Connettiti con noi

Top & Flop

CINA, CALCIO, SOCIETÀ E MILIONI: CHIACCHIERATA CON NICHOLAS GINEPRINI

Matteo Calautti

Published

on

Accade a volte che decidi di tastare il terreno in un settore che inizialmente non è il tuo, ovvero quello del giornalismo sportivo. Accade anche che decidi di focalizzarti sull’ambito economico del mondo del calcio. Così, attratto da ciò che non è stato ancora esplorato, decidi di specializzarti sulla Cina, finendo anche per oltrepassare i confini sportivi. È la storia di Nicholas Gineprini, giovane penna classe ’91 laureatasi all’Università di Urbino, nonché autore del libro Il sogno cinese – Storia ed economia del calcio in Cina, edito dalla Urbone Publishing.

Da dove nasce questa passione per un Paese così lontano? «Due anni fa fui colto di sorpresa dal mercato dei club cinesi», spiega l’urbinate, «che complessivamente spendevano 50 milioni per portare vecchie glorie, ma anche giovanissimi prospetti sudamericani ad Oriente». Questa curiosità portò così Gineprini ad indagare ed informarsi sulla Cina. «È stata un’opportunità per conoscere meglio un Paese del quale in realtà sappiamo bene poco», continua l’autore, «e che tendiamo ad identificare con banali stereotipi».

La sua è un’opera molto chiacchierata ultimamente tra i calciofili, in quanto unica nel suo genere. «Nel libro ripercorro la storia del 1900 cinese raccontata attraverso lo sport», spiega Nicholas, «dai pionieri del football cinese come Lee Wai Tong all’evoluzione della filosofia calcistica da Mao Zedong a Xi Jinping». Ma non solo un libro di storia. Infatti, l’autore vira con il passare delle pagine fino ai giorni nostri per «spiegare con elementi anche inediti tutti quegli elementi che regolano il calciomercato e la colonizzazione del calcio europeo». Un lavoro non semplice vista la difficoltà circa il reperire fonti attendibili e qualificate, sia per quanto ha riguardato la sua prima pubblicazione sia per quanto concerne l’aggiornamento quotidiano del suo Blog Calcio Cina e gli approfondimenti sul sito tuttocalcioestero.it, con il quale ha iniziato. «È molto difficile trovare informazioni approfondite sui media italiani», ammette Nicholas, «per cui nei miei studi mi affido a siti specializzati come Wild East Football oppure altri cinesi ma in lingua inglese come China Daily oppure il South China Morning Post». Ma ciò che caratterizza le sue ricerche è quel quid pluris che non può essere ricercato su altre testate. «Per altri aspetti come le tifoserie, i giocatori oppure le curiosità locali ho la fortuna di aver instaurato dei contatti a Pechino che sono utili per poter scrivere sempre qualcosa in più rispetto agli altri siti», rivela Gineprini.

Il dubbio che incuriosisce tutti coloro che si stanno appassionando alle vicende calcistiche di questo Paese orientale, come in casi simili, è sempre lo stesso: sarà anche quello cinese un costosissimo fuoco di paglia oppure in futuro potrà costituire un palcoscenico d’élite? «Il presidente Xi Jinping», in carica dal marzo 2013, «ha dichiarato che il sogno calcistico fa parte del sogno cinese», ricorda l’urbinate, aggiungendo che «il calcio è un elemento fondamentale nella politica di soft power intrapresa dalla Cina con l’obiettivo di portare l’industria calcistica ad alti livelli». Il giovane autore sembra così scacciare l’alone di scetticismo circa il futuro di questo movimento: «Credo che il calcio della Chinese Super League da qui a dieci anni possa diventare veramente un’alternativa all’Europa», afferma, «non sarà un flop come la Russia».

Ma quanto è popolare il calcio all’interno dei confini nazionali? Ecco, questa tematica porta Nicholas ad affermare un’analisi quasi paradossale. «Il calcio è molto seguito in quanto gli stadi della Chinese Super League hanno un’affluenza media fra le più elevate al mondo, assieme a campionati emergenti come quello statunitense e indiano». Ma non solo. «Inoltre», ricorda l’urbinate, «l’evento sportivo più seguito nella storia della televisione cinese è stato il quarto di finale dell’Asian Cup nel gennaio 2015 fra Australia e Cina», con i Dragoni stesi da una doppietta dell’attaccante Tim Cahill, autore anche di una splendida rovesciata. Qui il paradosso: «In Cina si guarda ma non si gioca», afferma l’autore, «in quanto meno dell’1% della popolazione è tesserato». Motivo per cui il governo e la federazione si starebbero già muovendo, cercando di «introdurre il calcio come materia scolastica a partire dal prossimo anno nelle scuole primarie per insidiare la pratica calcistica nella cultura popolare». Anche la nazionale di calcio sta facendo piccoli passi avanti. Affidata al pechinese Gao Hongbo dopo le esperienze “straniere” con lo spagnolo José Antonio Camacho e dal francese Alain Perrin, secondo il governo il suo obiettivo sarebbe quello di primeggiare in Asia entro il 2030 e vincere il Mondiale nel 2050. «Il primo obiettivo lo vedo fattibile», commenta l’autore, «il secondo un po’ meno».

45322

In questi mesi sembra che numerose cordate cinesi si siano decise ad investire prepotentemente nel calcio europeo. «Seguono le direttive di Xi Jinping», spiega l’autore, «con l’obiettivo non di portare i club acquistati ai vertici del calcio europeo ma con lo scopo di far crescere il calcio cinese e la sua industria». Un esempio su tutti: «lo stesso Suning Commerce Group è stato molto chiaro riguardo le sue intenzioni di acquisizione dell’Inter», afferma, aggiungendo che «nel comunicato rilasciato si parla esplicitamente di accordi bilaterali finalizzati alla crescita del calcio in Cina». Inoltre, Nicholas sottolinea che «i club coinvolti accolgono i migliori prospetti del calcio cinese e li fanno allenare nelle academy europee».

Aspetto peculiare del calcio cinese è a sua instabilità. «I tifosi cinesi sono molto attaccati ai propri colori e idoli», spiega Gineprini, «ma non è raro osservare squadre che cambiano nome, logo e colori sociali in seguito ad un passaggio di proprietà». Lo Shanghai Shenua, per esempio, nel 2012 cambiò nome in seguito all’acquisizione da parte del patrimonio immobiliare Greenland, ma i tifosi riuscirono grazie alla fondazione di un comitato a riottenere il loro nome. C’è una squadra ed un giocatore per cui simpatizza il giovane autore? Nonostante non si possa parlare di vero tifo, egli simpatizza per lo Shanghai SIPG in quanto poiché affezionatosi alla sua storia: «Una squadra nata a metà degli anni 2000 da un progetto giovanile dello storico allenatore XU Genbao», spiega, che «iniziò a partecipare ai campionati inferiori con una squadra di minorenni» raggiungendo circa dieci anni dopo i quarti di finale della Champions League asiatica alla loro prima partecipazione. E per quanto riguarda i giocatori? Nicholas segue con un occhio di riguardo Wu Lei, classe ’91 ed esterno offensivo proprio di tale compagine. «Velocissimo, dotato di grande dribbling, abile ad attaccare la porta ed a servire i compagni», afferma l’urbinate, ma anche protagonista di un record: «È il giocatore più giovane ad aver esordito nelle leghe professionistiche a soli 14 anni e 286 giorni».

Le grandi somme di denaro non sono state messe in campo solamente per i vari Gervinho, Jackson Martínez, Ezequiel Lavezzi e Fredy Guarín. «Mi ha stupito il fatto che i club cinesi abbiano cominciato a pagare i giocatori locali a peso d’oro», afferma, «come nel caso dell’Hebei Fortune che ha ingaggiato Ning Jiang e Ding Haifeng per una spesa complessiva di 15 milioni di euro». «Due giocatori», conclude l’autore, «che prima di allora giocavano in un club di medio classifica e non avevano un trascorso in nazionale». Negli ultimi anni anche il prezzo dei biglietti è aumentato: infatti, come affermato da Gineprini, se nel 2009 si poteva accedere agli impianti con pochi euro su uno stipendio medio di 274€, adesso i ticket meno costosi sono arrivati a costare più di 10€ su uno stipendio medio di 548€. Ragion per cui «ora andare allo stadio inizia ad essere un costo importante», conclude l’autore.

Poteva forse un appassionato come Nicholas non recarsi direttamente in loco per visionare questo nuovo movimento? «Prossimamente sarò in Cina per un tour di partite con un mio amico di Pechino dalla capitale a Shanghai», dichiara con grande entusiasmo Gineprini, «per poter vedere con i miei occhi quello che fino ad ora ho solamente letto e che mi hanno raccontato». Ma non si tratterà di un viaggio di pura e sana contemplazione sportiva. «Magari cercherò di piazzare qualche intervista ai giocatori delle squadre», afferma l’autore, «in quanto ho i contatti per farlo». Viste le premesse, non possiamo far altro che aspettare i suoi reportage.

 

 

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

Published

on

Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

Comments

comments

Continua a leggere

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

Published

on

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


Comments

comments

Continua a leggere

Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

Published

on

Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

Comments

comments

Continua a leggere

Trending