realmente il pregiudizio, restituendo così dignità a chi non ne ha più. Un percorso di comprensione è possibile, in primo luogo, ascoltando la voce di coloro che vivono e hanno vissuto il dramma della malattia mentale e le sue conseguenze sociali. La riabilitazione sociale invece, nasce dalla volontà di dare una seconda possibilità a chi sente di non averne più.

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