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Collovati: “Pochi giovani? Paura di rischiare. Presidenti stranieri? Ben vengano”

Federico Rana

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Fulvio Collovati, lei è stato un grande stopper. Un ruolo che ormai si è perso. È stato anche libero con Corso ai tempi dell’Inter. Proprietario di un ruolo che non c’è più.

È la mia password Facebook (ride). È una parole che non esiste più. Ho visto il 7-1 del Napoli sul Bologna, 6-2 della Lazio sul Pescara, partite che finiscono con 4, 5 gol di scarto. Ai miei tempi ti insegnavano tutte le astuzie per fare il difensore. Adesso non c’è più questa scuola. In Italia, purtroppo, stiamo un po’ pagando tutto quello che abbiamo seminato negli ultimi 20 anni, ovvero la mancanza di cultura del difensore. Nel nostro calcio si pensa più ad attaccare, vedo difensori che guardano più la palla che gli attaccanti. Ma è un problema mondiale, non solo italiano. Una volta si giocava a uomo, c’era la sfida diretta col tuo avversario. Ora giocando a zona ci si preoccupa più della palla. Secondo me ai giocatori fa anche comodo giocare a zona, si tolgono un po’ di questo senso di responsabilità. Ai miei tempi, se il mio uomo faceva gol era colpa mia, adesso non si capisce mai di chi è la colpa. Potrebbe essere un espediente per rendere più unito il gruppo, ma oggi gli attaccanti hanno praterie a disposizione, cosa che quando giocavo io se la sognavano…

A scoprirla, da giovanissimo, è stato Giovanni Trapattoni. Poi ha avuto nella sua carriera allenatori importanti come Liedholm, Bearzot. Quanto conta un allenatore nella crescita di un calciatore?

Prima di entrare nel settore giovanile del Milan, ho fatto un anno nel Cusano Milanino, dove Trapattoni abitava (e abita tuttora) Lui poi cominciò ad allenare gli Allievi, ed era spesso a vedere le partite dei ragazzini. Mi aveva notato più che scoperto. Per me conta, o almeno ai miei tempi contava, al 90%. Adesso ci sono anche altre figure che contano. La figura del procuratore per esempio, che condiziona parecchio. Guardare Raiola per credere. Uno come lui conta di più di un allenatore. Una volta contava il rapporto col mister. Io ho avuto allenatori dal grande fascino, meritevoli di grande stima e grande rispetto. Un allenatore conta perché ti fa sentire bene, ti fa stare sereno. C’è quello che ti fa giocare sereno, e quello che ti demoralizza. Ovvio, poi il giocar bene o giocar male dipende da te, ma l’allenatore dovrebbe avere il dovere di darti la giusta dose di tranquillità. Non tutti sanno dartela. Io ne ho avuti tanti, anche Radice, Bagnoli, Scoglio.

I suoi primi passi calcistici ad alto livello li ha mossi nel Milan, dove è partito da riserva di  Angelo Anquilletti e Giuseppe Sabadini, per poi esplodere definitivamente, grazie proprio al barone. È importante per un giovane, crescere dietro a colleghi più esperti? Ci viene in mente l’esempio di Rugani alla Juve, anche lui difensore, anche lui con una forte concorrenza più esperta.

Io ho fatto panchina quando avevo 18 anni, quando a 19 anni ho cominciato a giocare da titolare non sono più uscito. Ai miei tempi c’era più spazio, non c’erano molti giocatori stranieri nelle squadre. Le società erano anche più propense a lanciare i giovani. A 18 ho fatto panchina a cospetto di grandi nomi. Adesso ci vuole più pazienza è vero, però la carriera si è allungata. Nel calcio di oggi puoi giocare anche fino a 40 anni. A 23-24 anni vieni considerato un difensore giovane, allora giocavi a 19.

Dopo il suo boom, non ha più abbandonato la maglia da titolare nel Milan, vincendo, da trascinatore, uno scudetto. Cosa serve, o almeno, cosa serviva, per trionfare in Italia?

Tante cose. Innanzitutto avere un grande allenatore. Ma partiamo dalla base. Una società sana, un grande allenatore, grandi giocatori. In quel Milan c’era Baresi, c’era Rivera, e tanti altri. Un mix di tutte queste cose. È vero, il calcio è cambiato da allora, ci sono più stranieri, ma le componenti sono sempre le stesse, le uniche in grado di creare un clima vincente. In una squadra è facile che nell’arco di una stagione subentrino polemiche e varie dinamiche. Il successo lo ottieni anche con il clima che si crea in spogliatoio, l’organizzazione, rapporti con società e allenatore, tra gli stessi giocatori. Una sorta di empatia che si forma in tutto l’ambiente.

Col Milan ha vissuto di tutto. Lo scudetto, la serie B, il ritorno, la fascia da capitano, ancora la serie B e quindi l’abbandono. È stato il migliore Collovati quello visto in rossonero?

Non so se è stato il periodo migliore, di sicuro è stato quello più intenso. Poteva andare meglio. Alla fine parliamoci chiaro: il Milan è andato una sola volta in serie B (sul campo), e io facevo parte di quella squadra. Certo, c’è da dire che era un periodo veramente sfortunato, con una società per niente solida. Abbiamo cambiato 6 presidenti in un brevissimo arco di tempo. Se ci penso, la situazione non è così diversa da quella di adesso. Si vive nell’imprevedibilità, con nuovi aggiornamenti che arrivano quotidianamente. Non c’è serenità in un ambiente così.

Poi il passaggio all’Inter, tra le polemiche.

Non abbiamo vinto, ma…Ecco, forse se c’è un rammarico è proprio quello. Non riesco ancora a comprendere come quella squadra, che era forte, con i vari Rummenigge, Altobelli, non sia mai riuscita a vincere nulla.

Domanda scomoda: come ambiente, società, spogliatoio, meglio Inter o Milan? Di quale ti senti più tifoso oggi?

Difficile rispondere ad una domanda così. Milan o Inter, sembra che fai delle divisioni. Io rimango dell’idea che è sempre il giocatore che deve cercare di adattarsi all’ambiente, non viceversa. Diciamo che gli ultimi anni che ho vissuto al Milan sono stati di pene, di sofferenze, anche a livello personale. All’Inter sono stato 4 anni, in cui i risultati non sono stati eccellenti, siamo sempre arrivati secondi o terzi, però ho giocato con serenità, questo è fuori discussione. Ma dire che sia stato meglio al Milan o all’Inter mi sembra riduttivo. Adesso, sinceramente, non mi sento né milanista né interista. È strano da spiegare. Quando ho smesso di giocare nel 1993 cominciai a lavorare in Tv, e la televisione ti fa spogliare di quella veste. Lo spettatore ti vede ancora o milanista o interista, ma a livello personale io, da buon friulano, quando mi sono deciso di essere un commentatore superpartes, mi sono spogliato del mio essere dalla parte del Milan o dell’Inter. Nel momento in cui mi rendessi conto di essere di parte, non farei più questo lavoro, andrei a lavorare da MilanChannel o InterChannel.

Lei ha vissuto diversi derby di Milano, con entrambe le maglie. Un ricordo particolare? Quale stracittadina difficilmente scorderà?

Ce ne sono parecchi, di derby ne ho giocati talmente tanti…Ricordo il derby, per cui mi stanno facendo ancora  le pulci, per il gol di Hateley di testa, un derby certamente non positivo per me. Ma ci sono anche derby positivi, come quello in cui con la maglia dell’Inter segnai al Milan e vincemmo 2-1. Ed esultai. Perché frenare la mia gioia? L’esultanza è una manifestazione di felicità, perché non avrei dovuto? Non ho offeso nessuno. Quando uno non esulta la reputo una pagliacciata.

Non possiamo non chiederle che cosa pensa di questa Milano calcistica ‘made in China’

Da un lato, se penso all’era berlusconiana, di Fraizzoli, di Pellegrini, l’era morattiana, con imprenditori italiani con in mano le redini delle maggiori società nazionali, suscita una strana sensazione. Dall’altro se si guardano le rose di oggi, con più stranieri che italiani, si nota come il calcio si stia internazionalizzando. E per questo, devi per forza di cose avere una società straniera, non c’è niente da fare. La Juventus è un caso anomalo in Italia. Sopravvive perché c’è dietro la famiglia Agnelli, perché hanno una progettualità, un’organizzazione, un stadio nuovo. Ma l’imprenditore da solo non ce la può fare…E a quel punto allora ben vengano i cinesi o gli americani, che siano veri però, che abbiano voglia di investire, che non vengano qua a fare business. Se vogliono fare business rimangano nei propri Paesi. Vengano a fare investimenti.

Nel frattempo, nel contestato passaggio da una sponda all’altra del Naviglio, è arrivato il Mondiale del 1982. E tutti sappiamo cosa è successo quell’ 11 luglio. Come descriverebbe quel trionfo?

Quella vittoria ha rappresentato qualcosa di particolare. Io sono stato fortunato, perché ho fatto parte di quel gruppo, perché è stato un gruppo speciale. Ma soprattutto è stata particolare quella vittoria lì perché era particolare il momento del Paese, era particolare il presidente della Repubblica che ci rappresentava. Era tutto un susseguirsi di emozioni che io ho vissuto. Difficili raccontarle, bisogna viverle. Erano 38 anni che non si vinceva un Mondiale. Vincerlo noi, battendo Argentina, Brasile , Germania, le migliori al mondo. Tutta una serie di cose positive che capitano difficilmente. Abbiamo vinto anche nel 2006, vinceremo ancora, però in quel modo penso non capiterà più. Con tutte quella circostanze particolari. Anche il momento del Paese. Con quella vittoria lì ti sembrerà strano ma l’Italia si riprese anche dalla crisi economica. Allora si andava a targhe alterne e con le biciclette per la crisi. Fu un trionfo sportivo che diede slancio a qualcosa di positivo.

Poi ancora serie A. dopo l’Inter, Udinese e Roma, per volontà di Liedholm. E poi ancora nazionale, Mondiali in Messico nel 1986. Giudizio su questa sua parte di carriera?

Liedholm mi ha voluto fortemente. Ho chiuso la carriera a 36 anni. posso dire che avrei potuto chiuderla in modo migliore. 6 anni di cui c’è poco da dire. Sono stato apprezzato. A volte si può essere felici senza vincere uno scudetto no? 6 anni molto intensi, forse avrei potuto gestirli in modo migliore ecco. Non mi posso lamentare.

E poi Franco Scoglio e il Genoa, con cui lei visse dei momenti importanti della sua carriera, scrivendo pagine di storia rossoblù.

I 4 anni migliori del Genoa calcio nel dopoguerra. Dipende sempre come vuoi chiudere la carriera. La puoi chiudere nellìInter, nel Milan. Io l’ho chiusa nel Genoa, e devo dire che ho avuto la fortuna  di essere capitato in quegli anni magici per i rossoblù. Scoglio il primo anno, poi ho avuto Maifredi. Abbiamo sfiorato l’impresa arrivando in semifinale di Coppa Uefa, siamo arrivati quarti in campionato, che adesso equivarrebbe a una Champions. Non è cosa da poco arrivare quarti col Grifone. Ho chiuso a 36 anni perché volevo smettere, fare altro. Avrei potuto continuare, Scoglio mi aveva chiamato per fare altri 3 anni, ma io dissi basta. Giocatori della mia età hanno continuato. Adesso la carriera si è allungata per tanti motivi. Ti alleni e ti alimenti meglio tra le altre cose. Anche le rose sono più lunghe. Tra 25-26 giocatori ci sarei anche rimasto. Scoglio era molto preparato. Bagnoli vinse lo scudetto con il Verona. Storie romantiche che nel calcio di oggi non esistono più. Ora tutti pensano a  fare business. Anche la stessa Atalanta, che sta facendo benissimo, appena ha 2 giovani cerca dove piazzarli meglio. I risultati sono sempre arrivati, ma non si sono mai preoccupati di mantenere i propri giovani. Gli ultimi romantici sono i tifosi, solo alcuni però.

Ha vestito maglie importanti nella sua carriera, forse in Italia gliene è mancata solo una… avrebbe mai voluto giocare per la Juventus?

Probabilmente con le qualità che avevo avrei dovuto fare di più. Sono molto critico nei confronti di me stesso. Però il calcio è fatto anche di opportunità. Quelle che ho avuto purtroppo nono state fortunate. Ho fatto parte di un Milan dove sono cambiati i presidenti. Nel calcio a volte devi capitare nei cicli giusti, mentre io sono capitato nei cicli sbagliati. Detto questo avrei potuto fare di più, perché lo so, riconosco le mie qualità.

E all’estero?

La cosa che forse più rimpiango è che allora la meta era la Svizzera. Fatto sta che 2 precursori, Antognoni e Tardelli, andarono a giocare al Losanna e al San Gallo, perché la meta del calciatore italiano era la Svizzera. Adesso vanno al Los Angeles, in Cina. Rimpiango forse l’esperienza all’estero. Ci sarei andato di corsa, devo dire la verità. Mi sarebbe piaciuto giocare in Inghilterra, per le mie caratteristiche credo che mi sarei trovato a mio agio.

Il rimpianto più grande della sua carriera

Sono 2 quelli più grandi. Il primo l’essere andato via dal Milan, facendo così parte dell’era berlusconiana. Il secondo è non aver vinto nulla con lo squadrone che avevamo all’Inter.

Lei ha esordito a 20 anni in Nazionale, e intorno ai 18 in serie A, cosa ormai rara nel calcio di oggi. perché secondo lei?

Perché gli allenatori non vogliono più rischiare. Vogliono andare sull’usato sicuro, è questa la realtà. Per me Rugani potrebbe già giocare titolare in Nazionale. Lui e Romagnoli sono il futuro della Nazionale, però alla Juve giocano ancora titolari, giustamente, Chiellini, Barzagli. Se Rugani gioca bene nella Juventus, come ha fatto anche quest’anno, segnando diversi gol, perché non può giocare con l’Italia? Ok, la BBC bianconera (Bonucci – Barzagli – Chiellini) non si tocca, ma la C – G – S, Collovati – Gentile –Scirea dopo il Mondiale del 1986 in Messico lasciò spazio ai giovani. C’è più paura del cambiamento adesso. Certo, gli allenatori sono influenzati dalle società che vogliono subito risultati, cosa che i giovani da valorizzare non possono garantirti. Però bisogna anche rischiare. Guarda l’Atalanta di quest’anno…

Perché per i giovani è importante sbagliare, commettere errori. Come hai fatto tu, negli Europei del 1980…

Si (ride), dal dischetto, nella finale ¾ posto contro la Cecoslovacchia. Erano rigori a oltranza. Comprensibile, quando batti un calcio di rigore entro in gioco tante cose. Anche Baggio ha sbagliato un rigore nel 1994. In un calcio di rigore entrano in gioco tante cose, in primo luogo le emozioni. Un errore commesso più per l’emotività che per le capacità. Ciò non toglie che ora come ora, un 20enne difficilmente si trova a tirare un rigore di quell’importanza.

3 giovani promesse, o 3 giocatori che crede potranno sfondare entro pochi mesi?

Le grandi non offrono molti giovani al panorama calcistico. L’Inter ora come ora sotto questo aspetto ha poco da offrire. Il Milan ha Locatelli, ottimo 18enne, e Donnarumma. Ti dico la verità, tra i giovani di oggi, difficilmente vedo un Baresi, un Maldini, un Totti della situazione. C’è un nuovo Totti? Dov’è? Devo ancora vederlo. Non c’è. Questo perché è tutto frutto di quello che non abbiamo seminato negli anni. Donnarumma può essere paragonato a Buffon, perché anche Gigi esordì a 16-17 anni, e probabilmente sarà destinato a fare la stessa carriera. Ma degli altri? Totti gioca ancora oggi a 40 anni, ma c’è un nuovo numero 10? È ormai un ruolo sparito, non esiste più. c’è un altro in grado in grado di essere come Franco Baresi? O come Paolo Maldini?

E un altro Fulvio Collovati?

A me piace molto Rugani, dà l’idea di essere molto serio, molto umile. Ha accettato di aspettare, sa che prima o poi il posto sarà suo. E questo è senza dubbio un punto a suo favore.

Quale squadra le piace di più? Sia in Italia sia in Europa?

Mi piace il calcio inglese per l’intensità, perché non sopporto le sceneggiate, le continue interruzioni, un ritornello nel nostro Paese. Mi piace molto la tecnica del calcio spagnolo. Quando vedi giocare Real e Barça ti incanti. In Italia il Napoli secondo me gioca il calcio migliore. Indubbiamente il merito va a Sarri. Ogni squadra si differenzia per l’impronta tattica del proprio allenatore. Il Napoli gioca così perché segue e dettami del suo tecnico. Il Manchester City può giocar bene o giocar male, ma Guardiola gli ha dato un’impronta. Ci sono però anche allenatori che non lasciano il segno.

In Italia, anche questa volta la corsa scudetto sembra segnata. E sarebbe il sesto bianconero. Pensa che la squadra di Allegri e il Napoli possano davvero impensierire le grandi di Europa?

Non so se possono vincere, ma di sicuro possono dare filo da torcere. Soprattutto il Napoli con il Real Madrid secondo me ha molte chances. Il campionato ti dà la possibilità di rifarti, la Champions no, resta legata agli episodi. La Juve può competere fino in fondo, ma non vuol dire che la vinca. Per vincere servono vari fattori. Fortuna casualità, capacità, e tante altre cose ancora.

Non possiamo non chiederle un commento su Juve-Inter.

È frutto, purtroppo, del recente passato, non dell’attualità. Juventus-Inter è sempre stata una partita molto sentita anche ai miei tempi, lo è diventata ancora di più dopo Calciopoli. Tutto quello che si è seminato in termini negativi lo vediamo in questa partita, dove sotto i riflettori più che i giocatori si mette un arbitro, cosa che io non trovo giusta. Poi tutto lo strascico polemico non ha ragion d’essere. La partita deve essere limitata a 90’, poi chiuso lì. Come vedi però tutto si protrae, anche con la ricerca di filmati. Questo è senza dubbio frutto di eventi passati, come Calciopoli, ma è anche tempo di metterci una pietra sopra.

Progetti per il futuro? Sempre all’insegna del calcio?

Ora ho una società che produce programmi sportivi. Vado in TV ogni tanto a commentare perché  mi chiamano e mi fa piacere andare. Faccio solo le cose che mi divertono. Ma sono attività a livello personale, il mio lavoro ora ha a che fare con questa azienda di produzione e pubblicità.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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