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Giochi di palazzo

Coppa Davis, analisi di una sconfitta tutt’altro che imprevedibile

Lorenzo Martini

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A qualche giorno di distanza, proviamo a fare un’analisi più lucida sulla sconfitta dell’Italtennis contro la Francia. Un 3 a 1 maturato dopo una tre giorni di tennis di buon livello, culminata con lo scontro tra i due numeri uno delle due nazioni, nel quale ha prevalso Lucas Pouille. Ma andiamo con ordine.

Alla vigilia non eravamo di certo i favoriti. Alla Francia mancavano sì tennisti del calibro di Tsonga, Monfils e Gasquet, ma comunque il capitano Yannick Noah poteva contare su dei singolaristi talentuosi e imprevedibili come Chardy e Pouille, oltre che su due doppisti affermati come Mahut e Hebert. Per l’Italia invece nessuna defezione, Fognini, Seppi, Lorenzi e Bolelli tutti a disposizione e in buone condizioni. Il che metteva in secondo piano i favori del pronostico, lasciando ampio spazio alle speranze di passare il turno. Sembrava una sfida all’insegna dell’equilibrio.

 E la prima giornata non ha fatto altro che accentuare questa sensazione di totale equilibrio e incertezza. Pouille vince il primo incontro contro Seppi, con qualche patema d’animo in più del previsto, visto che l’altoatesino aveva lo costringe al quinto set dopo una rimonta incredibile. Ma a ristabilire la parità ci pensa il Fogna, che porta il match a casa contro Chardy in quattro set.

Ma dalla seconda giornata di gioco, il declino. Nel doppio ci si aspettava una partita combattuta, visto che Bolelli e Fognini hanno sempre dimostrato di saperci fare in coppia. Ma Herbert e Mahut li hanno letteralmente annichiliti, con un gioco d’attacco che non ha lasciato loro scampo. 3 set a 0 e match mai in discussione.

 Infine, la vittoria di Pouille ai danni di Fognini. Un match strano, in cui il ligure è partito fortissimo vincendo il primo set in scioltezza, per poi sciogliersi come la neve al sole nel successivo. Il terzo ha rappresentato la svolta: una battaglia in cui Fabio è stato più volte avanti, ma non ha saputo sfruttare ben 3 set point per poi perdere il tie-break. E sulle ali dell’entusiasmo il francese è riuscito poi a portarsi a casa anche il quarto set, regalando alla sua nazione il punto decisivo.

Ovviamente nel post-gara le critiche verso Fognini si sono sprecate. In molti lo hanno biasimato per la sua indolenza, per la sua mancanza di grinta, per la sua inconsistenza nei momenti chiavi. Tutti rimproveri con un fondo di verità, ma piuttosto esagerati. Ovviamente, giocando in casa e su terra rossa ci si aspettava di più. Il Fogna su terra ci aveva abituato in passato a vittorie epiche, come ad esempio l’impresa di 4 anni fa contro Murray in Coppa Davis. Però non dobbiamo scordarci che stava giocando contro il numero 11 al mondo, nonché il tennista di punta del movimento francese. Uno a cui il talento non manca. La sconfitta andava quindi messa in conto. Il ligure poteva fare di più? Ovviamente sì. Però il match giocato non è stato scandaloso, anzi, il livello di gioco è stato piuttosto alto. Resta il rammarico per l’occasione sfumata, ma il tennis è anche questo.

 Dispiace anche per il calore del pubblico, che non sempre (soprattutto il primo giorno) è stato coinvolgente come avrebbe dovuto. Va però detto che la gestione dell’evento in sé ha lasciato un po’ a desiderare: tralasciando la scarsissima pubblicizzazione dell’evento, organizzare un match di Davis di tale portata vicino a Genova, a due passi dalla Francia, non è stata la scelta più azzeccata. L’esatto opposto di quanto fatto in Spagna per la sfida contro la Germania, per la quale hanno allestito uno spettacolo meraviglioso a Valencia, coinvolgendo il pubblico come non mai. E forse anche questo è risultato determinante nella vittoria di Ferrer (nato proprio a Valencia), che è riuscito ad imporsi nell’incontro decisivo contro Kohlschereiber dopo 5 estenuanti set.

Che conclusioni possiamo trarne? Guardando il bicchiere mezzo pieno, possiamo dire di avere una squadra competitiva. Ormai da 4-5 anni possiamo contare su un nucleo di giocatori molto legati tra loro, solido, che sa battersi alla pari contro chiunque. Il che non è affatto scontato, tenendo conto dei lunghi periodi di magra che ha vissuto in passato il nostro movimento. Ma dall’altro lato della medaglia, i limiti sono evidenti. Anzitutto non abbiamo un vero trascinatore, capace di regalarci vittorie facili. E soprattutto, l’età inizia a farsi sentire. Seppi e Lorenzi sono giocatori che stanno rendendo tantissimo negli ultimi anni, ma sono entrambi ben oltre i trent’anni e verosimilmente potranno essere al top ancora per poco. Lo stesso Fognini è un over-30, mentre i giovani (Berrettini, Sonego, Quinzi e tanti altri) per quanto promettenti non sembrano ancora pronti a prendersi sulle spalle la Nazionale.

 Per ora non ci resta che goderci un gruppo che, nel bene o nel male, sta ottenendo comunque risultati importanti. Il rammarico c’è, perché le occasioni sciupate sono tante e quella con la Francia ne è solo l’ultimo esempio. Ma considerando le incertezze che traspaiono dal futuro, teniamoci stretto questo nucleo di giocatori, senza lasciarci trascinare in critiche spropositate. Sperando che i risultati, prima o poi, arrivino.

 

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Calcio

“Dov’è la vittoria?”: le verità scomode del calcio italiano

Fabio Bandiera

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In questo libro affronto il dualismo nord sud raccontando le due italie del pallone che altro non sono che la risultante di centocinquant’anni di un’unità imposta dall’alto che di fatto ha consolidato esponenzialmente il gap di un paese che gira a due velocità”. Parole forti dello scrittore Angelo Forgione che ben descrivono il senso di Dov’e la vittoria, un affresco dalle tinte forti dell’Italia pallonara che attraversa implacabilmente la torbida storia di un paese che anche nel football palesa irrimediabilmente le sue ataviche contraddizioni. Immergersi nella lettura di questo libro è come rivedere più volte lo stesso film alla ricerca ogni volta di qualche dettaglio, agghiacciante, che precedentemente c’era sfuggito tra scandali di ogni tipo, intrecci e malaffare che permeano le trecentoquarantsei pagine ben scritte ed egregiamente documentate. Abbiamo avuto il piacere di incontrare il giovane scrittore napoletano per discutere a briglie sciolte le varie matasse di cui è intrisa la sua ultima fatica letteraria.

Buongiorno Angelo, cosa ti ha spinto e qual è la tesi portante del tuo libro?

Mi occupo di meridionalismo intellettuale e di dualismo Nord-Sud, che è un unicum nel panorama europeo. Ci sono diversi aspetti del costume e della cultura d’Italia che ne sono diretta emanazione, ed è impensabile che l’espressione dello sport nazionale ne sia immune. Ho approfondito la storia del calcio italiano e mi sono imbattuto inevitabilmente nelle implicazioni politico-economiche generate dall’unità nazionale del secondo Ottocento. Col mio libro ho voluto rappresentare la realtà di un Sud tagliato fuori dallo sviluppo del Paese, e quindi anche dal calcio, e quando ha potuto misurarsi direttamente col Nord era già in forte ritardo. Quel ritardo, come quello economico, è ancora lungi dall’essere annullato, e persisterà finché esisteranno due Italie e diverse velocità economiche. Le squadre del Sud non vincono quasi mai lo Scudetto e faticano a restare in Serie A quelle volte che riescono ad arrivarci.

I centocinquant’anni della mancata unità italiana traspaiono chiaramente nello sviluppo del libro. Ma il calcio cosa c’entra?

È un fatto che il movimento del nascente football italiano sia stato “catturato” dall’appena sorto “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano. Tra l’altro vi era anche un filone nascente nel Nord-Est, ma Torino si organizzò per prendersi quel nuovo aspetto ludico che mostrava progresso, e lo fece con la fondazione, nel 1898, dell’attuale FIGC. Al primo campionato non invitò un club di Udine che aveva già vinto un primo torneo italiano nel 1896. Il Campionato italiano doveva esprimere la modernità di quel Nord dirigente che trascurava il Sud dopo averlo impoverito, ma anche l’altro Nord. Anche la Nazionale italiana, dal 1910 e per molti anni, disputò le sue prime partite solo in quelle tre città. Col tempo, la FIGC aprì al resto del Nord. Al Sud, ma pure al Centro, le squadre vennero destinate a gironi minori e a competizioni organizzate da mecenati stranieri, come la Coppa Lipton, un torneo voluto dal magnate inglese del tè e disputato da squadre di Napoli e Sicilia. Neanche il terremoto del 1908 servì a commuovere i ricchi e ad accettare la richiesta della città di Messina, perché il Football avrebbe contribuito a sollevare lo spirito cittadino. Si creò un divario tecnico enorme, al quale pose fine solo il regime fascista di Benito Mussolini, che con la “Carta di Viareggio” del 1926 impose ai dirigenti dei club del Nord la nazionalizzazione del Football e l’inclusione delle squadre di Roma e Napoli nella massima serie nazionale, ma anche di Firenze. Solo nel 1928 la Nazionale di Calcio scese al Sud, e disputò la prima partita a Roma. Poi, in seguito, con la crescita di competitività del calcio meridionale, si aggiunsero anche altri club del Centro-Sud. Ma le differenze restarono evidenti. 

Grande industria, grande finanza, politica e football. Un unicum indissolubile e vincente? La favola del Cagliari scudettato ne è lampante controprova?

Certo. Dietro a quel miracolo c’erano gli industriali petrolchimici con sede a Milano, Angelo Moratti e Angelo Rovelli e con loro i politici democristiani, tutti interessati a portare le raffinerie in Sardegna. Solo con quei capitali fu possibile fare la squadra da scudetto e far parlare dell’Isola a un’Italia che quasi si dimenticava che esistesse. Renderla italiana significava legittimare ed evidenziare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, varato nel 1962. Poi, con la crisi petrolifera del 1973, i petrolchimici lombardi si defilarono, il Cagliari crollò e finì in Serie B, da dove era arrivato.

Come in ogni equazione prestabilita c’è sempre la variabile impazzita, Diego Armando Maradona. Il sud sottomesso vince e alza la cresta? Il razzismo ad esso connesso torna ad esplodere?

Ai democristiani serviva una squadra competitiva alla Campania del post-terremoto. Fu grazie al loro interessamento che poté arrivare il più grande calciatore del mondo. E guarda caso, anche l’Avellino fece il suo exploit, per otto anni consecutivi in Serie A. Si infiammò il razzismo, proprio mentre nasceva la Lega Nord, ma in realtà quello era nato proprio negli anni Settanta, etichettando i cagliaritani come “pecorai” e “banditi”, e i napoletani come “colerosi”, e poi “terremotati”.

Gli scandali recenti che hai perfettamente documentati – Totonero, Passapartopoli, Calciopoli, Scommessopoli – sono tutte facce della stessa medaglia, d’altronde siamo italiani, no?

 È triste dirlo, ma purtroppo il Paese, nel 1861, è nato dalla corruzione e dai sotterfugi, e gli scandali furono immediati, alcuni sotterrati e alcuni esplosi clamorosamente, come quello della Banca Romana. La deprimente condizione non è mai mutata, e nell’ultima classifica della corruzione internazionale redatta da Transparency International l’Italia, in Europa, precede solo Montenegro, Grecia, Serbia, Bulgaria, Albania e Bosnia. Del resto viviamo in un Paese che si è dovuto dotare di una autorità nazionale anticorruzione. Si può mai credere che il calcio italiano sia un’isola felice? 

Processi lenti, potenti assolti e una stampa forte coi deboli e debole coi forti?  Un quadro drammatico

Mancano strumenti efficaci, e le strategie difensive spesso si basano sulla prescrizione, quel granitico cardine che prospetta l’estinzione della pena e sul quale poggia la corruzione. I tempi della Giustizia civile e penale sono intempestivi, e numerosissimi procedimenti si spengono nell’inapplicabilità delle sentenze. I processi sportivi che sono diventati penali hanno prodotto colpevoli nelle squadre più importanti, spesso intoccabili perché prescritti. Difficilmente la stampa fa il proprio dovere, e nel pluralismo delle interpretazioni, dettate da troppe opinioni di parte, non ne viene fuori la realtà dei fatti.

Il libro è uscito nel 2015, nessuna querela e nessuna richiesta di rettifica. Chi tace acconsente?

Niente di niente. Quando sono chiariti fatti concreti e documentati, non conviene a nessuno creare polveroni, soprattutto quando si tratta di un libro che, per intuibili motivi, non gode della luce dei riflettori. Chi tace, spesso, è interessato a starsene in silenzio.

Nelle tue considerazioni finali tieni a ribadire che il tuo intento non è quello di sabotare, ma di ricostruire e raccontare. E’ cambiata l’ottica con la quale assisti allo show. Il tifoso è cieco e legato al campanile, come se ne esce? E’ un problema culturale?

Non se ne esce, ma non è un problema tipicamente italiano. Il calcio è nato proprio con lo scopo di distrarre le masse. Gli industriali inglesi crearono tornei del “dopolavoro” per sedare le proteste e i malcontenti dei loro operai, i quali iniziarono ad accendersi in rivalità e attriti tra loro, frammentando il fronte di ribellione. Mussolini fece più o meno lo stesso, incanalando il calcio nella psicologia delle folle. Il tifo è divisione, il calcio è divisione. Bisognerebbe che le masse iniziassero a vederlo come uno spettacolo, accettando ogni esito sul campo. In Italia la situazione è peggiore per l’eccessivo attaccamento dei tifosi e perché spesso anche gli addetti ai lavori riscaldano gli animi. È sì un problema culturale. Del resto, il calcio italiano è in difficoltà, non solo per questo ma anche per questi tristi motivi.

 

 

 

 

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Calcio

City Football Group, la longa manus degli sceicchi sul calcio

Eduardo Barone

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Agosto 2017. Il club spagnolo del Girona cambia di proprietà. La stessa holding che detiene il Manchester City acquista il 44% del club, un altro 44% viene rilevato dalla società di Perè Guardiola, procuratore e fratello del più famoso Pep. Il Girona viene acquistato per soli 6 milioni, una cifra irrisoria persino per comprare un calciatore di buon livello al giorno d’oggi.

Questa è solo una delle tante operazioni compiute dal City Football Group, il più grande colosso multinazionale mai visto nella storia del calcio. Il City Football Group è una holding che controlla l’87% del Manchester City e, oltre al Girona, altri club come il New York City, il Melbourne City, gli Yokohama Marinos e la squadra uruguayana del Torque. A sua volta, il City Football Group è controllata dall’Abu Dhabi United Group, il gioiello della famiglia reale dei Mansour, di cui bin Zayed Al Nahyan è il principale esponente. L’obiettivo di questo gruppo, in parte già riuscito, è quello di creare un franchising globale del calcio. Quello che i giornalisti britannici hanno definito come la nuova Coca Cola del pallone.

“City” è una galassia al cui interno ruotano società di calcio, dirigenti, calciatori, medici, fisioterapisti, massaggiatori, talent scout e persino uffici stampa. Il piatto forte è ovviamente lo scambio dei calciatori all’interno di questo grande sistema solare, ma non solo questi. Anche tutte le loro informazioni. Ed è questo che ha del sensazionale. Dallo scouting alla selezione, passando per le analisi cliniche dei calciatori: viene impiegata la stessa metodologia e gli stessi dati in tutti i club controllati. Quando un giocatore, ad esempio del Melbourne, subisce un infortunio dalla diagnosi complicata, è possibile ricercare in un database comune se quel tipo di infortunio è occorso per esempio ad un giocatore del Manchester City in passato e se sì, come è stato affrontato e superato e quali sono i tempi di recupero.

Uno dei registi di questa macro-operazione è un volto noto del calcio europeo. Si tratta di Ferran Sorriano, CEO del Manchester City, ex vice-presidente e direttore generale del Barcellona per cinque anni. E’ da lui e Guardiola che partì il ciclo vincente dei blaugrana che ha sconvolto il calcio. Ora invece, sempre insieme a Pep, sta costruendo qualcosa di più grande ancora. Soriano e il suo entourage di esperti ha creato quella che alcuni definiscono: “Glocalization”, che in italiano potremmo brutalmente tradurre in “Glocalizzazione”, ovvero globalizzare un brand mantenendolo al tempo stesso locale. Essere presenti sul mercato asiatico e quello americano con negozi di kit e merchandising come la Disney, ma al tempo stesso mantenere radicata la propria presenza sul territorio d’origine. Manchester, New York, Melbourne, Yokohama, tutte queste città sono accomunate da unico brand, gli stessi colori e le stesse fonti da cui attingere per la selezione di staff e giocatori. Una worldwide power base che parte innanzitutto dai fan, che più lontani sono dal club e più sono fidelizzati.

I tentacoli del City Football Group continuano ancora ad allungarsi. La holding ha annunciato la prossima espansione in Cina, dove ha ottimi rapporti con il presidente cinese Xi Jinping, appassionato di calcio e intenzionato a creare 50 mila scuole calcio nei prossimi dieci anni. A testimonianza di questo, il City Group è detenuto per il 13% delle quote da China Media Capital. Inoltre, altri club tra Sud America e Africa sono prossimi ad entrare nel network a tinte celesti.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Alcune operazioni hanno lasciato a molti più di un dubbio sulla loro bontà. Un’inchiesta del giornale economico Forbes ha fatto luce sui conti della galassia City, ipotizzando un rigonfiamento delle entrate della stella più brillante, il club di Manchester, che avrebbe beneficiato di iniezioni di denaro da parte delle altre società facenti parte del bilancio consolidato. Si sospetta insomma che le spese del Manchester City, il giocattolo più costoso di cui è proprietario lo sceicco Mansour, siano state distribuite e sostenute dalle altre società appartenenti al City Football Group. Inside World Football ha definito il Manchester City la squadra più costosa di tutta la storia del calcio, con gli 878 milioni di sterline per assemblare la squadra attuale contro gli 805 del PSG.

Inoltre, il Manchester City riceve flussi di entrate importanti dalle sponsorizzazioni con Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi, che paga sia per il proprio nome sulle maglie che per i naming rights dello stadio, nonché altri finanziamenti da fondazioni degli Emirati. Una sorta di auto-sponsorizzazione, dal momento che lo sceicco Mansour appartiene alla famiglia reale che governa gli Emirati Arabi Uniti. Le accuse sono arrivate anche da presidenti di club europei, come Andrea Agnelli, che ha definito senza mezzi termini la strategia del City Group un “Doping finanziario”. Neanche il numero uno della Liga, Javier Tebas, ci è andato morbido sul tema. Per lui, il Manchester City è uno dei “club di stato” che non brilla di luce propria bensì viene pompato con “soldi e petrolio dal Golfo”.

Dal bilancio dell’ultima annata del City Football Group (giugno 2017), risulta però una perdita di 71 milioni di sterline, quasi il doppio rispetto all’anno precedente (37 milioni). I manager del gruppo hanno additato la situazione finanziaria del New York City come causa principale della perdita. Nonostante le critiche sollevate, le indagini dell’Uefa non sembrano indirizzarsi verso il gruppo del City. L’ultimo rapporto Manchester City con la federcalcio continentale risale al 2014, quando i Citizens vennero sanzionati con una multa di 50 milioni di sterline per violazione delle regole sul Fair Play finanziario.

“Abu Dhabi non sta facendo questo perché ama Levenshulme (quartiere di Manchester dove ha sede il club biancoceleste ndr.) “ dice sulle colonne del Finacial Times Simon Chadwick, professore inglese di scienze economiche applicate al calcio: “Ma lo fanno per ottenere delle fonti di ricavi sostenibili e duraturi per i prossimi decenni, quando quelle derivanti da petrolio e gas non ci saranno più”.

A parte i ragionamenti economici, il City Football Group rappresenta ormai un modello della nuova generazione di business nel calcio. Non si tratta ormai di un semplice club con una proprietà ricca alle spalle, ma di un vero e proprio mercato interno in espansione verso i cinque continenti. E così il vecchio caro presidente di calcio, con la sua azienda medio-grande, che decide di supportare la squadra che ama diventa solamente un lontano ricordo.

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Calcio

Quanto guadagnano in FIFA? Victor Montagliani, il Paperone di tutti i Presidenti

Massimiliano Guerra

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Il Presidente della Concacaf, Victor Montagliani, che la confederazione calcistica per il Nord e il Centro America e i Caraibi ha scelto per uscire da una dilagante crisi di corruzione, ha guadagnato di più dello scorso anno rispetto ai leader della FIFA, l’organo di governo mondiale del calcio, e della UEFA, l’organo di governo europeo. Montagliani è riuscito a percepire uno stipendio base di 1,25 milioni di dollari che grazie a vari bonus è arrivato ad oltre 2 milioni di dollari. Montagliani ha rilevato la Concacaf, nel maggio 2016, un anno dopo che un’accusa di corruzione diffusa emessa dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ribaltato i principali leader delle Americhe. Le entrate di Montagliani, che non sono state segnalate in precedenza, superano i 1,6 milioni di dollari guadagnati da Gianni Infantino, presidente della FIFA, e Aleksander Ceferin, che è al capo della UEFA. Per intenderci le entrate annuali della FIFA ammontano a circa 1,4 miliardi di dollari, mentre la UEFA, l’organizzazione più ricca del calcio, ha una media di quasi 4 miliardi. La Concacaf produce solo una frazione – spesso meno di un decimo del fatturato annuale della FIFA, e solo nei suoi anni migliori che corrispondono a quando viene giocata la Gold Cup, cioè la coppa continentale. Dopo il terremoto che mise in crisi la Concacaf circa il 40 percento dell’amministrazione è stato sostituito e sono stati assunti degli esperti esterni per aiutare a fissare la paga di Montagliani. Un comitato ha negoziato l’accordo, ratificato poi dai membri più importanti dell’organizzazione. Il comitato stesso ha poi accettato una base di  1,25 milioni di dollari. La cifra era basata sul presupposto che Montagliani, un dirigente assicurativo, avrebbe speso 2.000 ore di lavoro per la Concacaf.

NUOVO VOLTO – La Concacaf sta lavorando duramente per potersi ricreare una certa verginità, dopo i clamorosi scandali emersi nel 2015 come quello di Jeffrey Webb, l’ultimo presidente permanente della Concacaf.  Webb si è dichiarato colpevole di una serie di accuse dopo essere stato arrestato in Svizzera nel 2015. Una revisione interna aveva rilevato che aveva recepito uno stipendio di 2 milioni di dollari con almeno 1 milione di dollari in spese aggiuntive. Webb fu dichiarato colpevole e addirittura radiato dal calcio. I nuovi regolamenti della Concacaf non consentono eccessi simili. I jet privati che una volta erano la regola sono ora proibiti, così come i soggiorni in alcuni degli hotel e le limousine più esclusivi del mondo per i principali funzionari. Tuttavia, i membri del comitato esecutivo del gruppo ricevono in media 125.000 dollari all’anno. Montagliani, tra gli altri, riceve anche altri $ 300.000 per il suo ruolo come uno degli otto vicepresidenti del consiglio direttivo della FIFA. Le riunioni si svolgono tre o quattro volte all’anno. Non male davvero. Montagliani, come Ceferin per la UEFA, è subentrato subito dopo un periodo di crisi nera che gli ha permesso di avere un “governo” stabile  di portare avanti alcune riforme come il Regolamento che abbiamo appena elencato. Sotto il regno Montagliani, la Concacaf ha mantenuto gli sponsor principali, firmato nuovi accordi per i diritti TV , rinnovato alcune delle sue competizioni e creato una nuova lega a squadre nazionali.

L’organizzazione è anche in trattative con la confederazione del Sud America, la Conmebol, che potrebbe cooperare per creare un torneo regolare per le Americhe. La Concacaf quindi presenterà i suoi ultimi risultati finanziari ai suoi paesi membri in occasione di un incontro annuale a Mosca poco prima dell’inizio della Coppa del Mondo a giugno. Non è chiaro se i dettagli della retribuzione dei dirigenti saranno divulgati in quella riunione, rimane comunque il fatto che il Governo Montigliani alla Concacaf vive di contraddizioni. Da una parte il rinnovamento e la volontà dichiarata di riportare dentro alcuni valori etici il calcio e soprattutto chi lo gestisce, dall’altra però gli stipendi e i bonus concessi ai vertici del calcio restano elevatissimi e quasi inspiegabili al confronto dell’indotto prodotto dalla Concacaf. Solo il tempo quindi potrà dirci come verrà ricordata questa gestione. Per il momento Montigliani può essere tranquillamente conosciuto come il più pagato tra tutti i presidenti della Confederazioni FIFA.

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