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Ciclismo 2016: Elogio al Luogotenente

Andrea Muratore

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Il ciclismo è uno sport che vive sospeso sul filo tra razionalità ed anarchia. Caratterizzato da gerarchie liquide e variabili, esso è più di ogni altro sport declinabile, descrivibile e soprattutto interpretabile sulla base dei convincimenti personali dei suoi protagonisti, sia che si tratti di singoli corridori sia che si guardi alla struttura delle squadre in campo. Nel ciclismo, la subordinazione e la consequenzialità sono concetti relativi: competizioni diverse vanno interpretate alla luce di approcci adatti al contesto, alla planimetria, alle intenzioni presunte degli avversari, alle potenziali insidie. La grande dicotomia su cui si fonda il ciclismo contemporaneo è quella tra estro e metodo. Può la razionalità interpretativa di una squadra essere finalizzata a un’azione inattesa, sorprendente, addirittura anarchica, o, al contrario, venire costruita sulla base di un metodo organico, omnicomprensivo e scientificamente calcolato? Nelle ultime stagioni si sta assistendo a diverse conferme tanto del primo quanto del secondo principio, e la stagione 2016 non fa eccezione. I due grandi giri del 2016, infatti, hanno offerto argomenti in favore alla tesi del “razionalismo anarchico” ma, al tempo stesso, ribadito la validità della seconda posizione.

Un metodo rigoroso, scevro di fantasie e azioni fuori dal coro, non avrebbe mai consentito all’Astana di ribaltare le sorti del Giro d’Italia 2016, sfatare le critiche ingenerose rivolte a Vincenzo Nibali e consentire al corridore messinese di fare sua la “Corsa Rosa” al termine di due tappe, la diciannovesima e la ventesima, affrontate dal team kazako con lo spirito della battaglia in campo aperto, della trappola a lungo raggio. La sagacia di Beppe Martinelli ha partorito la strategia dominante che ha dato vita ai due giorni che hanno sconvolto il Giro, muovendo in maniera organizzata gli apripista che hanno preparato le azioni implacabili, e inaspettate, di Nibali sul Risoul, nella discesa del Colle dell’Agnello e a Sant’Anna di Vinadio.

Molto diversa dalla scelta dell’Astana è invece quella che caratterizza l’azione del Team Sky sulle strade del Tour de France, e che dal 2012 garantisce alla squadra britannica di David Brailsford un controllo completo sugli sviluppi della corsa, interrotto solo temporaneamente dall’estro e dalla genialità dell’incontenibile Nibali del 2014. Il Team Sky è la dimostrazione ciclistica delle qualità che hanno reso la Gran Bretagna grande e longeva: metodo, organizzazione, compattezza, applicazione ragionata della tecnica, chiarezza nell’individuazione degli obiettivi, determinazione assoluta nel loro perseguimento. La preparazione agli scatti di Chris Froome, in questa stagione capace in ogni caso di azioni decisamente più asimmetriche rispetto al passato, è sempre stata garantita da un lavoro di sfinimento del gruppo degli avversari portato avanti per mezzo di un lavoro progressivo, implacabile e coordinato volto all’imposizione alla corsa dei ritmi elevati voluti dagli uomini Sky. Da anni, il Team Sky è la formazione che riesce a portare il maggior numero di corridori all’imbocco di tutte le salite, e che nella stragrande maggioranza dei casi riesce a prendere il controllo della corsa in maniera tale da cristallizzarla secondo le volontà ad esso più consone.

In questo 2016, l’uomo maggiormente determinante per il mantenimento della maglia gialla di Chris Froome è risultato finora Wouter Poels, che dal Mont Ventoux al Col du Grand Colombier si è distinto come principale scudiero del leader del Team Sky e ha imposto a ripetizione ritmi insostenibili per tutti coloro che, tra gli avversari di Froome, avessero voluto provare azioni di contrasto alla squadra britannica o attacchi a sorpresa. Non ha battuto ciglio, il 29enne olandese, nemmeno di fronte al tentativo di allungo di Valverde e Aru sul Grand Colombier: al contrario, ha proseguito un’inesorabile progressione, continuato sui ritmi prefissati e ricucito lo strappo. Metodo, chiarezza, determinazione. Come volevasi dimostrare. Poels e ciclisti di fattura simile, coriacei pedalatori adatti a ogni tracciato, rappresentano una categoria utile a esaltare le connotazioni del ciclismo come sport di squadra. In ciclisti come Poels, la classe e il talento si amalgamano con lo spirito di corpo e la dedizione alla causa del gregario: e dato che nel ciclismo le gerarchie sono esclusivamente tattiche, non riflettendo connotazioni di alcun altro tipo, è bene sottolineare la positività di doti come la capacità di sacrificio e la visione di squadra, nonché l’abilità all’adattamento ai diversi tipi di competizione. Nelle gare di un giorno, infatti, Poels è una delle principali punte di lancia del Team Sky, avendo conquistato in questo 2016 la prestigiosissima Liegi-Bastogne-Liegi, mentre al Tour, non ambendo a particolari obiettivi di classifica, la sua dedizione è totale nei confronti degli obiettivi della squadra. Il ciclismo moderno è il regno dei gradi intermedi, dei luogotenenti meticolosi e degli omologhi estrosi. Poels è per Froome ciò che al Giro Michele Scarponi è stato per Nibali: un fidatissimo supporto, un pesce pilota ideale, un atleta duttile e capace di adattarsi alla strategia pianificata. Gli attacchi di Scarponi sulle montagne finali del Giro 2016 e le azioni di avanscoperta da lui condotte in quello 2013 hanno rappresentato il retroterra indispensabile al balzo rosa dello “Squalo dello Stretto”. Senza pedine tanto determinanti, i fuoriclasse avrebbero incontrato difficoltà molto più aspre nel conseguimento dei loro successi. Il luogotenente si carica di responsabilità, mette la fatica e la faccia in prima persona nelle sue azioni e rende possibile il dispiegarsi della tattica di squadra. Nel mezzo delle due concezioni del ciclismo moderno, a fungere da filo rosso di collegamento, vi sono gli indispensabili luogotenenti. Nell’oscillazione continua tra metodo e anarchia, sono proprio loro a indirizzare il pendolo nel verso più consono alla struttura della loro squadra.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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