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Contestazione e scontri Palermo-Lazio : quando il giornalismo si sostituisce alla magistratura ordinaria

Simone Meloni

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C’è un limite dove finisce il compito del giornalista e comincia quello della magistratura? Teoricamente sì. Praticamente, almeno sembra, no. Ci hanno insegnato, perfino nelle scuole pubbliche, che tutti abbiamo frequentato, che in fase di stesura di una notizia, è regola fondamentale non riportare nomi, cognomi e dati personali relativi a soggetti su cui si sta facendo cronaca. Anche se gli stessi sono inquisiti per il più efferato delitto degli ultimi vent’anni. Questo perché, innanzitutto, è deontologicamente scorretto, oltre a ledere alla dignità e alla privacy altrui, di cui tutti abbiamo diritto e garanzia di godere fino a prova contraria.

Succede che a Palermo, domenica, ci siano incidenti tra tifosi locali e quelli laziali, giunti in Sicilia per la partita. Subito vengono messi in rete alcuni video, che mostrano parte dei fatti, e immediatamente si cerca di capire cosa sia successo e chi sia stato coinvolto. Dovere che spetta, ovviamente, non solo alle autorità competenti, ma anche a chi fa cronaca di base. Nella mattinata di lunedì, sul sito Blog Sicilia, vengono resi noti nomi e cognomi degli arrestati. Il tutto corredato da età, indirizzo di residenza e foto. Un atteggiamento purtroppo comune a diverse redazioni, che infrange completamente il codice etico, cui anche il più piccolo dei giornalisti dovrebbe far riferimento. Posto, è chiaro, che il comportamento dei soggetti in questione è da stigmatizzare, lungi da noi avallare o spalleggiare qualsiasi atto di violenza gratuita. Ci chiediamo, tuttavia, perché un simile lavoro non sia stato fatto, ad esempio, per tutti i clienti coinvolti nello scandalo Baby Squillo, che solo qualche giorno fa ha investito il capoluogo siciliano?

Il discorso fondamentale, e più grave, è il volersi sostituire, da parte di alcuni giornalisti, alle autorità preposte. È una critica estendibile ben oltre i confini della cronaca sportiva. Fare informazione, raccontare un fatto e, persino esprimere un’opinione, non vuol dire avviare un processo mediatico che ormai rappresenta, di fatto, il primo grado di giudizio, cui seguono i canonici altri tre. Capiamo che il “Barbaradursismo” sia pratica comunemente accettata per appagare la morbosità di taluni lettori, ma resta impossibile avallarne l’utilizzo spropositato quando si dovrebbe essere semplicemente osservatori super partes, raccontando ciò che si vede, ciò che si evince dalle proprie fonti e non ciò che si pensa in base ai propri pregiudizi e alle proprie idee.

Si deve condannare un atto di violenza gratuita, come ovviamente facciamo noi senza remore e senza giri di parole, in maniera intelligente e matura. Erigendosi a cronisti che indagano sui fatti accaduti, prendendone le distanze e propagando un vero e proprio messaggio macroscopico su quanto comportamenti poco consoni al vivere civile vadano combattuti ma, per essere estirpati, occorra comprenderli dalla radice con sapienza antropologica. E non con becera repressione che non ne placherà comunque l’ondata.

Ragionamento simile, sebbene più articolato, è da fare su quanto accaduto all’interno dello stadio. Paragonata da alcuni, in primis Fabio Caressa nel post partita, al pericolo corso dagli spettatori di Saint Denis in occasione degli attentati dello scorso 13 novembre, la contestazione dei tifosi palermitani ha radici lontane e sicuramente andrebbe contestualizzata approfondendo con minuzia la situazione del club rosanero. Esercizio che in pochi sembrano essere disposti a fare.

“Sono atteggiamenti che vanno evitati, ma non dobbiamo dimenticarci che i tifosi pagano il biglietto e hanno il diritto di contestare“, ha detto Miroslav Klose al giornalista di Sky che gli chiedeva quale fosse il punto di vista a tal merito da parte di un giocatore straniero. Puntando sempre sullo squallido e approssimativo  assioma “Tutto quello che avviene nel calcio italiano non succederebbe mai all’estero“. Eppure, con poche parole, il giocatore tedesco ha detto molto ed ha spiegato alla perfezione quale sia la percezione di queste situazioni al di là delle Alpi.

Togliamoci dalla testa che all’estero contestazioni, insulti, fumogeni, torce, incidenti e quant’altro non esistano. Chi lo sostiene pecca semplicemente di ignoranza o, peggio ancora, di malafede. Del resto è sufficiente consultare YouTube o fare una qualsiasi ricerca in rete. Se poi, meglio ancora, si volesse avere la percezione di tutto ciò, aerei e treni low cost ormai sono a portata di mano. Ovviamente ingigantire una contestazione, eccessiva nei suoi modi soprattutto perché avvenuta davanti alle telecamere, trasformandola nelle Cinque Giornate di Milano, ha un effetto mediatico importante. Soprattutto nell’era della condivisione massiva e del facile scandalismo, che precede sempre e comunque una fredda analisi o un giudizio imparziale e pacato.

Molti di quelli che oggi si affannano a stigmatizzare le torce e i fumogeni, sicuramente usati in maniera impropria domenica sera, su questo non c’è dubbio, sono gli stessi che esaltano coreografie e spettacoli costituiti proprio da questi artifizi pirotecnici. Oppure sono gli stessi che, un posto a caso, a Roma evidenziano costantemente la mancanza del tifo organizzato come causa principale dell’acquario in cui giocano da inizio anno le squadre capitoline. Ci chiediamo quindi dove sia la verità? Si riesce, per una volta, ad analizzare un fatto senza stravolgerne le componenti, senza esacerbarne i significati, senza pensare ai click e a soddisfare la Massaia di Voghera?

Andrebbe sempre ricordato come le curve siano un vero e proprio contenitore sociale ecumenico, in grado di abbattere differenze di classe ed estrazione economica, creando un’aggregazione figlia di una delle ultime passioni genuine e veraci rimaste in un Paese che tende sempre più ad azzerare gli spazi di incontro e confronto. E da qua magari cimentarsi in analisi e critiche sugli eventuali errori che queste comunità, perché questo sono, compiono.

Infine appare alquanto mirata la tempistica con cui una certa campagna mediatica è stata mossa nei confronti del mondo delle curve. A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si indovina. Diceva una vecchia volpe che risponde al nome di Giulio Andreotti.

A una settimana di distanza dall’incontro in Senato tra una delegazione di tifosi, avvocati e alcuni esponenti del mondo politico, che tanto scalpore ha fatto, facendo riscoprire l’Italia, e i suoi governanti, un Paese ligio e rispettoso delle regole e che, nel suo piccolo, ha avuto l’opportunità di smuovere l’opinione pubblica su temi delicati come quelli della modifica degli articoli 8 e 9 della legge numero 41 del 2007, della tessera del tifoso, e della autorizzazioni necessarie per far entrate negli stadi strumenti di tifo come tamburi e megafoni, casualmente tutti i giornali e le televisioni hanno ritirato fuori, con fare massiccio, l’annoso cavallo di battaglia della violenza negli stadi. Tentativo di delegittimazione? Chissà, non abbiamo prove o documenti a suffragare tutto ciò.

Di certo manca un evidente contatto con la realtà dei fatti. E sempre più ci si sfregano le mani di fronte a una contestazione, anche la più pacifica, per rastrellare letame sui tifosi e metterli sempre al centro di una campagna negativa. Sarebbe bello, e utile soprattutto, circoscrivere i fatti, commentarli per quello che sono e analizzarli con onestà intellettuale. Quella che manca alla maggior parte dell’informazione italiana.

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8 Commenti

8 Comments

  1. Gian Marco

    aprile 13, 2016 at 10:51 am

    IGNAZIO MARCHESE, SI VERGOGNI!

  2. cherodecoca@gmail.com

    aprile 13, 2016 at 3:46 pm

    E non sarebbe la prima volta! E neanche l’ultima, purtroppo. Tanti fattacci e storiacce di questa Italia disgraziata e in mano a lestofanti in giacca e cravatta, con la scorta, ci sono stati da scrivere un libro ma di quelli da un milione di pagine. Ilaria Alpi e adesso Giulio Regeni a fare da portabandiera. I giornalisti e il Giornalismo (quello con la “G”) sono e saranno sempre la Cattiva Coscenza dei magistrati e della magistratura (quella con la “m”) e il solo mezzo per fare luce alle schifezze prima compiute e poi taciute per una non ben chiara “ragion-di-stato”. Dove lo stato non é mai il Popolo, mai la Legge, mai la Costituzione… ma solo interessi e complicitá politiche-economiche-personali dei vari interpreti e sceneggiatori. Cosí é se vi pare.

  3. marco

    aprile 13, 2016 at 4:17 pm

    AHahha voi del fatto parlate di codice etico? Ma fatemi il piacere che appena potete spiattellare il nome e cognome di indagati o addirittura nemmeno indagati ma solamente conoscenti dell’indagato fate i salti di gioia. Ipocriti maledetti!

  4. Alessio

    aprile 13, 2016 at 5:06 pm

    Credo sia diverso spiattellare nomi di politici pagati con i soldi nostri piuttosto che quello di quattro scalmanati. Tra l’altro da quello che leggo qui è scoppiato uno scandalo sulle Baby Squillo e il giornale citato non ha messo i nomi. Credo sia più grave questo. Tu cosa pensi? I tifosi si e i clienti di prostitute ( minorenni) no?

  5. Fabiano

    aprile 13, 2016 at 5:59 pm

    Onestamente non capisco la differenza. I dati sensibili non andrebbero mai divulgati, almeno fino alla fine del procedimento penale. Ma dato che difficilmente tra chi fa informazione vige un’etica, si preferiscono cento visite in più al netto della dignità di potenziali innocenti che la stampa, a prescindere da tutto, ha già condannato.

  6. Alex

    aprile 15, 2016 at 11:41 am

    Come al solito, piuttosto che guardare la luna, si preferisce soffermarsi sul dito. Si tirano in ballo deontologie varie, ma il Meloni anche stavolta offre la sua visione sempre molto parziale e velatamente assolutoria nei confronti del mondo ultras.
    Niente di particolarmente strano, il giornalismo calcistico non può fare altro che flirtare con il suo pubblico di riferimento, quando non ne è proprio diretta espressione, quello che proprio non mi va giù è come possa entrare questa discussione (come pure le precedenti) nel macro contesto del “io gioco pulito”.

    • Carlo V

      aprile 15, 2016 at 6:17 pm

      L’articolo, a più riprese, condanna la violenza. Mentre il tema trattato riguarda un problema oggettivo, che ti piaccia o meno, che è quello della deontologia. Mi sa che qua l’unica cosa partigiana e parziale sono commenti come questi. Piuttosto vorrei sapere il tuo parere in merito al comportamento dei giornalisti chiamati in causa. Attendo risposta. Grazie.

  7. Angelo

    aprile 15, 2016 at 8:38 pm

    non sono assolutamente d’accordo con il giornalista autore di questo articolo.
    Concordo con la divulgazione dei nomi, non tutti ci comportiamo allo stesso modo, fino alla divulgazione dei nomi, appariamo tutti uguali nella disciplina e nel comportamento.
    Cominciamo a fare delle differenze,soprattutto rispetto a imputazioni quali lesioni e violenza sulla persona.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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