Si specchia nelle acque del fiume Cuyahoga e si spinge oltre le montagne della Pennsylvania. Combatte, fallisce, ritorna. Il processo si ripete dal 1740 fra dubbi e incertezze. Quando nei primi anni dell’800 getta le basi per costruire il centro della città, il Generale Moses Cleaveland non considera un problema la stretta vicinanza con le pianure paludose. L’azzardo paga – grazie al completamento dei canali dell’Ohio e dell’Eire – e la città cresce rapidamente fino a trasformarsi in un punto di collegamento fondamentale tra il fiume Ohio e la regione dei Grandi Laghi. La Città di Cleveland, che nasce quando la Connecticut Land Company divide i territori dell’Ovest, si abitua ben presto a guardare in faccia la realtà, ad accettare il mefistofelico disegno della vita, a superare le guerre e la Grande Depressione.

Cleveland, nell’immaginario collettivo, si classifica oggi come una delle città più vivibili dell’intera nazione. La qualità della vita è alta nella zona industriale, ma non in periferia. Esistono ancora due grandi fazioni, le lotte tra i poveri e i ricchi condannano la città a vivere continuamente in bilico, e il tasso di alfabetizzazione non è in linea con quello delle altre città dello Stato. Lo sport, alcune volte, ha la grande capacità di riflettersi nella quotidianità e allo stesso tempo di risollevare le sorti di un’intera popolazione. La città, che ha vissuto la sua massima espansione nella seconda metà degli anni ’50, ha sofferto e ha provato ad uscire dagli schemi per più di mezzo secolo, ha combattuto contro i pregiudizi e contro le sconfitte, ma dalla bancarotta del 1978 ha imparato la lezione a metà. Perché è oggi una città di stampo repubblicano, nello stesso immaginario collettivo si classifica come una piccola Detroit costruita sulle false promesse di un finto progresso guidato da Donald Trump e compagni. Il timore di perdere, dietro le luci dei riflettori, è ancora forte. Ed è proprio intorno allo sport che il concetto di sconfitta ha raggiunto il suo apice. Con i Cavaliers, i Browns e gli Indians, i Clevelanders hanno dovuto sopportare una maledizione lunga 52 anni.

Boom Boom – Cleveland assorbe i devastanti effetti della crisi e dal 1946 diventa una città simbolo. I Browns, che iniziano il loro percorso nella AAFC, intascano quattro titoli consecutivi e all’esordio in NFL vincono superando al fotofinish i Los Angeles Rams. La favola continua e il biennio 1954-1955 consente a Pete Brewster e compagni di scrivere nuovamente la storia con una doppietta che di fatto sancisce una piccola pausa. L’ultimo successo dei Browns è targato Blanton Collier e Frank Ryan. I due guidano dei Browns sperimentali oltre il limite, arrivano in finale con un record in Regular Season di 10-3-1 e contro i favoritissimi Baltimore Colts, in finale, non concedono nemmeno un punto. Dal Football al Baseball la situazione in quegli anni non è tanto differente. Gli Indians danno la prima gioia alla città di Cleveland nel 1920 e bissano il successo nel 1948. La palla a spicchi, in generale, è meno fortunata. I Cavaliers fanno il loro esordio nel 1970 e nel 1976 vincono la Central Division finendo poi per perdere le Finals di Conference contro i Boston Celtics. Ma le aspettative, dopo una stagione quasi trionfale, crescono.

The curse – La Cleveland sportiva, dopo gli anni di gloria, crolla. La spirale di sfortuna che si abbatte sulla città rende tragicomici gli anni post-boom economico. La crisi economica va quindi di pari passo con quella sportiva, le vittorie si tramutano in sconfitte, i sogni in maledizioni. Basti pensare che i Browns, tra il 1981 e il 1989 spesso ad un passo dal Super Bowl, rimangono inattivi dal 1995 al 1999 a causa di problemi burocratici legati allo spostamento della franchigia. La squadra passa quindi a Baltimora e i Browns diventano i Baltimore Ravens. Quando i Browns ritornano, però, poco hanno della gloriosa squadra che negli anni ’50 ha dominato l’NFL. Al Draft del 1999, anche con la prima scelta a disposizione, riescono a selezionare solo Tim Couch. Il dato ancora più inquietante riguarda le partecipazioni ai Playoffs: i Browns, che dal 1995 ad oggi hanno vinto una sola partita nella post-season (contro i New England Patriots), dal 1999 ad oggi hanno anche cambiato 24 quarterbacks. Guardando la storia recente, e in particolar modo gli ultimi 10 anni, sono almeno 8 le sconfitte a stagione dall’anno 2008. Più dolorosa – anche se mediaticamente meno considerata – la maledizione degli Indians. La fine è vicina quando Rocky Colavito viene ceduto ai Detroit Tigers in cambio di Harvey Kueen. Così la cessione crea il malcontento tra i tifosi e scatena una serie di sfortunati eventi che porta alla resa: ci vuole il 1994 prima di rivedere gli Indians ai vertici. La squadra passa in mano a Dick Jacobs e dopo 40 anni di cadute si ritrova al vertice. La maledizione di Colavito colpisce anche nel 1997 e nel 2001 finisce l’era più prolifica della storia degli Indians.

The comeback – La maledizione, almeno per gli Indians, continua anche nel 2016. Ma facciamo un passo indietro. Quando il Prescelto esce dalla St. Vincent-St Mary High School di Akron, Ohio, i Cavaliers hanno appena disputato la peggior stagione della loro storia. Con 17 vittorie si sono quanto meno aggiudicati la prima scelta al Draft e il nome di LeBron James è naturalmente il più caldo. La scelta si rivela di quelle vincenti, ma la maledizione di Cleveland colpisce anche uno dei giocatori più completi e talentuosi della storia del gioco. LBJ si presenta vincendo il R.O.Y. e dopo appena due anni ha già portato alle Finals i suoi compagni di squadra. Nel 2007, dall’altra parte, ci sono i San Antonio Spurs di Tim Duncan, che passeggiano sui Cavaliers e lasciano James con l’amaro in bocca.  La storia di amore-odio tra Cleveland e James si interrompe momentaneamente nel 2009, quando il #23 cambia numero, cambia squadra e a Miami – insieme a Dwyane Wade – si prende il gusto di vincere due anelli e di vendicarsi dei San Antonio Spurs, nel 2013, in una delle finali più incredibili di sempre. Ma la storia personale di LeBron James va di pari passo con quella dei Cleveland Cavaliers. Ci sono errori, ci sono vittorie, ci sono problemi. I Cavs si affidano a Kyrie Irving, al Draft del 2013 selezionano Anthony Bennet – e mantengono viva la maledizione – ma miracolosamente con l’1.3% di possibilità pescano la prima scelta al Draft anche nel 2014. Quando selezionano Andrew Wiggins, LeBron James capisce che è il momento di ritornare a casa. Con la trade che porta Kevin Love la squadra prende forma. Il resto lo conosciamo tutti.

 Cleveland, quest’anno, ha festeggiato il primo titolo dopo 52 anni di astinenza. Il 2016 in the city è stato un anno di sorrisi e lacrime, di gioie e delusioni. I Cavaliers hanno vinto il primo anello della loro storia rimontando da 1-3, vincendo di prepotenza una gara 7 quasi proibitiva. Gli Indians, forse per colpa del destino, si sono ritrovati nella stessa situazione dei Golden State Warriors e proprio come i Golden State Warriors si sono arresi a gara 7.

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