Connettiti con noi

Giochi di palazzo

Convegno Stadio Olimpico: La legalità rompe le barriere, l’autoritarismo uccide il popolo

Simone Meloni

Published

on

“La legalità rompe le barriere. Lo stadio Olimpico tra presente e futuro” è il titolo del convegno che questa mattina si è tenuto presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ospiti dell’evento il Questore di Roma Nicolò D’Angelo, l’ex Prefetto della Capitale Franco Gabrielli, l’allenatore della Roma Luciano Spalletti, il direttore generale giallorosso Mauro Baldissoni, il presidente della Lazio Claudio Lotito, il tecnico biancoceleste Simone Inzaghi e Marisa Raciti, vedova dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti, rimasto ucciso durante gli incidenti scoppiati a margine del derby Catania-Palermo del 2007.

Un dibattimento sulla situazione di estrema criticità che sta vivendo il tifo nella Capitale da un anno a questa parte, con l’apposizione delle barriere nelle curve e il massiccio rafforzamento dei metodi di controllo che hanno portato, de facto, allo svuotamento degli spalti (un dato ufficiale odierno, divulgato da osservatoriocalcioitaliano.it mostra un decremento del 12,4% rispetto alla scorsa stagione per le partite interne della Roma e addirittura del 40,1% per quanto riguarda la Lazio). Dispiace, ma è forse sintomatico, che un tale evento non abbia previsto un minimo contraddittorio, con la presenza dei rappresentati di un’opposizione che in questi mesi non si è limitata soltanto al popolo delle curve, ma ha valicato confini sociali e di classe ben definiti.

Abbattere le barriere? Le vere barriere insormontabili che si trovano in uno stadio – ha esordito il Questore di Roma Nicolò D’Angelo – sono la lotta per il territorio e il disconoscimento di qualunque regola. Le autorità hanno detto basta, allo stadio Olimpico abbiamo applicato le regole che già esistono, in maniera rigida e severa. Il nostro dovere è riportare famiglie e bambini allo stadio dove possono crescere con l’ideale dello sport”. Verrebbe anche da dire che le vere barriere insormontabili, perché dettate proprio da quell’arroganza che il Questore dice di combattere, sono quelle che da anni rendono l’Italia un Paese continuamente schiavo di leggi speciali e decreti di urgenza. Non si capisce perché per risolvere un problema (in questo caso quella della violenza che, all’interno dell’Olimpico, manca ormai da diversi anni) l’unica soluzione sia la repressione più bieca, corroborata da campagne mediatiche più interessate ad espletare veri e propri processi per direttissima che ad analizzare situazione per situazione? Inoltre viene naturale una domanda: per le autorità non è una sconfitta svuotare un luogo pubblico nel tentativo (?) di migliorare delle presunte criticità?

Famiglie allo stadio poi? Fa davvero ridere quanto, a distanza di anni, si continuino ad utilizzare questi beceri strumenti demagogici per far felice la Massaia di Voghera. Se pensiamo solo allo stadio Olimpico, ai suoi prezzi, al suo ambiente ormai desolato dopo l’intervento delle istituzioni e impossibilitato a manifestare ciò che da sempre l’ha reso celebre, vale a dire il tifo di Roma e Lazio, forse sarebbe il caso di porsi un interrogativo su chi sia il colpevole di questa desertificazione. Legalità, per lor signori, vuol dire legittimare abusi come quelli perpetrati ai danni dei tifosi del Frosinone in trasferta a Napoli, costretti a esser schedati con foto segnaletiche senza alcuna ragione? Oppure vuol dire multare un ragazzo che esultando cambia posto e diffidarlo in caso di recidiva? Ci sarà un modo per non sparare sempre nel mucchio ma contestualizzare fatti e misfatti?

Qua tutti siamo contro la violenza. Ma la violenza si combatte con l’istruzione e con l’intelligenza. Non con ulteriore violenza travestita da “sicurezza”. E a tal merito l’ex Prefetto Gabrielli rincara la dose:  “Sono stato insultato nei peggiori dei modiafferma -anche la stampa non ha mai scritto una parola di solidarietà per quello che è successo a noi che abbiamo solo applicato delle regole.”. Il paradosso è che in un Paese profondamente legalitario come il nostro, dove la stampa quotidianamente condanna ancor prima dei magistrati e, da sempre, nei suoi interpreti più importanti, avalla qualsiasi scelta impopolare, allo stadio, nel lavoro o nella vita di tutti i giorni, proprio Gabrielli lamenti una “mancata difesa” da parte dell’informazione. A noi risulta il contrario. Risulta, ad esempio, che nessuno in questi mesi si sia sognato di rispondere in maniera critica alle sue improbabili elucubrazioni sui fantomatici 4.000 scavalchi a partita (il che avrebbe significato un numero compreso tra i 25 e i 35 scavalchi al minuto, cosa alquanto improbabile in luogo estremamente controllato da polizia e telecamere come l’Olimpico).

 Le barriere rimarranno là finché i tifosi non rientreranno allo stadio.  continua – Se questi signori pensano che le istituzioni cederanno perché loro si sono impuntati si sbagliano di grosso. Il problema è proprio questo. Non si tratta di un capriccio infantile. O di una sfida a singolar tenzone. O, meglio ancora,  della sterile lamentela di quattro piccoli imbecilli che, come ci hanno detto in questi mesi, vogliono tutelare i loro affari (spendendo preventivamente 400 Euro per non utilizzare mai il prodotto acquistato peraltro, ricordiamolo). L’Olimpico questa stagione è stato svuotato da migliaia di tifosi, avversi alla decisione. Protesta supportata anche da taluni rappresentati esterni al mondo del tifo. Il che dovrebbe far riflettere. E se le istituzioni vogliono per forza mostrare i muscoli in maniera brutale, otterranno certamente una vittoria. Ma a livello sociale è una grave sconfitta, che dipana ancor più quella grande frattura esistente tra Stato e cittadini. E a tal proposito la risposta a chi chiedeva se le barriere rimarranno anche il prossimo anno (“fortunatamente io non mi occupo più del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Roma”) è altamente esemplificativa di quanto nel Belpaese “fare spallucce”, dopo aver creato il deserto, sia a volte un vero e proprio sport nazionale. Soprattutto se determinati obiettivi di carriera sono stati perfettamente raggiunti.

Spalletti e Baldissoni, hanno invece sottolineato quanto sia importante abbattere ogni barriera.  Il tecnico di Certaldo ha ironizzato: L’unica barriera consentita è quella per arginare le punizioni di Totti mentre il direttore generale giallorosso ha sottolineato come “il tifo è una malattia solo perché si soffre per la squadra, ma non è una malattia da debellare. Non dobbiamo cadere nell’equivoco – ha sottolineato – che il tifo sia illegalità. Se bisogna prendere dei provvedimenti negativi ci deve essere un percorso a superare la negatività. La barriera induce al non prendersi delle responsabilità. Una barriera posta tra due tifoserie dà anche l’input all’insultarsi perché tanto c’è una protezione tra le due fazioni, toglie la responsabilità. Noi dobbiamo puntare all’eliminazione delle barriere e a far assumere le responsabilità. Parole che sembrano ridare una giusta dimensione al tutto. Oltre a evidenziare quanto le società siano danneggiate da tutta questa situazione che le sovrasta quasi coattivamente.

Un sol appunto osiamo fare a Spalletti. La sua esternazione “Io non posso accettare che mia figlia di cinque anni sia in pericolo o in mezzo alla confusione. Ho avuto la fortuna di vedere calcio all’estero, queste cose succedono solo qui. C’è bisogno di una maggiore passione. Ci sono passioni e sensazioni diverse ma all’estero non succede così”. Mister, ci creda, senza generalizzare, di bambini in curva ne abbiamo visti tanti. E quando la confusione è positiva, è tifo, è aggregazione, loro sono i primi a goderne. Come la dobbiamo contraddire nel suo contrapporre l’Italia a ciò che la circonda, cadendo nel tranello di quell’esterofilia che fa sempre più “fico”. Forse non ha visto le partite giuste. Le assicuriamo che in quasi tutti gli stadi del Vecchio Continente, alla stregua di tifosi in piedi con bandiere, striscioni, megafoni e tamburi (da noi vietati) si verificano episodi di estrema violenza, anche maggiore e più frequente rispetto all’Italia (basta buttare un occhio sulle cronache dell’ultimo West Ham-Manchester United o sulle gare più accese del campionato tedesco, svizzero o di quelli scandinavi). La differenza sta nella reazione. Se ci sono degli incidenti, a un tedesco, come a un inglese, a uno scandinavo o a uno svizzero, non verrebbe mai in mente di erigere una barriera, vietare gli strumenti di tifo e multare chi cambia seggiolino. Semmai si farebbe di tutto per punire i colpevoli (cosa che, ci troviamo di nuovo a contraddirla, in Italia avviene in maniera più che esemplare. Basti pensare che per l’accensione di un fumogeno si rischia quasi la stessa pena minima contemplata per il reato di rapina), senza clamori e senza campagne politiche costruite dietro queste vicende.

Infine ha parlato anche il presidente della Lazio Claudio Lotito“Lo sport – ha detto – deve essere un elemento di unione, di forza, proprio per attenzione mediatica che ha. Non deve essere un elemento di disaffezione. Io non porto mio figlio allo stadio per sentire i cori di insulto, la partita la faccio vedere a casa”. Un discorso sacrosanto. Se non venisse, forse, dal pulpito sbagliato. I tifosi di Carpi e Frosinone ancora ricordano le parole di Lotito in merito alle loro promozioni in Serie A. Quelli della Lazio da anni disertano lo stadio proprio per “incompatibilità” nei sui confronti, mentre la comunicazione del club biancoceleste è spesso chiusa dietro un’aurea di riservatezza che, per esser scardinata, sembra necessitare di una sudditanza che è poi la protagonista principale del nostro calcio. Insomma: davvero tutti possono dare lezioni sui valori dello sport? E davvero l’unico problema del calcio sono gli ultras?

Noi diciamo soltanto che se il popolo protesta, prende nette posizioni contro determinati personaggi e arriva ad abbandonare in maniera così corposa un luogo come lo stadio, c’è bisogno che qualcuno faccia mea culpa e riveda le proprie posizioni. Perché vi diamo una notizia: si può sradicare la violenza, senza uccidere il tifo per come è stato sempre concepito. Ma per capirlo, forse, ci sarebbe bisogno di una buona fede e di un buon senso che in pochi, nel Paese di Pinocchio, sono disposti a mettere in campo.

Comments

comments

1 Commento

1 Commento

  1. Mery

    maggio 16, 2016 at 9:14 pm

    È vergognosi questo abuso di potere
    È vergognoso che tutto il mondo parla della nostra curva sud
    Io donna sola abbonata in sud porto anche i miei figli 15 e 9 anni e in curva sono al sicuro non sono sl sicuro quando esco dallo stadio xke fuori non c’è sicurezza e si sia ad una partita serale prima c’è tutta la questura di roma alle 22,30 niente r nessuno è msgari hai parcheggiato lontano perché non ci sono parcheggi perché prima della partita chiudono tutte le strade. . Bhe Chechi re complimenti acne alla macchina di sera da sola mi accompagnano i miei amici conosciuti in curva non la polizia grazie …..x le cazzate cHe dite
    E vorrei sapere se fosse possibile essere invitata io ad un convegno x dire la mia da protagonista no da spettatore come tutti quelli che parlano vergogna .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

Published

on

E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

La Casa de Julen

Lorenzo Semino

Published

on

Il piano di Lopetegui e della Federazione per mettere a segno un colpo mondiale si complica improvvisamente: la resistenza è appena cominciata o la casa di carta si sgretolerà al primo colpo di vento? Fernando Hierro e Sergio Ramos potrebbero avere la risposta.

Mai mettere i piedi in testa alla federazione spagnola, parola di Rubiales.

L’avventura del successore designato di Del Bosque con le Furie Rosse si è fermata a metà strada, dopo una lunga passeggiata di salute verso il primo posto nel girone di qualificazione al Mondiale ormai in arrivo.

LE SEI E VENTISEI – Alle 17.26 il Real Madrid comunicava l’arrivo di Julen Lopetegui sulla panchina dei Galacticos a partire dalla prossima stagione. A Krasnodar le lancette segnavano le sei e ventisei, il ticchettio costante ed incessante non avrebbe mai fatto presagire un epilogo del genere. Antonio Conte, già sicuro del posto al Chelsea al termine del campionato europeo, nell’estate del 2016 portò l’Italia sul tetto del mondo per qualche giorno proprio con la vittoria sulla Spagna. L’ex tecnico del Porto non prenderà invece mai parte al “suo” Mondiale in seguito al clamoroso esonero, comunicato dalla Federcalcio spagnola a distanza di poche ore dall’annuncio del suo approdo al Santiago Bernabeu. Tutta colpa del colpo di testa di Zidane o a sancire la fine del patriarcato sono state modalità, tempistica e la mancata comunicazione da parte dello stesso Lopetegui a Rubiales? Scherzi a parte, senza dubbio la seconda opzione.

Fernando Hierro si trova in mano una rosa senza scrupoli, disegnata da un tecnico dalle idee chiare e senza mezze misure. Forse troppo? Nato e cresciuto fra i grandi club di Spagna, la versione cartacea di FourFourTwo faceva notare in tempi non sospetti come la grande esperienza di Lopetegui (anche nelle vesti di commentatore tecnico) sarebbe stato l’asso nella manica per non farsi domare nemmeno dai media ispanofoni. Media che ora rischiano di farlo davvero a pezzetti. Squadra troppo forte per essere vera? Dipende, perché nella selezione delle 23 Furie Rosse non sempre Lopetegui ha tenuto conto di numeri e fama mondiale. La chiamata di Rodrigo Moreno Machado al posto di Alvaro Morata ne è un esempio, il benservito a Marcos Alonso per far spazio a un terzino destro come Odriozola la prova del nove.

CASA DE PAPEL –Vediamo le conseguenze solamente quando sono di fronte alle nostre narici” è una fra le tante massime pronunciate dal personaggio Tokyo nella serie televisiva più discussa del 2018 e del paese. Spicca la saggezza di Mosca, città che El Profesòr Julen non vedrà da vicino nelle vesti di allenatore della Spagna, per un gesto ritenuto come poco assennato.

Sergio Ramos, nel frattempo, pone le basi per un patriarcato ergendosi a capopopolo. Nel giorno in cui la Spagna si prepara ad accogliere Aquarius, Lopetegui salta giù dal carro proprio come Tokyo in sella alla sua Enduro e la Nazionale si getta in mare, pronta a rispondere solamente a sé stessa, il capitano del Real Madrid manda un messaggio in mondovisione dalle mura di Krasnodar: “Siamo la Nazionale, rappresentiamo uno stemma, due colori, una tifoseria, un paese intero. La responsabilità ed il nostro impegno sono tutti con voi e per voi. Ieri, oggi e domani: uniti”. Di questi tempi, aggiungerei: “Noi siamo la resistenza”.

Non ditelo a Fernando Hierro, che potrebbe avere in tasca l’origami vincente per mettere a segno il colpo perfetto. Mentre si scatena la bufera, comincia un vero patriarcato.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

PSG vs FPF: un rapporto complicato

Emanuele Sabatino

Published

on

Il Paris Saint-Germain rischia seriamente di essere sanzionato dalla Uefa per aver infranto le regole del Financial Fair Play dovuto alle grandi spese della scorsa finestra di mercato estiva.

Il board della Uefa ha dichiarato che indagherà sulle finanze dei campioni di Francia dopo l’acquisizione di Neymar, record mondiale per un trasferimento, dal Barcellona e di Mbappe’ dal Monaco.

Le punizioni però non sono del tutto chiare: quella più leggera sarebbe una cospicua multa da pagare, le altre, sempre probabili, vanno dalla restrizione della rosa fino alla vendita forzata di alcuni giocatori per rientrare nei limiti dei regolamenti posti dalla UEFA. Altra ipotesi è quella del blocco del mercato come accaduto anche ad altre compagini.

Il presidente del club Nasser Al-Khelaifi ha aspramente criticato la decisione della UEFA di investigare affermando con forza che le finanze del club sono assolutamente in ordine e rispettose del FFP.

Il fulcro del problema che viene contestato alla squadra campione di Francia è quello di spendere soldi che non ha ma il magnate del Qatar ha ribadito all’Equipe che tutti i soldi spesi provengono da fonti lecite e legittime:

Per me onestamente sarebbe alquanto sorprendente, anormale e scandaloso essere sanzionato. Abbiamo sempre seguito le regole. E’ vero che la UEFA è stata molto dura durante i nostri colloqui e qualche volta ingiusta. Noi abbiamo fatto nulla di sbagliato. Loro sanno da dove vengono i nostri soldi. Non abbiamo debiti e abbiamo dato loro tutte le garanzie del caso”.

A rincarare la tesi ci ha pensato ieri Javier Tebas, numero uno della Liga Spagnola che ha sostenuto l’Uefa nell’apertura dell’indagine nei confronti del club transalpino, augurandosi che venga escluso dalle competizioni europee per “aver barato economicamente e le squadre eliminate da loro sono state vittime delle loro trappole”. Il suo attacco non riguarda solo il PSG ma anche il Manchester City, anch’esso in mano agli emiri e sempre nel mirino degli ispettori Uefa per le spese folli sul mercato.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending