Fulvio Collovati, lei è stato un grande stopper. Un ruolo che ormai si è perso. È stato anche libero con Corso ai tempi dell’Inter. Proprietario di un ruolo che non c’è più.

È la mia password Facebook (ride). È una parole che non esiste più. Ho visto il 7-1 del Napoli sul Bologna, 6-2 della Lazio sul Pescara, partite che finiscono con 4, 5 gol di scarto. Ai miei tempi ti insegnavano tutte le astuzie per fare il difensore. Adesso non c’è più questa scuola. In Italia, purtroppo, stiamo un po’ pagando tutto quello che abbiamo seminato negli ultimi 20 anni, ovvero la mancanza di cultura del difensore. Nel nostro calcio si pensa più ad attaccare, vedo difensori che guardano più la palla che gli attaccanti. Ma è un problema mondiale, non solo italiano. Una volta si giocava a uomo, c’era la sfida diretta col tuo avversario. Ora giocando a zona ci si preoccupa più della palla. Secondo me ai giocatori fa anche comodo giocare a zona, si tolgono un po’ di questo senso di responsabilità. Ai miei tempi, se il mio uomo faceva gol era colpa mia, adesso non si capisce mai di chi è la colpa. Potrebbe essere un espediente per rendere più unito il gruppo, ma oggi gli attaccanti hanno praterie a disposizione, cosa che quando giocavo io se la sognavano…

A scoprirla, da giovanissimo, è stato Giovanni Trapattoni. Poi ha avuto nella sua carriera allenatori importanti come Liedholm, Bearzot. Quanto conta un allenatore nella crescita di un calciatore?

Prima di entrare nel settore giovanile del Milan, ho fatto un anno nel Cusano Milanino, dove Trapattoni abitava (e abita tuttora) Lui poi cominciò ad allenare gli Allievi, ed era spesso a vedere le partite dei ragazzini. Mi aveva notato più che scoperto. Per me conta, o almeno ai miei tempi contava, al 90%. Adesso ci sono anche altre figure che contano. La figura del procuratore per esempio, che condiziona parecchio. Guardare Raiola per credere. Uno come lui conta di più di un allenatore. Una volta contava il rapporto col mister. Io ho avuto allenatori dal grande fascino, meritevoli di grande stima e grande rispetto. Un allenatore conta perché ti fa sentire bene, ti fa stare sereno. C’è quello che ti fa giocare sereno, e quello che ti demoralizza. Ovvio, poi il giocar bene o giocar male dipende da te, ma l’allenatore dovrebbe avere il dovere di darti la giusta dose di tranquillità. Non tutti sanno dartela. Io ne ho avuti tanti, anche Radice, Bagnoli, Scoglio.

I suoi primi passi calcistici ad alto livello li ha mossi nel Milan, dove è partito da riserva di  Angelo Anquilletti e Giuseppe Sabadini, per poi esplodere definitivamente, grazie proprio al barone. È importante per un giovane, crescere dietro a colleghi più esperti? Ci viene in mente l’esempio di Rugani alla Juve, anche lui difensore, anche lui con una forte concorrenza più esperta.

Io ho fatto panchina quando avevo 18 anni, quando a 19 anni ho cominciato a giocare da titolare non sono più uscito. Ai miei tempi c’era più spazio, non c’erano molti giocatori stranieri nelle squadre. Le società erano anche più propense a lanciare i giovani. A 18 ho fatto panchina a cospetto di grandi nomi. Adesso ci vuole più pazienza è vero, però la carriera si è allungata. Nel calcio di oggi puoi giocare anche fino a 40 anni. A 23-24 anni vieni considerato un difensore giovane, allora giocavi a 19.

Dopo il suo boom, non ha più abbandonato la maglia da titolare nel Milan, vincendo, da trascinatore, uno scudetto. Cosa serve, o almeno, cosa serviva, per trionfare in Italia?

Tante cose. Innanzitutto avere un grande allenatore. Ma partiamo dalla base. Una società sana, un grande allenatore, grandi giocatori. In quel Milan c’era Baresi, c’era Rivera, e tanti altri. Un mix di tutte queste cose. È vero, il calcio è cambiato da allora, ci sono più stranieri, ma le componenti sono sempre le stesse, le uniche in grado di creare un clima vincente. In una squadra è facile che nell’arco di una stagione subentrino polemiche e varie dinamiche. Il successo lo ottieni anche con il clima che si crea in spogliatoio, l’organizzazione, rapporti con società e allenatore, tra gli stessi giocatori. Una sorta di empatia che si forma in tutto l’ambiente.

Col Milan ha vissuto di tutto. Lo scudetto, la serie B, il ritorno, la fascia da capitano, ancora la serie B e quindi l’abbandono. È stato il migliore Collovati quello visto in rossonero?

Non so se è stato il periodo migliore, di sicuro è stato quello più intenso. Poteva andare meglio. Alla fine parliamoci chiaro: il Milan è andato una sola volta in serie B (sul campo), e io facevo parte di quella squadra. Certo, c’è da dire che era un periodo veramente sfortunato, con una società per niente solida. Abbiamo cambiato 6 presidenti in un brevissimo arco di tempo. Se ci penso, la situazione non è così diversa da quella di adesso. Si vive nell’imprevedibilità, con nuovi aggiornamenti che arrivano quotidianamente. Non c’è serenità in un ambiente così.

Poi il passaggio all’Inter, tra le polemiche.

Non abbiamo vinto, ma…Ecco, forse se c’è un rammarico è proprio quello. Non riesco ancora a comprendere come quella squadra, che era forte, con i vari Rummenigge, Altobelli, non sia mai riuscita a vincere nulla.

Domanda scomoda: come ambiente, società, spogliatoio, meglio Inter o Milan? Di quale ti senti più tifoso oggi?

Difficile rispondere ad una domanda così. Milan o Inter, sembra che fai delle divisioni. Io rimango dell’idea che è sempre il giocatore che deve cercare di adattarsi all’ambiente, non viceversa. Diciamo che gli ultimi anni che ho vissuto al Milan sono stati di pene, di sofferenze, anche a livello personale. All’Inter sono stato 4 anni, in cui i risultati non sono stati eccellenti, siamo sempre arrivati secondi o terzi, però ho giocato con serenità, questo è fuori discussione. Ma dire che sia stato meglio al Milan o all’Inter mi sembra riduttivo. Adesso, sinceramente, non mi sento né milanista né interista. È strano da spiegare. Quando ho smesso di giocare nel 1993 cominciai a lavorare in Tv, e la televisione ti fa spogliare di quella veste. Lo spettatore ti vede ancora o milanista o interista, ma a livello personale io, da buon friulano, quando mi sono deciso di essere un commentatore superpartes, mi sono spogliato del mio essere dalla parte del Milan o dell’Inter. Nel momento in cui mi rendessi conto di essere di parte, non farei più questo lavoro, andrei a lavorare da MilanChannel o InterChannel.

Lei ha vissuto diversi derby di Milano, con entrambe le maglie. Un ricordo particolare? Quale stracittadina difficilmente scorderà?

Ce ne sono parecchi, di derby ne ho giocati talmente tanti…Ricordo il derby, per cui mi stanno facendo ancora  le pulci, per il gol di Hateley di testa, un derby certamente non positivo per me. Ma ci sono anche derby positivi, come quello in cui con la maglia dell’Inter segnai al Milan e vincemmo 2-1. Ed esultai. Perché frenare la mia gioia? L’esultanza è una manifestazione di felicità, perché non avrei dovuto? Non ho offeso nessuno. Quando uno non esulta la reputo una pagliacciata.

Non possiamo non chiederle che cosa pensa di questa Milano calcistica ‘made in China’

Da un lato, se penso all’era berlusconiana, di Fraizzoli, di Pellegrini, l’era morattiana, con imprenditori italiani con in mano le redini delle maggiori società nazionali, suscita una strana sensazione. Dall’altro se si guardano le rose di oggi, con più stranieri che italiani, si nota come il calcio si stia internazionalizzando. E per questo, devi per forza di cose avere una società straniera, non c’è niente da fare. La Juventus è un caso anomalo in Italia. Sopravvive perché c’è dietro la famiglia Agnelli, perché hanno una progettualità, un’organizzazione, un stadio nuovo. Ma l’imprenditore da solo non ce la può fare…E a quel punto allora ben vengano i cinesi o gli americani, che siano veri però, che abbiano voglia di investire, che non vengano qua a fare business. Se vogliono fare business rimangano nei propri Paesi. Vengano a fare investimenti.

Nel frattempo, nel contestato passaggio da una sponda all’altra del Naviglio, è arrivato il Mondiale del 1982. E tutti sappiamo cosa è successo quell’ 11 luglio. Come descriverebbe quel trionfo?

Quella vittoria ha rappresentato qualcosa di particolare. Io sono stato fortunato, perché ho fatto parte di quel gruppo, perché è stato un gruppo speciale. Ma soprattutto è stata particolare quella vittoria lì perché era particolare il momento del Paese, era particolare il presidente della Repubblica che ci rappresentava. Era tutto un susseguirsi di emozioni che io ho vissuto. Difficili raccontarle, bisogna viverle. Erano 38 anni che non si vinceva un Mondiale. Vincerlo noi, battendo Argentina, Brasile , Germania, le migliori al mondo. Tutta una serie di cose positive che capitano difficilmente. Abbiamo vinto anche nel 2006, vinceremo ancora, però in quel modo penso non capiterà più. Con tutte quella circostanze particolari. Anche il momento del Paese. Con quella vittoria lì ti sembrerà strano ma l’Italia si riprese anche dalla crisi economica. Allora si andava a targhe alterne e con le biciclette per la crisi. Fu un trionfo sportivo che diede slancio a qualcosa di positivo.

Poi ancora serie A. dopo l’Inter, Udinese e Roma, per volontà di Liedholm. E poi ancora nazionale, Mondiali in Messico nel 1986. Giudizio su questa sua parte di carriera?

Liedholm mi ha voluto fortemente. Ho chiuso la carriera a 36 anni. posso dire che avrei potuto chiuderla in modo migliore. 6 anni di cui c’è poco da dire. Sono stato apprezzato. A volte si può essere felici senza vincere uno scudetto no? 6 anni molto intensi, forse avrei potuto gestirli in modo migliore ecco. Non mi posso lamentare.

E poi Franco Scoglio e il Genoa, con cui lei visse dei momenti importanti della sua carriera, scrivendo pagine di storia rossoblù.

I 4 anni migliori del Genoa calcio nel dopoguerra. Dipende sempre come vuoi chiudere la carriera. La puoi chiudere nellìInter, nel Milan. Io l’ho chiusa nel Genoa, e devo dire che ho avuto la fortuna  di essere capitato in quegli anni magici per i rossoblù. Scoglio il primo anno, poi ho avuto Maifredi. Abbiamo sfiorato l’impresa arrivando in semifinale di Coppa Uefa, siamo arrivati quarti in campionato, che adesso equivarrebbe a una Champions. Non è cosa da poco arrivare quarti col Grifone. Ho chiuso a 36 anni perché volevo smettere, fare altro. Avrei potuto continuare, Scoglio mi aveva chiamato per fare altri 3 anni, ma io dissi basta. Giocatori della mia età hanno continuato. Adesso la carriera si è allungata per tanti motivi. Ti alleni e ti alimenti meglio tra le altre cose. Anche le rose sono più lunghe. Tra 25-26 giocatori ci sarei anche rimasto. Scoglio era molto preparato. Bagnoli vinse lo scudetto con il Verona. Storie romantiche che nel calcio di oggi non esistono più. Ora tutti pensano a  fare business. Anche la stessa Atalanta, che sta facendo benissimo, appena ha 2 giovani cerca dove piazzarli meglio. I risultati sono sempre arrivati, ma non si sono mai preoccupati di mantenere i propri giovani. Gli ultimi romantici sono i tifosi, solo alcuni però.

Ha vestito maglie importanti nella sua carriera, forse in Italia gliene è mancata solo una… avrebbe mai voluto giocare per la Juventus?

Probabilmente con le qualità che avevo avrei dovuto fare di più. Sono molto critico nei confronti di me stesso. Però il calcio è fatto anche di opportunità. Quelle che ho avuto purtroppo nono state fortunate. Ho fatto parte di un Milan dove sono cambiati i presidenti. Nel calcio a volte devi capitare nei cicli giusti, mentre io sono capitato nei cicli sbagliati. Detto questo avrei potuto fare di più, perché lo so, riconosco le mie qualità.

E all’estero?

La cosa che forse più rimpiango è che allora la meta era la Svizzera. Fatto sta che 2 precursori, Antognoni e Tardelli, andarono a giocare al Losanna e al San Gallo, perché la meta del calciatore italiano era la Svizzera. Adesso vanno al Los Angeles, in Cina. Rimpiango forse l’esperienza all’estero. Ci sarei andato di corsa, devo dire la verità. Mi sarebbe piaciuto giocare in Inghilterra, per le mie caratteristiche credo che mi sarei trovato a mio agio.

Il rimpianto più grande della sua carriera

Sono 2 quelli più grandi. Il primo l’essere andato via dal Milan, facendo così parte dell’era berlusconiana. Il secondo è non aver vinto nulla con lo squadrone che avevamo all’Inter.

Lei ha esordito a 20 anni in Nazionale, e intorno ai 18 in serie A, cosa ormai rara nel calcio di oggi. perché secondo lei?

Perché gli allenatori non vogliono più rischiare. Vogliono andare sull’usato sicuro, è questa la realtà. Per me Rugani potrebbe già giocare titolare in Nazionale. Lui e Romagnoli sono il futuro della Nazionale, però alla Juve giocano ancora titolari, giustamente, Chiellini, Barzagli. Se Rugani gioca bene nella Juventus, come ha fatto anche quest’anno, segnando diversi gol, perché non può giocare con l’Italia? Ok, la BBC bianconera (Bonucci – Barzagli – Chiellini) non si tocca, ma la C – G – S, Collovati – Gentile –Scirea dopo il Mondiale del 1986 in Messico lasciò spazio ai giovani. C’è più paura del cambiamento adesso. Certo, gli allenatori sono influenzati dalle società che vogliono subito risultati, cosa che i giovani da valorizzare non possono garantirti. Però bisogna anche rischiare. Guarda l’Atalanta di quest’anno…

Perché per i giovani è importante sbagliare, commettere errori. Come hai fatto tu, negli Europei del 1980…

Si (ride), dal dischetto, nella finale ¾ posto contro la Cecoslovacchia. Erano rigori a oltranza. Comprensibile, quando batti un calcio di rigore entro in gioco tante cose. Anche Baggio ha sbagliato un rigore nel 1994. In un calcio di rigore entrano in gioco tante cose, in primo luogo le emozioni. Un errore commesso più per l’emotività che per le capacità. Ciò non toglie che ora come ora, un 20enne difficilmente si trova a tirare un rigore di quell’importanza.

3 giovani promesse, o 3 giocatori che crede potranno sfondare entro pochi mesi?

Le grandi non offrono molti giovani al panorama calcistico. L’Inter ora come ora sotto questo aspetto ha poco da offrire. Il Milan ha Locatelli, ottimo 18enne, e Donnarumma. Ti dico la verità, tra i giovani di oggi, difficilmente vedo un Baresi, un Maldini, un Totti della situazione. C’è un nuovo Totti? Dov’è? Devo ancora vederlo. Non c’è. Questo perché è tutto frutto di quello che non abbiamo seminato negli anni. Donnarumma può essere paragonato a Buffon, perché anche Gigi esordì a 16-17 anni, e probabilmente sarà destinato a fare la stessa carriera. Ma degli altri? Totti gioca ancora oggi a 40 anni, ma c’è un nuovo numero 10? È ormai un ruolo sparito, non esiste più. c’è un altro in grado in grado di essere come Franco Baresi? O come Paolo Maldini?

E un altro Fulvio Collovati?

A me piace molto Rugani, dà l’idea di essere molto serio, molto umile. Ha accettato di aspettare, sa che prima o poi il posto sarà suo. E questo è senza dubbio un punto a suo favore.

Quale squadra le piace di più? Sia in Italia sia in Europa?

Mi piace il calcio inglese per l’intensità, perché non sopporto le sceneggiate, le continue interruzioni, un ritornello nel nostro Paese. Mi piace molto la tecnica del calcio spagnolo. Quando vedi giocare Real e Barça ti incanti. In Italia il Napoli secondo me gioca il calcio migliore. Indubbiamente il merito va a Sarri. Ogni squadra si differenzia per l’impronta tattica del proprio allenatore. Il Napoli gioca così perché segue e dettami del suo tecnico. Il Manchester City può giocar bene o giocar male, ma Guardiola gli ha dato un’impronta. Ci sono però anche allenatori che non lasciano il segno.

In Italia, anche questa volta la corsa scudetto sembra segnata. E sarebbe il sesto bianconero. Pensa che la squadra di Allegri e il Napoli possano davvero impensierire le grandi di Europa?

Non so se possono vincere, ma di sicuro possono dare filo da torcere. Soprattutto il Napoli con il Real Madrid secondo me ha molte chances. Il campionato ti dà la possibilità di rifarti, la Champions no, resta legata agli episodi. La Juve può competere fino in fondo, ma non vuol dire che la vinca. Per vincere servono vari fattori. Fortuna casualità, capacità, e tante altre cose ancora.

Non possiamo non chiederle un commento su Juve-Inter.

È frutto, purtroppo, del recente passato, non dell’attualità. Juventus-Inter è sempre stata una partita molto sentita anche ai miei tempi, lo è diventata ancora di più dopo Calciopoli. Tutto quello che si è seminato in termini negativi lo vediamo in questa partita, dove sotto i riflettori più che i giocatori si mette un arbitro, cosa che io non trovo giusta. Poi tutto lo strascico polemico non ha ragion d’essere. La partita deve essere limitata a 90’, poi chiuso lì. Come vedi però tutto si protrae, anche con la ricerca di filmati. Questo è senza dubbio frutto di eventi passati, come Calciopoli, ma è anche tempo di metterci una pietra sopra.

Progetti per il futuro? Sempre all’insegna del calcio?

Ora ho una società che produce programmi sportivi. Vado in TV ogni tanto a commentare perché  mi chiamano e mi fa piacere andare. Faccio solo le cose che mi divertono. Ma sono attività a livello personale, il mio lavoro ora ha a che fare con questa azienda di produzione e pubblicità.

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