L’Empoli è apparsa più in palla degli avversari, ha meritato il punto strappato a Marassi e può recriminare per l’errore dal dischetto di Mchedlidze. La Sampdoria, dal canto suo, ha tentato di spostare l’inerzia della gara solo nel corso del secondo tempo, ha deluso le aspettative ed è uscita di scena tra i fischi copiosi del pubblico amico. Lo 0-0 finale permette all’Empoli di guadagnare un punto fondamentale sul Palermo terzultimo e stabilizza la Sampdoria nella seconda metà della classifica, lontana sia dalla zona rossa che dalle posizioni che regalano l’Europa. La nostra cronaca si conclude qui: ora potete spegnere la radio.

Sia benedetta la Serie A a venti squadre, direbbero loro. Se i team del massimo campionato italiano fossero stati diciotto e non venti, il pubblico di Marassi avrebbe assistito probabilmente ad uno spettacolo diverso e molto più soddisfacente. L’Empoli, penultimo in classifica con un punto in meno rispetto al Sassuolo e tre da recuperare per rientrare in acque tranquille, avrebbe giocato cercando il massimo risultato con maggiore convinzione mentre la Sampdoria, quintultima a pari merito con Cagliari e Genoa, avrebbe fatto di tutto per allontanarsi dalla zona retrocessione e regalarsi una settimana più serena. Lo 0-0, invece, non è dispiaciuto ad entrambe a prescindere dai fischi degli spettatori, anche se la partita era la prima del girone di ritorno e non un incontro di fine campionato.

Queste considerazioni non dimostrano nulla, inclusa la necessità insindacabile di ridurre il numero di partecipanti alla Serie A, ma fanno pensare e ci portano ad immaginare come sarebbe stata la classifica attuale con diciotto squadre al posto di venti. Proviamoci.

Innanzitutto escludiamo le squadre che occupano attualmente le ultime due posizioni, le neopromosse Crotone e Pescara. Palermo, Empoli e Sassuolo chiuderebbero quindi la classifica. La terza citata inguaierebbe con i suoi 21 punti la bellezza di sei rivali, dal Cagliari decimo con cinque lunghezze in più al Genoa, quindicesimo con 23. Sette squadre racchiuse in 5 punti ci regalerebbero una lotta salvezza incerta ed emozionante, ricca di colpi di scena ed incroci diretti al fulmicotone. La realtà, invece, è molto diversa. Ad esclusione dell’Empoli, la cui salvezza è tuttavia in buona parte ipotecata, tutte possono stare tranquille in virtù dell’ampio margine maturato sul Palermo e della palese inferiorità tecnica delle squadre che oggi retrocederebbero in B. La massima serie ha davanti a sé poco meno di un girone intero e ha già emesso una delle sentenze più importanti: nonostante le ultime due abbiano una partita da recuperare, sappiamo fin da ora chi saluterà il Paradiso il prossimo 28 maggio, a meno di clamorose sorprese. Medie punti alla mano, ora come ora sarebbero sufficienti 21 punti per conquistare la salvezza. Se la Serie A fosse composta da diciotto squadre, ne servirebbero tra i 40 e i 41, rientrando così nei canoni classici ai quali ci siamo disabituati negli ultimi anni.

Questo è inaccettabile, e ci mette di fronte ad un ulteriore dubbio: che classifica avremmo di fronte oggi se buona parte delle squadre non avesse fatto il proprio dovere contro Palermo, Pescara e Crotone? Sarebbe sicuramente diversa da quella che abbiamo elaborato limitandoci ad eliminare le ultime due. Non assumerebbe una forma diversa solo la lotta per non retrocedere, ma anche le battaglie per scudetto, Champions League ed Europa League. Il Palermo, infatti, ha raccolto la miseria di 4 punti contro le prime sette in classifica, il Pescara 1 (contro il Napoli alla prima giornata) ed il Crotone addirittura 0. Quando le forze principali del nostro campionato incontrano una delle squadre destinate alla B, il massimo risultato è pressoché assicurato, limitando di conseguenza la lotta per le posizioni più importanti a scontri diretti o con parte delle formazioni di seconda fascia. I pericoli rappresentati abitualmente dai testacoda, uno degli elementi più affascinanti in un qualunque campionato, sono scongiurati ed escludono una delle variabili in gioco.

Questi elementi ci dovrebbero portare ad una naturale conclusione: un campionato a diciotto squadre sarebbe più emozionante di uno a venti. Il problema, però, è che la riduzione delle partecipanti sarebbe un presupposto per portare avanti una riforma più complessa che Tavecchio probabilmente non farà mai, non un antidoto ad ogni male. Analizzare la classifica attuale della Premier League, composta da venti squadre, lo dimostra: il Burnley, decimo in classifica, ha solo 11 punti di vantaggio sullo Swansea fanalino di coda. Cinque squadre lottano per il secondo posto e il Chelsea ha di fronte a sé un percorso irto d’ostacoli per conquistare il titolo. La Serie A in corso offre uno spettacolo a tratti indecoroso per colpa di Palermo, Pescara e Crotone, ma le responsabilità delle ultime due sono relative. I siciliani, condizionati dalla gestione societaria grottesca di Zamparini, meriterebbero un discorso a parte, mentre pitagorici e abruzzesi sono partiti sconfitti in partenza, o quasi. Un po’ come il Carpi e il Frosinone di un anno fa, capaci tuttavia di sfiorare il miracolo sportivo.

Il nodo è sempre lo stesso: è un problema di soldi. I diritti televisivi dovrebbero essere ripartiti in modo più equo, senza creare divari eccessivi tra le squadre di prima fascia e quelle di seconda. Creare un sistema più sostenibile e competitivo per tutti offrirebbe un’occasione in più per costruire i famigerati stadi di proprietà, basilari per riportare la Serie A al livello dei principali tornei europei, e darebbe nuova linfa a quello che un tempo era il campionato più bello del mondo. Ridurre il numero di squadre a 18 permetterebbe una gestione più semplice e una ripartizione maggiormente produttiva delle risorse a disposizione, oltre ad avere una possibilità in più per configurare un torneo combattuto come quello che avremmo avuto in questa stagione. La Sampdoria avrebbe affrontato l’Empoli con lo spirito di chi avrebbe dovuto vincere uno scontro diretto ad ogni costo, chiunque debba salvarsi si sarebbe presentato allo Stadium, al San Paolo, all’Olimpico oppure alla Scala del calcio con un atteggiamento diverso e accendere la radio la domenica alle 15 o chissà quando avrebbe avuto un sapore diverso. Perché di certi 0-0 non ne possiamo più.

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