C’è un limite dove finisce il compito del giornalista e comincia quello della magistratura? Teoricamente sì. Praticamente, almeno sembra, no. Ci hanno insegnato, perfino nelle scuole pubbliche, che tutti abbiamo frequentato, che in fase di stesura di una notizia, è regola fondamentale non riportare nomi, cognomi e dati personali relativi a soggetti su cui si sta facendo cronaca. Anche se gli stessi sono inquisiti per il più efferato delitto degli ultimi vent’anni. Questo perché, innanzitutto, è deontologicamente scorretto, oltre a ledere alla dignità e alla privacy altrui, di cui tutti abbiamo diritto e garanzia di godere fino a prova contraria.

Succede che a Palermo, domenica, ci siano incidenti tra tifosi locali e quelli laziali, giunti in Sicilia per la partita. Subito vengono messi in rete alcuni video, che mostrano parte dei fatti, e immediatamente si cerca di capire cosa sia successo e chi sia stato coinvolto. Dovere che spetta, ovviamente, non solo alle autorità competenti, ma anche a chi fa cronaca di base. Nella mattinata di lunedì, sul sito Blog Sicilia, vengono resi noti nomi e cognomi degli arrestati. Il tutto corredato da età, indirizzo di residenza e foto. Un atteggiamento purtroppo comune a diverse redazioni, che infrange completamente il codice etico, cui anche il più piccolo dei giornalisti dovrebbe far riferimento. Posto, è chiaro, che il comportamento dei soggetti in questione è da stigmatizzare, lungi da noi avallare o spalleggiare qualsiasi atto di violenza gratuita. Ci chiediamo, tuttavia, perché un simile lavoro non sia stato fatto, ad esempio, per tutti i clienti coinvolti nello scandalo Baby Squillo, che solo qualche giorno fa ha investito il capoluogo siciliano?

Il discorso fondamentale, e più grave, è il volersi sostituire, da parte di alcuni giornalisti, alle autorità preposte. È una critica estendibile ben oltre i confini della cronaca sportiva. Fare informazione, raccontare un fatto e, persino esprimere un’opinione, non vuol dire avviare un processo mediatico che ormai rappresenta, di fatto, il primo grado di giudizio, cui seguono i canonici altri tre. Capiamo che il “Barbaradursismo” sia pratica comunemente accettata per appagare la morbosità di taluni lettori, ma resta impossibile avallarne l’utilizzo spropositato quando si dovrebbe essere semplicemente osservatori super partes, raccontando ciò che si vede, ciò che si evince dalle proprie fonti e non ciò che si pensa in base ai propri pregiudizi e alle proprie idee.

Si deve condannare un atto di violenza gratuita, come ovviamente facciamo noi senza remore e senza giri di parole, in maniera intelligente e matura. Erigendosi a cronisti che indagano sui fatti accaduti, prendendone le distanze e propagando un vero e proprio messaggio macroscopico su quanto comportamenti poco consoni al vivere civile vadano combattuti ma, per essere estirpati, occorra comprenderli dalla radice con sapienza antropologica. E non con becera repressione che non ne placherà comunque l’ondata.

Ragionamento simile, sebbene più articolato, è da fare su quanto accaduto all’interno dello stadio. Paragonata da alcuni, in primis Fabio Caressa nel post partita, al pericolo corso dagli spettatori di Saint Denis in occasione degli attentati dello scorso 13 novembre, la contestazione dei tifosi palermitani ha radici lontane e sicuramente andrebbe contestualizzata approfondendo con minuzia la situazione del club rosanero. Esercizio che in pochi sembrano essere disposti a fare.

“Sono atteggiamenti che vanno evitati, ma non dobbiamo dimenticarci che i tifosi pagano il biglietto e hanno il diritto di contestare“, ha detto Miroslav Klose al giornalista di Sky che gli chiedeva quale fosse il punto di vista a tal merito da parte di un giocatore straniero. Puntando sempre sullo squallido e approssimativo  assioma “Tutto quello che avviene nel calcio italiano non succederebbe mai all’estero“. Eppure, con poche parole, il giocatore tedesco ha detto molto ed ha spiegato alla perfezione quale sia la percezione di queste situazioni al di là delle Alpi.

Togliamoci dalla testa che all’estero contestazioni, insulti, fumogeni, torce, incidenti e quant’altro non esistano. Chi lo sostiene pecca semplicemente di ignoranza o, peggio ancora, di malafede. Del resto è sufficiente consultare YouTube o fare una qualsiasi ricerca in rete. Se poi, meglio ancora, si volesse avere la percezione di tutto ciò, aerei e treni low cost ormai sono a portata di mano. Ovviamente ingigantire una contestazione, eccessiva nei suoi modi soprattutto perché avvenuta davanti alle telecamere, trasformandola nelle Cinque Giornate di Milano, ha un effetto mediatico importante. Soprattutto nell’era della condivisione massiva e del facile scandalismo, che precede sempre e comunque una fredda analisi o un giudizio imparziale e pacato.

Molti di quelli che oggi si affannano a stigmatizzare le torce e i fumogeni, sicuramente usati in maniera impropria domenica sera, su questo non c’è dubbio, sono gli stessi che esaltano coreografie e spettacoli costituiti proprio da questi artifizi pirotecnici. Oppure sono gli stessi che, un posto a caso, a Roma evidenziano costantemente la mancanza del tifo organizzato come causa principale dell’acquario in cui giocano da inizio anno le squadre capitoline. Ci chiediamo quindi dove sia la verità? Si riesce, per una volta, ad analizzare un fatto senza stravolgerne le componenti, senza esacerbarne i significati, senza pensare ai click e a soddisfare la Massaia di Voghera?

Andrebbe sempre ricordato come le curve siano un vero e proprio contenitore sociale ecumenico, in grado di abbattere differenze di classe ed estrazione economica, creando un’aggregazione figlia di una delle ultime passioni genuine e veraci rimaste in un Paese che tende sempre più ad azzerare gli spazi di incontro e confronto. E da qua magari cimentarsi in analisi e critiche sugli eventuali errori che queste comunità, perché questo sono, compiono.

Infine appare alquanto mirata la tempistica con cui una certa campagna mediatica è stata mossa nei confronti del mondo delle curve. A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si indovina. Diceva una vecchia volpe che risponde al nome di Giulio Andreotti.

A una settimana di distanza dall’incontro in Senato tra una delegazione di tifosi, avvocati e alcuni esponenti del mondo politico, che tanto scalpore ha fatto, facendo riscoprire l’Italia, e i suoi governanti, un Paese ligio e rispettoso delle regole e che, nel suo piccolo, ha avuto l’opportunità di smuovere l’opinione pubblica su temi delicati come quelli della modifica degli articoli 8 e 9 della legge numero 41 del 2007, della tessera del tifoso, e della autorizzazioni necessarie per far entrate negli stadi strumenti di tifo come tamburi e megafoni, casualmente tutti i giornali e le televisioni hanno ritirato fuori, con fare massiccio, l’annoso cavallo di battaglia della violenza negli stadi. Tentativo di delegittimazione? Chissà, non abbiamo prove o documenti a suffragare tutto ciò.

Di certo manca un evidente contatto con la realtà dei fatti. E sempre più ci si sfregano le mani di fronte a una contestazione, anche la più pacifica, per rastrellare letame sui tifosi e metterli sempre al centro di una campagna negativa. Sarebbe bello, e utile soprattutto, circoscrivere i fatti, commentarli per quello che sono e analizzarli con onestà intellettuale. Quella che manca alla maggior parte dell’informazione italiana.

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