Nell’estate del 1976, in territorio statunitense, il mondo del calcio diede vita ad un torneo amichevole piuttosto particolare nell’ennesimo (già allora) tentativo di suscitare interesse nei confronti di uno sport mai troppo amato da parte del popolo a stelle e strisce.

Il risultato fu, in realtà, abbastanza fallimentare, visto che il numero di spettatori non fu così eclatante e che, soprattutto, nella terra dei cowboy, il mondo del soccer fece poi rapidamente ritorno nel dimenticatoio.

Ci sarebbero voluti più o meno altri vent’anni, in concomitanza con i Campionati del Mondo del 1994 ospitati proprio dagli USA, per tornare a parlare di calcio in modo serio e minimamente competente oltre l’Oceano.

Leggendo le cronache di quell’evento della metà degli anni 70, ad ogni modo, in riferimento alle squadre nazionali partecipanti, si può, ancora oggi, spesso trovare un marchiano errore da parte di chi scrive o riporta.

Le quattro selezioni che composero il mini-girone eliminatorio erano infatti Italia, Brasile, Inghilterra e Team America.

Badate bene, non Stati Uniti.

Il Team America fu una sorta di sperimentazione sul campo, voluta dai vertici del calcio statunitense per tentare di essere tecnicamente pari al livello delle ben più quotate avversarie ed evitare figuracce.

In cosa consisteva? All’interno di questa squadra erano presenti non solo calciatori di nazionalità statunitense ma anche, o, per meglio dire, soprattutto, alcune tra le stelle più brillanti della NASL (North American Soccer League), che oggi potremmo affermare essere sostanzialmente una delle due ‘seconde divisioni’ nella piramide del calcio USA ma che al tempo rappresentava il fiore all’occhiello del soccer.

Ecco allora scendere in campo con il Team America (almeno secondo le intenzioni), a turno proprio contro le rispettive nazionali, i leggendari Pelé, Bobby Moore e Giorgio Chinaglia. Ma la rosa comprende altre Leggende come George Best.

Tale decisione suscitò non poche polemiche, ma soprattutto ilarità, da parte di molti statunitensi, pronti a rinominare la squadra ‘Team Imports’ oppure ‘Team Melting Pot’.

Eppure, quel torneo, denominato ‘Torneo del Bicentenario’ e organizzato per celebrare, appunto, i duecento anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America (4 luglio 1776, per i più smemorati), rappresentò il più importante evento calcistico organizzato negli USA fino a quel momento.

Qualcosa, quindi, di molto serio; almeno nelle idee degli organizzatori.

Le altre selezioni, in effetti, portarono molti elementi dell’undici titolare: per l’Italia, ad esempio, tra gli altri, ci fu la presenza di Zoff, Scirea e Tardelli, Capello; nel Brasile si poterono ammirare le prodezze di Rivellino e di un giovane Zico; l’Inghilterra, infine, poté contare su gente del calibro di Ray Clemence, Trevor Brooking e Kevin Keegan, considerando tale competizione come ottimo allenamento per un’importante sfida di qualificazione ai Mondiali del 1978 contro la Finlandia, in programma la settimana seguente.

Tutto era pronto quando Phil Woosnam, numero uno della NASL, sentenziò: “Siete liberi di crederci o meno ma gli Stati Uniti hanno la squadra migliore del torneo, vedrete.”

L’inizio, però, testimoniò tutt’altro. Gli azzurri rifilarono un secco 4-0 al Team America.

Degne di nota, furono le grandi polemiche tra Chinaglia e la nazionale italiana. ‘Long John’ disse alla stampa statunitense: “Molti miei ex compagni di nazionale sono gelosi che io sia venuto a giocare qui ma non me ne frega niente. La gelosia è una brutta cosa.” In risposta, poi, alla richiesta formulata all’omologo Gene Edwards dall’allora presidente della Federazione Italiana, Artemio Franchi (“Non fate giocare Chinaglia contro la sua nazionale”), Chinaglia ebbe modo di dire: “Non vogliono che giochi perché sanno che gli segnerò”.

Non proprio segnali di pace, insomma.

Alla fine, Chinaglia segnò un gol di testa nella ripresa di quella partita, ma fu annullato per fallo.

Al Team America non andò meglio contro il Brasile, sconfitta per 2-0.

La selezione rappresentante gli USA dovette, comunque, fare a meno di Pelé che, al contrario di Chinaglia, proprio non se la sentiva di scendere in campo contro la squadra della propria terra.

L’ultima partita per il Team America fu contro l’Inghilterra. Si concluse con un’altra sconfitta ma, almeno, ci fu la magra consolazione del primo (e unico) gol della competizione per la squadra.

Venne messo a segno da Stewart Scullion, di nazionalità scozzese, al minuto 87 della partita. Fu la rete che fissò il risultato sul 3-1.

Per quanto riguarda l’Italia, però, quella competizione è da ritenere rilevante per un motivo ben preciso. Sulla panchina della nazionale, in tale occasione, si presentarono ben due allenatori: Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot. Quest’ultimo condivise la panchina con Bernardini (suo predecessore) fino al 1977 e proprio durante il Torneo del Bicentenario ebbe modo di iniziare a plasmare il gruppo che ci avrebbe portato sul tetto del mondo soltanto sei anni dopo.

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