23 settembre 2016. Chris Bosh si trova nella sua casa a Miami, quando gli si avvicina sua moglie Adrienne e gli comunica la triste notizia: non ha superato gli esami medici che gli avrebbero permesso di iniziare la stagione coi suoi Miami Heat.

Adrienne gli passa il cellulare, gli fa leggere le dichiarazioni rilasciate al Media Day da Spoelestra, il suo coach, e soprattutto da Pat Riley, dirigente degli Heat: : “Tenendo conto degli ultimi esami fatti, la carriera di Chris è probabilmente finita. Chris ha una mentalità aperta e comprende la situazione, ma noi allo stato attuale dobbiamo fare un passo indietro definitivo e chiudere la questione relativa a un suo ritorno in campo con noi”.

Chris non ci sta. Si sente smarrito, deluso, amareggiato. Preso dalla rabbia è sul punto di gettare lo smartphone a terra, ma riesce a trattenersi. E questa non è semplicemente un’immaginaria ricostruzione degli eventi. E’ Chris stesso che racconta tutto questo, nel quarto dei cinque video-reportage che ha prodotto e realizzato insieme al sito UNINTERRUPTED, con lo scopo di documentare il suo ritorno in campo. Un ritorno che però, ora, appare sempre più improbabile.

Ma andiamo con ordine: cos’è che l’aveva tenuto lontano dal campo? Riavvolgiamo indietro il nastro, per rivivere gli ultimi anni della travagliata carriera di Bosh.

L’inizio del dramma va probabilmente fissato al 17 febbraio 2015. E’ il giorno dopo la sfida East vs West dell’All Star Game di New York, Chris ha preso parte alla partita delle stelle ma senza strafare, eppure accusa forti dolori al petto che lo fanno respirare a fatica. Un forte raffreddore? Magari. Decide di sottoporsi ad alcuni esami e il responso dei medici è agghiacciante: embolia polmonare, dovuta alla formazione di un coagulo di sangue nel polpaccio, poi risalito fino alla zona polmonare. Non è solo la sua carriera ad essere a rischio, ma la sua stessa vita.

Per fortuna i medici scongiurano questo pericolo: prima con una serie di trattamenti invasivi, poi con cure a base di anticoagulanti, Bosh riesce a guarire in fretta dall’embolia. In estate arriva addirittura il via libera dei medici per tornare ad allenarsi. Il lungo degli Heat riprende a lavorare sodo, finchè non arriva al training camp in uno stato di forma ottimale. E ripresa la stagione regolamentare,torna ad essere decisivo come prima. Sembra rinato. I fantasmi del passato sono solo un vago ricordo.

Finchè non arriva il 9 febbraio 2016. All’American Airlines Center gli Heat ospitano gli Spurs, mancano pochi giorni all’All Star Weekend. A fine partita Bosh sente un dolore lancinante al polpaccio, quello stesso polpaccio dell’anno prima. E anche stavolta la diagnosi dei medici è la stessa: formazione di un coagulo di sangue, fortunatamente non ancora risalito fino ai polmoni.

A Chris sembra di rivivere lo stesso incubo. Malgrado la situazione sia di gran lunga meno grave dell’anno passato, gli Heat sono comunque costretti a dichiararlo fuori per la stagione. Ancora una volta Chris è costretto a sottoporsi a cure sfiancanti, guardando i suoi compagni giocare al posto suo.

Ma dopo un calvario simile, Bosh è comunque intenzionato a riprendere. Per lui non è una questione sul se, ma sul quando tornerà sul parquet. E’ sicuro che questa stagione potrà giocare tranquillamente, tant’è che decide di girare 5 video-documentari, con cui raccontare la sua Odissea e il suo trionfante ritorno in campo. REBUILT,questo il titolo del reportage. Ricostruzione.

Il 21 settembre sul sito di UNINTERRUPTED pubblica il primo video, dove si mette a nudo e racconta in modo toccante la scoperta del suo male, le difficoltà, la guarigione.

Ma il 23 settembre arriva la mazzata. Le dichiarazioni lapidarie di Pat Riley, le porte dei suoi Miami Heat chiuse in faccia, il rischio di una carriera al capolinea. Chris non ci sta, e nel suo quarto video non solo mostra tutto il suo disappunto per il trattamento ricevuto dalla sua franchigia, ma si mostra ancora fiducioso: la sua carriera non è finita.

Va detto che le frizioni con la dirigenza Heat si erano già presentate qualche mese prima. Durante i playoff le condizioni del nativo di Dallas erano migliorate a tal punto che lui stesso aveva annunciato il suo possibile ritorno in campo, ovviamente avallato dal parere positivo di alcuni specialisti. Ma Pat Riley aveva bloccato tutto, senza dare spiegazioni in merito. Come mai?

A voler pensar male, un motivo ci sarebbe. Tutto girerebbe attorno al futuro di Bosh e al suo contratto. Sfumata la possibilità di cedere il giocatore – visto che nessuno si accollerebbe il suo triennale da 76 milioni, tenendo conto delle sue incerte condizioni di salute -, Miami sembrerebbe costretta a tagliarlo, facendo però gravare il suo contratto sul Salary Cap, oppure… Potrebbe entrare in gioco la Long-Term Injury Provision. Ossia una procedura di taglio per motivi di salute tramite cui lo stipendio del giocatore sarebbe addebitato solo per il 20% alla franchigia – per il restante 80% alle assicurazioni- e non sarebbe incluso nel Salary Cap. Un guadagno sostanziale per gli Heat, che presenta però una piccola complicazione: lo sgravo sul Cap partirebbe il 9 febbraio 2017, a un anno esatto di distanza dall’ultima partita giocata dall’ex-Raptors. Ecco spiegato perché, forse, è stato più fruttuoso non schierarlo nei playoff.

Per giunta, se dopo il 9 febbraio il giocatore dovesse scendere in campo per almeno 25 partite, i 76 milioni di stipendio verrebbero conteggiati di nuovo nello spazio salariale, costringendo gli Heat a sforare dal Salary Cap e accollarsi la Luxury Tax. E tenendo conto della ferrea volontà del giocatore di tornare in campo, gli Heat se la rischierebbero parecchio…

Ovviamente, Pat Riley da sempre ha negato con decisione tutte queste illazioni. Avrebbe, del resto, potuto dire il contrario? Purtroppo no. E purtroppo non sapremo mai quanto gli Heat si siano impegnati per far tornare in campo Bosh. Il che rende la vicenda complessa e misteriosa, oltre che sgradevole. Così come sarebbe davvero sgradevole vedere finita in questo modo la carriera di un campione del calibro di Chris Bosh.

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