Abbiamo intervistato Fabio Argentini, autore insieme a Luca Aleandri del libro “C’mon Guys” dedicato a Paul Gascoigne e alla sua vita troppo spesso raccontata con banalizzazioni di comodo.

“C’mon guys” è un libro su un personaggio controverso. Quanta differenza corre fra Gascoigne calciatore e Paul uomo? Poteva evitare il tunnel dell’acool?

«In realtà, oltre le apparenze, non corre alcuna differenza, anche secondo i pareri di quanti abbiamo intervistato tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’epoca. Tutti concordano nel sottolineare le caratteristiche che Gascoigne manteneva inalterate dal campo alla vita privata. Una su tutte la generosità che è stata per lui un limite decisivo per la carriera. Gazza era generoso all’eccesso. Non si poteva dirgli “bella questa cinta” che se la toglieva e te la regalava. A Di Vaio, ancora Primavera, regalò un cellulare perché lo aveva sorpreso ad ammirarlo in vetrina. Così faceva con i compagni di squadra, con gli amici e con i semplici tifosi. Racconta un ragazzo che incontrò Gascoigne in uno studio di fisioterapia. Era inverno e la giornata era particolarmente fredda. Questo tifoso strabuzzò gli occhi nel vedere il suo idolo e parlando, prima della terapia, ebbe modo di commentare la bellezza del giaccone sociale che Gazza gli fece trovare all’uscita andando via in maglietta».

Ma questa generosità ha generato, per la troppa irruenza, l’infortunio – era il 18 maggio del 1991 – nella finale di FA Cup tra Tottenham e il Nottingham Forest. Poi la rottura dello zigomo e l’altro gravissimo infortunio in allenamento quando già indossava la maglia della Lazio per un intervento sempre scomposto sul giovane Primavera Alessandro Nesta. A proposito di generosità: Gazza regalò a Nesta un campionario di scarpe di marca, molte nuove di zecca, dicendo “tanto a me non servono”. Era una scusa per tranquillizzarlo.  

“Oltre alla generosità Gazza era anche vittima della sua sensibilità e fragilità: fin da ragazzino segnava gol a grappoli trovando in campo una leggerezza che nessuno si aspettava vedendolo arrivare al campo grassottello, così goloso di cioccolata, affamato di dolci e di affetto. Sin da piccolo faceva scherzi di ogni genere schermandosi dietro un sorriso disarmante. Dietro a quegli scherzi, però, si nascondeva una fragilità infinita. Soffriva di tic, fissazioni, odiava il buio. L’allegria sfrenata faceva da contraltare a una irrequietezza profonda. Il calcio lo tranquillizzava e lo ripagava. Ma dopo tanti infortuni e sfortune l’ultima partita è stata vinta dalla bottiglia”.

Gazza, senza i suoi vizi, avrebbe avuto lo stesso fascino? Quanto ha influenzato, nell’immaginario collettivo, il suo essere “maledetto”? 

 «Gazza ha sempre conquistato l’attenzione dei tifosi e della terribile stampa d’oltremanica, in ogni epoca vissuta. Bianca o nera, con tutti i toni di grigio in mezzo. Sembrava che, dopo il Mondiale del 1990, non si parlasse d’altro che di lui. Paul era l’icona pop art, espressiva di un’era come poteva esserlo un’opera di Andy Warhol. Quando era al top ogni suo gesto veniva esaltato, apprezzato, imitato. E finiva sulle prime pagine dei tabloid e delle riviste che facevano a gara per acquistare una foto esclusiva. Nell’ottobre del 1990 una vecchia Hit del 1971 venne rielaborata in un video musicale cantato ed interpretato dal giocatore e il brano (“Fog on the Tyne”) raggiunse il secondo posto nella top ten dei singoli nel Regno Unito. Gazza cantava, uscivano videogames con il suo nome, statuine, action figures, video con lezioni di calcio o di pesca – il suo hobby – e i sondaggi lo vedevano più popolare della Teacher. L’asso inglese partecipò allo show televisivo satirico Spitting Image, nel quale veniva preparato un fantoccio in lattice del protagonista di puntata: oggi quella maschera è  in mostra al National Football Museum di Preston. Gazza ha anche il primato di ben due statue di cera a lui dedicate, la prima al Madame Tussauds di Londra e la seconda ancora al National Football Museum.  E, quando venne preparato, nel giardino roccioso gigante in Inghilterra, il Mount Rush-Score (una versione in miniatura del Monte Rushmore), Gazza venne inserito tra i quattro volti dei giocatori più importanti del calcio inglese.

Gazza approdò a Roma con questo alone a circondarlo. Nell’estate del 1991, venne accolto da una folla impazzita.

 L’essere – poi – “diventato” maledetto gli ha dato solo una veste altrettanto appetibile dell’altra agli occhi della stampa soprattutto inglese. A un certo punto, da eroe Gazza faceva più notizia da maledetto e i fotografi sono arrivati a lasciargli le bottiglie sull’uscio di casa.

Gazza, pur vittima del demone dell’alcool ha sempre cercato di combattere l’etichetta alla Best, il purosangue di Belfast che ha lasciato anche lui ricordi indelebili tra giocate e slogan che hanno fatto la storia come “Ho speso montagne di soldi tra macchine e donne, gli altri lo ho sperperati” o anche “Non so se sia più difficile andare a letto con Miss Mondo o fare gol al Liverpool da centrocampo. Nel dubbio, ho fatto ambedue le cose”. Ma, rispetto al quinto Beatles (l’unico che avrebbe potuto attraversare le strisce pedonali di Abbey Road con gli altri quattro), Gazza ha sempre detto che non sarebbe finito mai come lui…

Anche durante l’Europeo inglese del 1996, Gazza tentò di dare una spallata alla nomea che stava per circondarlo e soffocarlo. Dopo, però, l’ennesima bravata…

Questa la cronaca. Gascoigne, dopo un gol alla Scozia, viene festeggiato dai compagni (Teddy Sheringham e Gary Neville). Gazza si sdraia per ricevere la “sedia del dentista” con l’acqua della borraccia a sostituire l’alcool di Hong Kong, sede del ritiro dell’Inghilterra dove, nel corso di una serata libera, alcuni giocatori si erano ubriacati. Le immagini della notte brava avevano fatto il giro del mondo e mostrato il modo di far trangugiare alcolici a un bevitore quasi passivo. Il ritorno in patria è accompagnato dalle polemiche. Ma, Paul e soci, risponderanno sul campo. L’esultanza dopo il gol diventerà famosa e segno di riscossa».

 Gascoigne ha giocato 43 partite in maglia biancoceleste, eppure è nei cuori dei tifosi. Come lo spieghi a chi non lo ha vissuto?

 «Perché ha rappresentato l’inizio di un ciclo per una Lazio proveniente dalla serie cadetta. Perché ha proiettato la Lazio sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa. Perché Gazza ha saputo capire e intercettare le esigenze dei tifosi biancocelesti entrando con loro in empatia. Perché era un fuoriclasse.

 Ma anche perché la tifoseria biancoceleste guardava all’Inghilterra patria non solo del calcio ma anche del tifo e che adottò e reinterpretò. Il neonato gruppo “Irriducibili”, aveva come simbolo Mr Enrich, un personaggio tratto proprio da un fumetto inglese. Proponeva uno stile improntato all’esempio anglosassone nella scelta dei cori da cantare in curva, nella fattura delle bandiere, nelle sciarpe e nei propri simboli. Il modello di sciarpa a cui ricorrono, ad esempio, era il cosiddetto “popular”, caratterizzato da righe verticali con all’interno un banda di spessore inferiore. Ben presto arrivarono gli “hat”, cioè scoppole biancocelesti a rendere anche a livello estetico il tifoso laziale sempre più simile ai propri omologhi albionici.  

Ecco… In un contesto come quello della tifoseria laziale, che da anni prendeva il tifo inglese come riferimento, pur con tutte le eccezioni e le specifiche del caso, arriva Paul Gascoigne, come benzina gettata violentemente su un incendio.

Si, benzina sul fuoco, perché Gazza è l’uomo che, più di ogni altro, rappresenta, il calcio inglese. Lo rappresenta non solo perché è il giocatore più talentuoso della Nazionale di Sua Maestà, ma piuttosto in quanto autentico simbolo per i tifosi. Irriverente all’eccesso, insofferente all’autorità, ha un campionario di stranezze; annusa le ascelle ad arbitri seriosi, tocca il sedere agli avversari, riempie di “boccacce” le telecamere. Ha origini popolari che non ha dimenticato. Atteggiamenti da clown dietro celebri, solenni sbronze. Il tutto condito da un talento straordinario. A volerlo tratteggiare, non potrebbe esserci per la Curva Nord un idolo più appropriato, più simile ai suoi fans di lui. È questa identità di vedute, e un amore sconfinato per le storie sfortunate, che ha creato un legame fortissimo, inossidabile, tra i tifosi laziali e Gazza».

 Perché il titolo C’mon guys?

«Va di scena il derby il 6 marzo del 1994, in notturna. Sono gli orari che comincia ad imporre il nuovo, esigente, partner televisivo. La tifoseria laziale prepara per l’occasione una scenografia capace di stupire per l’effetto ma anche per l’originalità, sfruttando le straordinarie qualità artistiche di alcuni ragazzi. Si decide di realizzare un bandierone, ma molto più grande, capace di ricoprire una buona parte della curva. Su di esso viene riportata l’immagine di due braccia, perfettamente raffigurate, stringono una sciarpa a bande verticali bianche, blu e azzurre. Al riparo da occhi indiscreti, viene invitato Gazza. E lui non si fa pregare. Pennello in mano vuole che un suo pensiero, la domenica sera, sia sugli spalti con i “suoi” ultras. Su un pezzo di stoffa bianco scrive “C’mon Guys” (andiamo ragazzi), firmato Gazza. Lo slogan, in un amen, manco a dirlo, viene adottato dalla curva ed eccolo lì, a campeggiare nella scenografia, sotto la sciarpa».

 Il libro, che ha realizzato insieme con Luca Aleandri, esalta il legame fa la Lazio e l’Inghilterra. Come nasce questa unione?

 «ll football è nato globale. Sono stati i mercanti inglesi, i marinai, perfino i seminaristi a diffonderlo, dalle prue dei navigli commerciali, al servizio del Grande Impero di Sua Maestà Vittoria. Le prime partite, al di fuori della Gran Bretagna, sono spesso internazionali, con il contributo fondamentale della locale comunità britannica, prima che ogni città riesca a partorire squadre, tornei e campionati per poter competere in modo autonomo.

Nel calcio delle origini, dunque, i pionieri erano inglesi. Anche Roma non ha fatto eccezione. Ed ecco che, quando il pallone ha fatto la sua comparsa all’alba del 1900, la Lazio giocava alcune delle sue prime partite contro squadre di seminaristi inglesi o scozzesi. Con i bulli d’osteria che se la ridevano a vedere un manipolo di strani personaggi inseguire una palla…

 Dalle origini il filo non si è mai interrotto.

Il capitano della nazionale Campione del Mondo che sfidò i campioni inglesi (passarono alla storia come in Leoni di Highbury) vestiva la maglia biancoceleste. La prima volta che l’Italia vinse a Wembley il grande protagonista fu Chinaglia a pochi giorni dalla drammatica sfida della Lazio, finita in rissa, contro l’Ipswich Town che costo ai biancocelesti la partecipazione alla Coppa dei Campioni.

La Lazio ha vinto la prima coppa europea della sua storia a Birmingham e battuto il Manchester Utd nella finale di Supercoppa Europea. Di quella partita, nel corso della sua conferenza stampa di addio, Sir Alex Ferguson dirà: “Tra i pochi rimpianti della mia carriera, c’è quello di non aver vinto la Supercoppa contro la Lazio, la squadra allora più forte del mondo”. Ed ancora: “Avrei voluto allenare giocatori come Di Canio e Paul Gascoigne”. Parole al miele per tutti i tifosi laziali».

 

Un ricordo in particolare: cosa ti manca e cosa ti lega a Gazza? E chi, tecnicamente, potrebbe ricordarlo? 

 «Manca l’empatia che Gazza aveva con la gente laziale che faceva emozionare. Ricordo nitidamente quell’elettricità che si percepiva in quell’amichevole con il Real Madrid con Gazza sotto la curva a salutare i suoi nuovi tifosi.

Tecnicamente l’allenatore Dino Zoff dice oggi di lui: “In carriera ho giocato con diversi giocatori di grande classe e fantasia: Sivori, su tutti, e poi Platini e Haller. Ma, in tanti anni di carriera, non ho mai trovato nessuno con le potenzialità di Paul”.

Chi tecnicamente potrebbe ricordarlo? Wayne Rooney. Ruolo diverso ma caratteristiche simili. Scatto, potenza e senso del gol. Caparbietà anche nelle azioni a percussione. Forse Dele Alli, calciatore inglese centrocampista del Tottenham e della nazionale. Tecnico e imprevedibile come lui. Anche abbastanza rissoso. E poi Eden Hazard del Chelsea.  Letale nel dribbling secco, buona progressione e grande senso del gol. E nel gruppo si potrebbe aggiungere Ramsey dell’Arsenal. Non segna mai gol banali».

Se dovessi sintetizzare Gazza in una frase?

«Utilizzerei quella di Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro divenuto poi un film di successo, “Febbre a 90”, interpretato da Colin Firth nel 1997: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate ed un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa. Tuttavia, è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Penso che renda l’idea».

Libro Paul John Gascoigne detto “Gazza”

Titolo: C’mon guys

Autori: Fabio Argentini, Luca Aleandri

Distribuzione: in edicola con il Corriere dello Sport-Stadio

Prezzo: 10,99

Pagine: 160 + copertine

 

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