I vecchi sostengono che la fortuna aiuti gli audaci, e non hanno tutti i torti. Premia il coraggio dei folli e delinea scenari senza senso, per questo bellissimi. Unisce quel che potrebbe esistere in un universo parallelo a quel che è, trasformando i sogni più assurdi in realtà tangibili. Basta crederci, per un attimo. E correre, verso la gloria di un pomeriggio d’inizio dicembre. Come farebbe l’ultima delle squadre, stanca di uscire dal campo con lo sguardo cupo e il nodo in gola. Oppure un portiere che dimentica cosa diavolo faccia abitualmente nella vita e si ritrova, in un momento, ad abbracciare quel che avrebbe potuto vivere solo con un joystick in mano.

 Alberto non lo sapeva, prima di quella corsa assurda. Non aveva idea di essere il protagonista ideale di una fiaba concepita all’improvviso. Probabilmente non pensava al lontano Taibi, ultimo di una rara specie d’estremi difensori baciati sulla fronte dal destino, scelti un po’ a caso e mandati in Paradiso uno alla volta, scanditi dal lento scorrere dei decenni. Anche se, per un calcolo delle probabilità, quella follia era una possibilità concreta. Le streghe, maledette, dovevano farcela: quindici, d’altronde, sarebbero state troppe. E l’apprestarsi del gong, spesso beffardo, doveva dare un senso al karma. La fiaba era già scritta tra le pagine di un incubo, ma i fogli erano ancora bianchi. Mancava solo l’eroe.


Alberto sapeva che quasi sicuramente non sarebbe servito a nulla, tuttavia l’ordine di correre echeggiava nella disperazione generale. Gli dicevano di andare e lui, senza crederci fino in fondo, è andato. Immaginava, in un virtuosistico fast forward, quel momento. Vedeva il pallone fiondato verso l’area di rigore avversaria. Intravedeva un profilo senza volto, il suo, nel caos generale, alla ricerca di un tocco. Guardava, assorto nella visione di un’istantanea, la sfera andar dentro e i guantoni, i suoi, toccare il cielo. Si perdeva nel boato, del Vigorito. E nelle lacrime, di Vigorito.

 Alberto aveva gli occhi aperti, ma sa bene che si sogna davvero solo nel momento in cui si chiudono. L’ha fatto nell’attimo in cui la sfera si è alzata da terra, senza avere un’idea di dove andare. Non è un attaccante, e non lo è stato manco stavolta. Il volo irregolare, persino sbilenco. La traiettoria, imprevedibile. L’impatto, improvviso, sulla nuca. Solo allora ha capito d’aver trovato un posto nella Storia. Lui, caduto a terra, non l’ha manco vista entrare. Eppure sapeva che diavolo avesse appena combinato. La visione, ardita, è diventata reale.

 Il gol e il boato. Lo sguardo incredulo e l’abbraccio. La corsa, dall’altra parte, dopo aver conosciuto il dolce sapore del trionfo. Il triplice fischio, liberatorio. La rimonta, il punto. Il primo, insperato. La festa, manco avessero vinto lo scudetto. Senza senso solo per chi non l’ha vissuta in prima persona, per questo bellissima. Intensa come solo un arcobaleno sa essere, dopo tanta pioggia. Ora il Benevento è in Paradiso, grazie al Diavolo. E chi se ne frega del domani, per un paio di ore. Quando si vive una parentesi straordinaria, il punto finale si perde nel vuoto. Alberto lo sa, e non smette di sorridere. Brignoli, a prescindere da come andrà, è diventato immortale.

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