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C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

Luigi Pellicone

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Abbiamo intervistato Fabio Argentini, autore insieme a Luca Aleandri del libro “C’mon Guys” dedicato a Paul Gascoigne e alla sua vita troppo spesso raccontata con banalizzazioni di comodo.

“C’mon guys” è un libro su un personaggio controverso. Quanta differenza corre fra Gascoigne calciatore e Paul uomo? Poteva evitare il tunnel dell’acool?

«In realtà, oltre le apparenze, non corre alcuna differenza, anche secondo i pareri di quanti abbiamo intervistato tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’epoca. Tutti concordano nel sottolineare le caratteristiche che Gascoigne manteneva inalterate dal campo alla vita privata. Una su tutte la generosità che è stata per lui un limite decisivo per la carriera. Gazza era generoso all’eccesso. Non si poteva dirgli “bella questa cinta” che se la toglieva e te la regalava. A Di Vaio, ancora Primavera, regalò un cellulare perché lo aveva sorpreso ad ammirarlo in vetrina. Così faceva con i compagni di squadra, con gli amici e con i semplici tifosi. Racconta un ragazzo che incontrò Gascoigne in uno studio di fisioterapia. Era inverno e la giornata era particolarmente fredda. Questo tifoso strabuzzò gli occhi nel vedere il suo idolo e parlando, prima della terapia, ebbe modo di commentare la bellezza del giaccone sociale che Gazza gli fece trovare all’uscita andando via in maglietta».

Ma questa generosità ha generato, per la troppa irruenza, l’infortunio – era il 18 maggio del 1991 – nella finale di FA Cup tra Tottenham e il Nottingham Forest. Poi la rottura dello zigomo e l’altro gravissimo infortunio in allenamento quando già indossava la maglia della Lazio per un intervento sempre scomposto sul giovane Primavera Alessandro Nesta. A proposito di generosità: Gazza regalò a Nesta un campionario di scarpe di marca, molte nuove di zecca, dicendo “tanto a me non servono”. Era una scusa per tranquillizzarlo.  

“Oltre alla generosità Gazza era anche vittima della sua sensibilità e fragilità: fin da ragazzino segnava gol a grappoli trovando in campo una leggerezza che nessuno si aspettava vedendolo arrivare al campo grassottello, così goloso di cioccolata, affamato di dolci e di affetto. Sin da piccolo faceva scherzi di ogni genere schermandosi dietro un sorriso disarmante. Dietro a quegli scherzi, però, si nascondeva una fragilità infinita. Soffriva di tic, fissazioni, odiava il buio. L’allegria sfrenata faceva da contraltare a una irrequietezza profonda. Il calcio lo tranquillizzava e lo ripagava. Ma dopo tanti infortuni e sfortune l’ultima partita è stata vinta dalla bottiglia”.

Gazza, senza i suoi vizi, avrebbe avuto lo stesso fascino? Quanto ha influenzato, nell’immaginario collettivo, il suo essere “maledetto”? 

 «Gazza ha sempre conquistato l’attenzione dei tifosi e della terribile stampa d’oltremanica, in ogni epoca vissuta. Bianca o nera, con tutti i toni di grigio in mezzo. Sembrava che, dopo il Mondiale del 1990, non si parlasse d’altro che di lui. Paul era l’icona pop art, espressiva di un’era come poteva esserlo un’opera di Andy Warhol. Quando era al top ogni suo gesto veniva esaltato, apprezzato, imitato. E finiva sulle prime pagine dei tabloid e delle riviste che facevano a gara per acquistare una foto esclusiva. Nell’ottobre del 1990 una vecchia Hit del 1971 venne rielaborata in un video musicale cantato ed interpretato dal giocatore e il brano (“Fog on the Tyne”) raggiunse il secondo posto nella top ten dei singoli nel Regno Unito. Gazza cantava, uscivano videogames con il suo nome, statuine, action figures, video con lezioni di calcio o di pesca – il suo hobby – e i sondaggi lo vedevano più popolare della Teacher. L’asso inglese partecipò allo show televisivo satirico Spitting Image, nel quale veniva preparato un fantoccio in lattice del protagonista di puntata: oggi quella maschera è  in mostra al National Football Museum di Preston. Gazza ha anche il primato di ben due statue di cera a lui dedicate, la prima al Madame Tussauds di Londra e la seconda ancora al National Football Museum.  E, quando venne preparato, nel giardino roccioso gigante in Inghilterra, il Mount Rush-Score (una versione in miniatura del Monte Rushmore), Gazza venne inserito tra i quattro volti dei giocatori più importanti del calcio inglese.

Gazza approdò a Roma con questo alone a circondarlo. Nell’estate del 1991, venne accolto da una folla impazzita.

 L’essere – poi – “diventato” maledetto gli ha dato solo una veste altrettanto appetibile dell’altra agli occhi della stampa soprattutto inglese. A un certo punto, da eroe Gazza faceva più notizia da maledetto e i fotografi sono arrivati a lasciargli le bottiglie sull’uscio di casa.

Gazza, pur vittima del demone dell’alcool ha sempre cercato di combattere l’etichetta alla Best, il purosangue di Belfast che ha lasciato anche lui ricordi indelebili tra giocate e slogan che hanno fatto la storia come “Ho speso montagne di soldi tra macchine e donne, gli altri lo ho sperperati” o anche “Non so se sia più difficile andare a letto con Miss Mondo o fare gol al Liverpool da centrocampo. Nel dubbio, ho fatto ambedue le cose”. Ma, rispetto al quinto Beatles (l’unico che avrebbe potuto attraversare le strisce pedonali di Abbey Road con gli altri quattro), Gazza ha sempre detto che non sarebbe finito mai come lui…

Anche durante l’Europeo inglese del 1996, Gazza tentò di dare una spallata alla nomea che stava per circondarlo e soffocarlo. Dopo, però, l’ennesima bravata…

Questa la cronaca. Gascoigne, dopo un gol alla Scozia, viene festeggiato dai compagni (Teddy Sheringham e Gary Neville). Gazza si sdraia per ricevere la “sedia del dentista” con l’acqua della borraccia a sostituire l’alcool di Hong Kong, sede del ritiro dell’Inghilterra dove, nel corso di una serata libera, alcuni giocatori si erano ubriacati. Le immagini della notte brava avevano fatto il giro del mondo e mostrato il modo di far trangugiare alcolici a un bevitore quasi passivo. Il ritorno in patria è accompagnato dalle polemiche. Ma, Paul e soci, risponderanno sul campo. L’esultanza dopo il gol diventerà famosa e segno di riscossa».

 Gascoigne ha giocato 43 partite in maglia biancoceleste, eppure è nei cuori dei tifosi. Come lo spieghi a chi non lo ha vissuto?

 «Perché ha rappresentato l’inizio di un ciclo per una Lazio proveniente dalla serie cadetta. Perché ha proiettato la Lazio sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa. Perché Gazza ha saputo capire e intercettare le esigenze dei tifosi biancocelesti entrando con loro in empatia. Perché era un fuoriclasse.

 Ma anche perché la tifoseria biancoceleste guardava all’Inghilterra patria non solo del calcio ma anche del tifo e che adottò e reinterpretò. Il neonato gruppo “Irriducibili”, aveva come simbolo Mr Enrich, un personaggio tratto proprio da un fumetto inglese. Proponeva uno stile improntato all’esempio anglosassone nella scelta dei cori da cantare in curva, nella fattura delle bandiere, nelle sciarpe e nei propri simboli. Il modello di sciarpa a cui ricorrono, ad esempio, era il cosiddetto “popular”, caratterizzato da righe verticali con all’interno un banda di spessore inferiore. Ben presto arrivarono gli “hat”, cioè scoppole biancocelesti a rendere anche a livello estetico il tifoso laziale sempre più simile ai propri omologhi albionici.  

Ecco… In un contesto come quello della tifoseria laziale, che da anni prendeva il tifo inglese come riferimento, pur con tutte le eccezioni e le specifiche del caso, arriva Paul Gascoigne, come benzina gettata violentemente su un incendio.

Si, benzina sul fuoco, perché Gazza è l’uomo che, più di ogni altro, rappresenta, il calcio inglese. Lo rappresenta non solo perché è il giocatore più talentuoso della Nazionale di Sua Maestà, ma piuttosto in quanto autentico simbolo per i tifosi. Irriverente all’eccesso, insofferente all’autorità, ha un campionario di stranezze; annusa le ascelle ad arbitri seriosi, tocca il sedere agli avversari, riempie di “boccacce” le telecamere. Ha origini popolari che non ha dimenticato. Atteggiamenti da clown dietro celebri, solenni sbronze. Il tutto condito da un talento straordinario. A volerlo tratteggiare, non potrebbe esserci per la Curva Nord un idolo più appropriato, più simile ai suoi fans di lui. È questa identità di vedute, e un amore sconfinato per le storie sfortunate, che ha creato un legame fortissimo, inossidabile, tra i tifosi laziali e Gazza».

 Perché il titolo C’mon guys?

«Va di scena il derby il 6 marzo del 1994, in notturna. Sono gli orari che comincia ad imporre il nuovo, esigente, partner televisivo. La tifoseria laziale prepara per l’occasione una scenografia capace di stupire per l’effetto ma anche per l’originalità, sfruttando le straordinarie qualità artistiche di alcuni ragazzi. Si decide di realizzare un bandierone, ma molto più grande, capace di ricoprire una buona parte della curva. Su di esso viene riportata l’immagine di due braccia, perfettamente raffigurate, stringono una sciarpa a bande verticali bianche, blu e azzurre. Al riparo da occhi indiscreti, viene invitato Gazza. E lui non si fa pregare. Pennello in mano vuole che un suo pensiero, la domenica sera, sia sugli spalti con i “suoi” ultras. Su un pezzo di stoffa bianco scrive “C’mon Guys” (andiamo ragazzi), firmato Gazza. Lo slogan, in un amen, manco a dirlo, viene adottato dalla curva ed eccolo lì, a campeggiare nella scenografia, sotto la sciarpa».

 Il libro, che ha realizzato insieme con Luca Aleandri, esalta il legame fa la Lazio e l’Inghilterra. Come nasce questa unione?

 «ll football è nato globale. Sono stati i mercanti inglesi, i marinai, perfino i seminaristi a diffonderlo, dalle prue dei navigli commerciali, al servizio del Grande Impero di Sua Maestà Vittoria. Le prime partite, al di fuori della Gran Bretagna, sono spesso internazionali, con il contributo fondamentale della locale comunità britannica, prima che ogni città riesca a partorire squadre, tornei e campionati per poter competere in modo autonomo.

Nel calcio delle origini, dunque, i pionieri erano inglesi. Anche Roma non ha fatto eccezione. Ed ecco che, quando il pallone ha fatto la sua comparsa all’alba del 1900, la Lazio giocava alcune delle sue prime partite contro squadre di seminaristi inglesi o scozzesi. Con i bulli d’osteria che se la ridevano a vedere un manipolo di strani personaggi inseguire una palla…

 Dalle origini il filo non si è mai interrotto.

Il capitano della nazionale Campione del Mondo che sfidò i campioni inglesi (passarono alla storia come in Leoni di Highbury) vestiva la maglia biancoceleste. La prima volta che l’Italia vinse a Wembley il grande protagonista fu Chinaglia a pochi giorni dalla drammatica sfida della Lazio, finita in rissa, contro l’Ipswich Town che costo ai biancocelesti la partecipazione alla Coppa dei Campioni.

La Lazio ha vinto la prima coppa europea della sua storia a Birmingham e battuto il Manchester Utd nella finale di Supercoppa Europea. Di quella partita, nel corso della sua conferenza stampa di addio, Sir Alex Ferguson dirà: “Tra i pochi rimpianti della mia carriera, c’è quello di non aver vinto la Supercoppa contro la Lazio, la squadra allora più forte del mondo”. Ed ancora: “Avrei voluto allenare giocatori come Di Canio e Paul Gascoigne”. Parole al miele per tutti i tifosi laziali».

 

Un ricordo in particolare: cosa ti manca e cosa ti lega a Gazza? E chi, tecnicamente, potrebbe ricordarlo? 

 «Manca l’empatia che Gazza aveva con la gente laziale che faceva emozionare. Ricordo nitidamente quell’elettricità che si percepiva in quell’amichevole con il Real Madrid con Gazza sotto la curva a salutare i suoi nuovi tifosi.

Tecnicamente l’allenatore Dino Zoff dice oggi di lui: “In carriera ho giocato con diversi giocatori di grande classe e fantasia: Sivori, su tutti, e poi Platini e Haller. Ma, in tanti anni di carriera, non ho mai trovato nessuno con le potenzialità di Paul”.

Chi tecnicamente potrebbe ricordarlo? Wayne Rooney. Ruolo diverso ma caratteristiche simili. Scatto, potenza e senso del gol. Caparbietà anche nelle azioni a percussione. Forse Dele Alli, calciatore inglese centrocampista del Tottenham e della nazionale. Tecnico e imprevedibile come lui. Anche abbastanza rissoso. E poi Eden Hazard del Chelsea.  Letale nel dribbling secco, buona progressione e grande senso del gol. E nel gruppo si potrebbe aggiungere Ramsey dell’Arsenal. Non segna mai gol banali».

Se dovessi sintetizzare Gazza in una frase?

«Utilizzerei quella di Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro divenuto poi un film di successo, “Febbre a 90”, interpretato da Colin Firth nel 1997: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate ed un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa. Tuttavia, è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Penso che renda l’idea».

Libro Paul John Gascoigne detto “Gazza”

Titolo: C’mon guys

Autori: Fabio Argentini, Luca Aleandri

Distribuzione: in edicola con il Corriere dello Sport-Stadio

Prezzo: 10,99

Pagine: 160 + copertine

 

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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