Tutto era nato da un controllo antidoping fallito nel maggio 2016, prima della gara contro il Norimberga valevole per il playout: qualcuno aveva anche avanzato dei sospetti. Ombre lunghe, alle quali si era subito sovrapposto uno scheletro inquietante. Il cancro. Non “un male terribile” o “una malattia”. C-a-n-c-r-o. Marco Russ, capitano coraggioso dell’Eintracht Francoforte, 31 anni suonati, quasi 300 presenze in Bundesliga e decine di attaccanti di grido marcati in carriera, non aveva avuto paura di quell’avversario: l’aveva guardato dritto negli occhi e l’aveva affrontato. Come sempre, come in campo. Otto mesi dopo, il tumore ai testicoli è stato messo all’angolo: nel mezzo un intervento chirurgico, la radioterapia e la chemioterapia, ma ha, secondo i medici, Russ ha superato il cancro ed è al 100 per cento in condizione di tornare allo sport professionistico.

Il ritorno al centro di allenamenti dell’Eintracht, a inizio mese, è stato vissuto come una festa: i compagni di squadra e i tifosi hanno inondato Twitter di foto e messaggi di bentornato, per una bella notizia che tifosi e appassionati attendevano con trepidazione e calore. Gli stessi sentimenti che Marco aveva trasmesso a chi lo seguiva su Instagram (marco4russ) durante queste lunghe 35 settimane: tra una presenza sugli spalti e una cena in famiglia, sempre e solo messaggi positivi. Nonostante tutto. Ad aiutarlo è stata anche la sua società: a settembre, quando non si sapeva ancora se Russ sarebbe tornato ad essere un calciatore professionista, l’Eintracht lo ha incoraggiato con il rinnovo fino al 2019. Un premio anche alla lealtà sportiva di un giocatore che anche di fronte a un male tremendo non ha voluto abbandonare fino alla fine i suoi compagni di squadra.

D’altronde, a casa Russ lo sport è un affare di famiglia: a trasmettergli l’amore per il calcio è stato suo padre, Rainer: dai primi passi nel club della sua città, il VfB 06 Großauheim di Hanau,  settore giovanile dell’Eintracht fino alla parentesi (2011-2013) nel Wolfsburg per poi tornare a Francoforte, Marco ha avuto un solo volto. Atteggiamento nobile, ma da combattente. Lo stesso usato quando, nello spareggio di andata contro il Norimberga i suoi tifosi avevano riservato a lui e ai suoi due figli una standing ovation a fine incontro e i suoi compagni gli avevano dedicato il gol del definitivo 1-1, lui aveva risposto con  il silenzio alle accuse di “sceneggiata irritante” manifestamente fatte da allenatore e portiere della squadra avversaria, Weiler e Schäfer. Scusatisi poche ore dopo.

Ora Russ ha rimesso le scarpette ai piedi. Ce l’ha fatta, come Arjen Robben nel 2004. Ma la fila di colleghi con i quali condividere questa drammatica esperienza è lunga: da Nenad Krsticic a Eric Abidal, passando per Claudio Rivalta e Francesco Acerbi, fino a Miki Roquè, Luboslav Penev, German Burgos e Josè Francisco Molina. A riaccoglierlo è stato il suo allenatore Kovac: “Marco sta bene e ha il permesso dei dottori per allenarsi. Prima di tutto deve recuperare la forma, ma vuole rimanere vicino alla squadra”. Ora nel suo mirino c’è la prima gara ufficiale del 2017, in calendario sabato 21 gennaio contro il Lipsia in Bundesliga. Sempre con il solito slogan, quello che i suoi tifosi gli avevano trasmesso dal primo giorno: “Lottare e vincere, Marco”. In campo e fuori.

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