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Calcio

City Football Group, la longa manus degli sceicchi sul calcio

Eduardo Barone

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Agosto 2017. Il club spagnolo del Girona cambia di proprietà. La stessa holding che detiene il Manchester City acquista il 44% del club, un altro 44% viene rilevato dalla società di Perè Guardiola, procuratore e fratello del più famoso Pep. Il Girona viene acquistato per soli 6 milioni, una cifra irrisoria persino per comprare un calciatore di buon livello al giorno d’oggi.

Questa è solo una delle tante operazioni compiute dal City Football Group, il più grande colosso multinazionale mai visto nella storia del calcio. Il City Football Group è una holding che controlla l’87% del Manchester City e, oltre al Girona, altri club come il New York City, il Melbourne City, gli Yokohama Marinos e la squadra uruguayana del Torque. A sua volta, il City Football Group è controllata dall’Abu Dhabi United Group, il gioiello della famiglia reale dei Mansour, di cui bin Zayed Al Nahyan è il principale esponente. L’obiettivo di questo gruppo, in parte già riuscito, è quello di creare un franchising globale del calcio. Quello che i giornalisti britannici hanno definito come la nuova Coca Cola del pallone.

“City” è una galassia al cui interno ruotano società di calcio, dirigenti, calciatori, medici, fisioterapisti, massaggiatori, talent scout e persino uffici stampa. Il piatto forte è ovviamente lo scambio dei calciatori all’interno di questo grande sistema solare, ma non solo questi. Anche tutte le loro informazioni. Ed è questo che ha del sensazionale. Dallo scouting alla selezione, passando per le analisi cliniche dei calciatori: viene impiegata la stessa metodologia e gli stessi dati in tutti i club controllati. Quando un giocatore, ad esempio del Melbourne, subisce un infortunio dalla diagnosi complicata, è possibile ricercare in un database comune se quel tipo di infortunio è occorso per esempio ad un giocatore del Manchester City in passato e se sì, come è stato affrontato e superato e quali sono i tempi di recupero.

Uno dei registi di questa macro-operazione è un volto noto del calcio europeo. Si tratta di Ferran Sorriano, CEO del Manchester City, ex vice-presidente e direttore generale del Barcellona per cinque anni. E’ da lui e Guardiola che partì il ciclo vincente dei blaugrana che ha sconvolto il calcio. Ora invece, sempre insieme a Pep, sta costruendo qualcosa di più grande ancora. Soriano e il suo entourage di esperti ha creato quella che alcuni definiscono: “Glocalization”, che in italiano potremmo brutalmente tradurre in “Glocalizzazione”, ovvero globalizzare un brand mantenendolo al tempo stesso locale. Essere presenti sul mercato asiatico e quello americano con negozi di kit e merchandising come la Disney, ma al tempo stesso mantenere radicata la propria presenza sul territorio d’origine. Manchester, New York, Melbourne, Yokohama, tutte queste città sono accomunate da unico brand, gli stessi colori e le stesse fonti da cui attingere per la selezione di staff e giocatori. Una worldwide power base che parte innanzitutto dai fan, che più lontani sono dal club e più sono fidelizzati.

I tentacoli del City Football Group continuano ancora ad allungarsi. La holding ha annunciato la prossima espansione in Cina, dove ha ottimi rapporti con il presidente cinese Xi Jinping, appassionato di calcio e intenzionato a creare 50 mila scuole calcio nei prossimi dieci anni. A testimonianza di questo, il City Group è detenuto per il 13% delle quote da China Media Capital. Inoltre, altri club tra Sud America e Africa sono prossimi ad entrare nel network a tinte celesti.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Alcune operazioni hanno lasciato a molti più di un dubbio sulla loro bontà. Un’inchiesta del giornale economico Forbes ha fatto luce sui conti della galassia City, ipotizzando un rigonfiamento delle entrate della stella più brillante, il club di Manchester, che avrebbe beneficiato di iniezioni di denaro da parte delle altre società facenti parte del bilancio consolidato. Si sospetta insomma che le spese del Manchester City, il giocattolo più costoso di cui è proprietario lo sceicco Mansour, siano state distribuite e sostenute dalle altre società appartenenti al City Football Group. Inside World Football ha definito il Manchester City la squadra più costosa di tutta la storia del calcio, con gli 878 milioni di sterline per assemblare la squadra attuale contro gli 805 del PSG.

Inoltre, il Manchester City riceve flussi di entrate importanti dalle sponsorizzazioni con Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi, che paga sia per il proprio nome sulle maglie che per i naming rights dello stadio, nonché altri finanziamenti da fondazioni degli Emirati. Una sorta di auto-sponsorizzazione, dal momento che lo sceicco Mansour appartiene alla famiglia reale che governa gli Emirati Arabi Uniti. Le accuse sono arrivate anche da presidenti di club europei, come Andrea Agnelli, che ha definito senza mezzi termini la strategia del City Group un “Doping finanziario”. Neanche il numero uno della Liga, Javier Tebas, ci è andato morbido sul tema. Per lui, il Manchester City è uno dei “club di stato” che non brilla di luce propria bensì viene pompato con “soldi e petrolio dal Golfo”.

Dal bilancio dell’ultima annata del City Football Group (giugno 2017), risulta però una perdita di 71 milioni di sterline, quasi il doppio rispetto all’anno precedente (37 milioni). I manager del gruppo hanno additato la situazione finanziaria del New York City come causa principale della perdita. Nonostante le critiche sollevate, le indagini dell’Uefa non sembrano indirizzarsi verso il gruppo del City. L’ultimo rapporto Manchester City con la federcalcio continentale risale al 2014, quando i Citizens vennero sanzionati con una multa di 50 milioni di sterline per violazione delle regole sul Fair Play finanziario.

“Abu Dhabi non sta facendo questo perché ama Levenshulme (quartiere di Manchester dove ha sede il club biancoceleste ndr.) “ dice sulle colonne del Finacial Times Simon Chadwick, professore inglese di scienze economiche applicate al calcio: “Ma lo fanno per ottenere delle fonti di ricavi sostenibili e duraturi per i prossimi decenni, quando quelle derivanti da petrolio e gas non ci saranno più”.

A parte i ragionamenti economici, il City Football Group rappresenta ormai un modello della nuova generazione di business nel calcio. Non si tratta ormai di un semplice club con una proprietà ricca alle spalle, ma di un vero e proprio mercato interno in espansione verso i cinque continenti. E così il vecchio caro presidente di calcio, con la sua azienda medio-grande, che decide di supportare la squadra che ama diventa solamente un lontano ricordo.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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